Sabato 15 giugno 2019
C’è un particolare degno di menzione, riflettendo sulla crisi sudanese, che non andrebbe sottovalutato dal punto di vista dell’analisi geopolitica. La violenta repressione delle manifestazioni di protesta — che ha causato, secondo fonti civili, 118 vittime, mentre le stime delle autorità militari parlano di 61 — è avvenuta pochi giorni dopo la visita di Stato resa da una delegazione del Consiglio militare di transizione (Tmc), insediato a Khartoum, ai governi di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. […]

Dietro le voci di un presunto tentativo di colpo di stato
In Sudan contrasti anche all’interno dell’esercito

C’è un particolare degno di menzione, riflettendo sulla crisi sudanese, che non andrebbe sottovalutato dal punto di vista dell’analisi geopolitica. La violenta repressione delle manifestazioni di protesta — che ha causato, secondo fonti civili, 118 vittime, mentre le stime delle autorità militari parlano di 61 — è avvenuta pochi giorni dopo la visita di Stato resa da una delegazione del Consiglio militare di transizione (Tmc), insediato a Khartoum, ai governi di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

È evidente che la giunta militare sudanese è preoccupata di trovare consensi che possano, comunque, garantire il mantenimento di un assetto conforme agli interessi del mondo arabo. Da rilevare, in particolare, che sia l’Arabia Saudita sia gli Emirati Arabi Uniti, sin dall’inizio della transizione sudanese avvenuta a seguito della deposizione dell’ex presidente Omar Hassan al Bashir, hanno sostenuto finanziariamente Khartoum, assicurando l’erogazione totale di tre miliardi di dollari. La contropartita del Tmc è stata, naturalmente, la conferma dell’impegno militare sudanese nello Yemen, al fianco della coalizione arabo-sunnita. La variabile, guardando al futuro, è comunque rappresentata dalla crescente dialettica interna al Tmc che vede contrapposti i vertici militari sudanesi alle forze di sicurezza (Rapid Support Forces) sotto il comando di Mohamed Hamdan Dagalo ‘Hemedti’, vicepresidente del Tmc.

Stando a fonti diplomatiche ben accreditate nella capitale sudanese, l’ala moderata dei militari si opporrebbe all’influenza esercitata da quest’ultimo, leader indiscusso delle milizie Janjaweed, tristemente note per i crimini commessi nel Darfur. Sono stati proprio questi reparti paramilitari che nei giorni scorsi, secondo autorevoli fonti della società civile, hanno aperto il fuoco contro i civili a Khartoum, Omdurman, Port Sudan e in altre città sudanesi.

Nel frattempo, bisogna riconoscere che sono stati registrati dei segnali positivi che lasciano ancora sperare guardando al futuro del Paese. Anzitutto il fatto che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite abbia finalmente condannato le violenze in Sudan, invitando i militari al potere e il movimento di protesta a lavorare per trovare una via d’uscita dalla crisi. Una presa di posizione che ha indotto i manifestanti a sospendere la campagna di disobbedienza civile e a riprendere i negoziati con il Tmc, che a sua volta ha acconsentito a rilasciare i prigionieri politici.

Da rilevare, infine, l’atteggiamento responsabile del Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana (Ua) che, nei giorni scorsi, ha ritenuto opportuno sospendere la partecipazione del Sudan da tutte le sue attività. L’organismo della Ua ha affermato in particolare la necessità di “un’autorità di transizione guidata da civili” come “unico modo per consentire al Sudan di uscire dall’attuale crisi”.

In questo contesto è fondamentale l’impegno del primo ministro etiope Abiy Ahmed che ha già visitato Khartoum, dimostrando grande disponibilità ed interesse nella soluzione della crisi sudanese. Una crisi che, qualora non fosse risolta, influirebbe negativamente sull’intero Corno d’Africa.
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]

Il Sudan vuole cambiare, non tornare indietro

I missionari comboniani della Provincia italiana, si schierano a fianco del movimento sudanese che vuole avviare un percorso di transizione alla democrazia e che è stato preso a fucilate. E chiede una presa di posizione anche alle istituzioni italiane.

Noi missionari comboniani, da più di 150 anni presenti in Sudan (è stata la prima terra di missione di san Daniele Comboni), condanniamo in modo inequivocabile la brutale repressione di lunedì 3 giugno perpetrata dalle forze paramilitari. Manifestanti pacifici, riuniti in sit-in davanti al quartier generale dell’esercito nella capitale Khartoum, sono stati attaccati: un intervento che è costato la vita di oltre cento persone e ha causato 500 feriti.

Intendiamo esprimere il nostro appoggio alla protesta del popolo sudanese che dopo trent’anni di dittatura sotto il regime di Omar El-Bashir vuole voltare pagina e dare inizio a un percorso democratico nel rispetto dei fondamentali diritti umani. Volontà espressa in maniera chiara dalle Forze per la libertà e il trasferimento del potere (Ffc, il cartello che racchiude le sigle dell’opposizione) che chiedono che il paese sia governato da un’autorità transitoria guidata dai civili.

Pertanto, deprechiamo la recente decisione del Consiglio militare di cancellare tutte gli accordi raggiunti con le organizzazioni che guidano la protesta e di voler indire elezioni tra 9 mesi. La decisione è in palese contrasto con l’aspirazione del popolo sudanese per un cambiamento radicale nella politica del paese e al tempo stesso manifesta la volontà di chi è al potere di mantenere in piedi il vecchio regime mascherandolo con pretese democratiche.

Salutiamo con favore la presa di posizione del Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione africana (Ua) che ha deciso di sospendere il Sudan dalle attività dell’Ua fino a quando non verrà istituito un governo di transizione guidato da civili.  

Con soddisfazione accogliamo anche la decisione dell’Unione europea di unire la propria voce a quella dell’Unione africana nel chiedere la cessazione immediata della violenza, l’avvio di un’indagine credibile sugli eventi criminali degli ultimi giorni e la ripresa dei negoziati tra la giunta militare e le associazioni della società civile per giungere alla costituzione di un governo transitorio a guida civile.

In fine auspichiamo che anche le istituzioni italiane si pronuncino pubblicamente, condannando l’uso della forza ed esprimendo sostegno alle forze di opposizione impegnate nella costruzione di un Sudan libero e democratico.

Missionari comboniani in Italia
NIGRIZIA