Martedì 4 giugno 2019
Durante il viaggio Apostolico in Romania (31 maggio – 2 giugno 2019), Papa Francesco si è incontrato con la Comunità Rom di Blaj. Nel pomeriggio del 2 giugno, il Santo Padre lascia il Palazzo della Curia e si trasferisce in auto al quartiere Barbu Lăutaru di Blaj dove incontra la Comunità Rom della città nella nuova chiesa dedicata a S. Andrea Apostolo e al Beato Ioan Suciu. (Foto Vatican Media).

Al Suo arrivo il Papa è accolto dal Vescovo della Curia Arcivescovile Maggiore, da una famiglia e da alcuni bambini che gli offrono un omaggio floreale che Egli depone davanti all’icona della Madonna. Prima di entrare in chiesa, all’interno della quale si trovano circa 60 persone, il Vescovo porge a Papa Francesco una croce e l’acqua santa per l’aspersione. Quindi, dopo la testimonianza di un sacerdote greco cattolico di etnia Rom e un canto eseguito dai bambini, il Santo Padre pronuncia il suo saluto. Al termine dell’incontro, dopo la recita del Padre Nostro e la benedizione finale, il Santo Padre lascia Blaj alla volta di Sibiu per il congedo dalla Romania. Pubblichiamo di seguito le parole di saluto che il Santo Padre rivolge alla Comunità Rom nel corso dell’incontro:

Saluto del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Sono contento di incontrarvi e vi ringrazio per la vostra accoglienza. Tu, Don Ioan, non ti sbagli nell’affermare quella certezza tanto sicura quanto a volte dimenticata: nella Chiesa di Cristo c’è posto per tutti. La Chiesa è luogo di incontro, e abbiamo bisogno di ricordarlo non come un bello slogan ma come parte della carta d’identità del nostro essere cristiani. Ce lo hai ricordato portando come esempio il Vescovo martire Ioan Suciu, che ha saputo plasmare con gesti concreti il desiderio di Dio Padre di incontrarsi con ogni persona nell’amicizia e nella condivisione.

Il Vangelo della gioia si trasmette nella gioia di incontrarsi e di sapere che abbiamo un Padre che ci ama. Guardati da Lui, capiamo come guardarci tra di noi. Con questo spirito ho desiderato stringere le vostre mani, mettere i miei occhi nei vostri, farvi entrare nel cuore, nella preghiera, con la fiducia di entrare anch’io nella vostra preghiera e nel vostro cuore. Nel cuore porto però un peso. È il peso delle discriminazioni, delle segregazioni e dei maltrattamenti subiti dalle vostre comunità. La storia ci dice che anche i cristiani, anche i cattolici non sono estranei a tanto male. Vorrei chiedere perdono per questo. Chiedo perdono – in nome della Chiesa al Signore e a voi – per quando, nel corso della storia, vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata, con lo sguardo di Caino invece che con quello di Abele, e non siamo stati capaci di riconoscervi, apprezzarvi e difendervi nella vostra peculiarità. A Caino non importa il fratello. È nell’indifferenza che si alimentano pregiudizi e si fomentano rancori.

Quante volte giudichiamo in modo avventato, con parole che feriscono, con atteggiamenti che seminano odio e creano distanze! Quando qualcuno viene lasciato indietro, la famiglia umana non cammina. Non siamo fino in fondo cristiani, e nemmeno umani, se non sappiamo vedere la persona prima delle sue azioni, prima dei nostri giudizi e pregiudizi. Sempre, nella storia dell’umanità, ci sono Abele e Caino. C’è la mano tesa e la mano che percuote. C’è l’apertura dell’incontro e la chiusura dello scontro. C’è l’accoglienza e c’è lo scarto. C’è chi vede nell’altro un fratello e chi un ostacolo sul proprio cammino. C’è la civiltà dell’amore e c’è quella dell’odio. Ogni giorno c’è da scegliere tra Abele e Caino. Come davanti a un bivio, si pone tante volte di fronte a noi una scelta decisiva: percorrere la via della riconciliazione o quella della vendetta. Scegliamo la via di Gesù. È una via che costa fatica, ma è la via che conduce alla pace. E passa attraverso il perdono. Non lasciamoci trascinare dai livori che ci covano dentro: niente rancori. Perché nessun male sistema un altro male, nessuna vendetta soddisfa un’ingiustizia, nessun risentimento fa bene al cuore, nessuna chiusura avvicina.

Cari fratelli e sorelle, voi come popolo avete un ruolo da protagonista da assumere e non dovete avere paura di condividere e offrire quelle specifiche caratteristiche che vi costituiscono e che segnano il vostro cammino, e delle quali abbiamo tanto bisogno: il valore della vita e della famiglia in senso allargato (cugini, zii, …); la solidarietà, l’ospitalità, l’aiuto, il sostegno e la difesa dei più deboli all’interno della loro comunità; la valorizzazione e il rispetto degli anziani; il senso religioso della vita, la spontaneità e la gioia di vivere. Non private le società in cui vi trovate di questi doni e disponetevi anche a ricevere tutte le cose buone che gli altri vi possano offrire e apportare. Perciò desidero invitarvi a camminare insieme, lì dove siete, nella costruzione di un mondo più umano andando oltre le paure e i sospetti, lasciando cadere le barriere che ci separano dagli altri alimentando la fiducia reciproca nella paziente e mai vana ricerca di fraternità. Impegnarsi per camminare insieme, con la dignità: la dignità della famiglia, la dignità di guadagnarsi il pane di ogni giorno – è questo che ti fa andare avanti – e la dignità della preghiera. Sempre guardando avanti (cfr Incontro di preghiera con il popolo Rom e Sinti, 9 maggio 2019). Questo incontro è l’ultimo della mia visita in Romania. Sono venuto in questo Paese bello e accogliente come pellegrino e fratello, per incontrare. E ora torno a casa arricchito, portando con me luoghi e momenti, ma soprattutto volti. I vostri volti coloreranno i miei ricordi e popoleranno la mia preghiera. Vi ringrazio e vi porto con me. E ora vi benedico, ma prima vi chiedo un grande favore: di pregare per me. Grazie!
[Zenit]