Lunedì 17 giugno 2019
Pubblicato l'Instrumentum laboris del Sinodo sull'Amazzonia, in programma dal 6 al 27 ottobre. In un mondo dove "tutto è connesso", come scrive il Papa nella Laudato sì, serve "una conversione integrale" per la vita della Chiesa e del pianeta, minacciato da una crisi ambientale senza precedenti. L'Amazzonia, polmone dei pianeta, è "un corridoio migratorio", dove l'urbanizzazione "destabilizza" le famiglie e i "mali" si chiamano corruzione, colonialismo, tecnocrazia, cultura dello scarto, narcotraffico. sacerdotale di anziani rispettati dalla comunità”, le proposte pastorali.

Dai popoli amazzonici, dobbiamo imparare il "buon vivere", cioè l'armonia con se stessi e con il creato. “Creare nuovi ministeri” per laici e donne e studiare la possibilità di “ordinazione.

Un Sinodo che “ruota attorno alla vita”: “la vita del territorio amazzonico e dei suoi popoli, la vita della Chiesa, la vita del pianeta”. Così l’Instrumentum laboris, diffuso oggi, definisce l’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica – in programma dal 6 al 27 ottobre –  in cui sulla scorta della Laudato sì prende corpo il volto di “una delle zone più vulnerabili del pianeta”, dopo l’Artico, in relazione ai cambiamenti climatici che minacciano la sopravvivenza stessa dell’umanità. Il Rio delle Amazzoni è l’arteria di questo continente e del mondo, perché “tutto è connesso”, come si legge nell’enciclica di Papa Francesco: “Il fiume non ci separa, ci unisce, ci aiuta a vivere insieme tra culture e lingue diverse”.

Dai popoli amazzonici, dobbiamo imparare il “buon vivere”, cioè la capacità di “ vivere in armonia con sé stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l’essere supremo”, si legge nel testo, ma la vita in Amazzonia “è minacciata dalla distruzione e dallo sfruttamento ambientale, dalla sistematica violazione dei diritti umani fondamentali della popolazione”, in nome di “interessi economici e politici dei settori dominanti della società odierna, in particolare delle compagnie estrattive, spesso in connivenza, o con la permissività dei governi locali e nazionali e delle autorità tradizionali” degli stessi indigeni. Tra di loro, nell’immenso territorio che comprende 7 paesi e 9 circoscrizioni ecclesiastici, ci sono tra i 110 e 130 diversi Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (Piav) o “popoli liberi”, che “vivono ai margini della società o in contatto sporadico con essa, in un profondo legame con la natura”, i più vulnerabili perché “resistono all’attuale modello di sviluppo economico predatore, genocida ed ecocida”.

“L’Amazzonia è tra le regioni con la maggiore mobilità interna e internazionale in America Latina”, si legge nell’Instrumentum laboris, in cui l’Amazzonia viene definita “un corridoio migratorio”, con migrazioni che avvengono tra paesi amazzonici, come l’ondata crescente migrazione dal Venezuela, o verso altre regioni, come il Cile e l’Argentina.

Nella regione, “Tra il 70 e l’80% della popolazione risiede nella città”, e l’urbanizzazione “destabilizza” le famiglie, minacciate inoltre da “nuovi modelli familiari come conseguenza della crisi antropologica in atto”. Senza contare la corruzione delle “grandi aziende” e dei governi: una vera e propria “piaga morale”, di cui si macchiano spesso gli stessi abitanti, che può essere contrastata solo attraverso una “conversione integrale” a livello personale, sociale e strutturale.

“Colonialismo, mentalità economico-mercantilista, consumismo, utilitarismo, individualismo, tecnocrazia, cultura dello scarto”, sono i “mali” presenti in Amazzonia, accanto a tanti germi di bene. Di qui la necessità di “smascherare le nuove forme di colonialismo; identificare le nuove ideologie che giustificano l’ecocidio amazzonico per analizzarle criticamente; denunciare le strutture di peccato che agiscono in territorio amazzonico; identificare le ragioni con cui giustifichiamo la nostra partecipazione alle strutture di peccato per analizzarle criticamente”.

“La Chiesa deve incarnarsi nelle culture amazzoniche che possiedono un alto senso di comunità, uguaglianza e solidarietà, per cui il clericalismo non è accettato nelle sue varie forme di manifestarsi”. È quanto si raccomanda nel quarto capitolo, dedicato all’organizzazione delle comunità ecclesiali, in cui si propone di “riconsiderare l’idea che l’esercizio della giurisdizione (potere di governo) deve essere collegato in tutti gli ambiti (sacramentale, giudiziario, amministrativo) e in modo permanente al Sacramento dell’Ordine”. Di qui la necessità di creare “ministeri appropriati”, cioè “nuovi ministeri per rispondere in maniera efficace ai bisogni dei popoli amazzonici”.

“Promuovere vocazioni autoctone di uomini e donne in risposta ai bisogni di un’attenzione pastorale sacramentale”, la proposta del nuovo documento. “Affermando che il celibato è un dono per la Chiesa, si chiede che, per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana”, l’altra proposta in merito a quella che finora veniva definita la questione dei “viri probati”.

“Identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica”, si propone infine nel documento, garantendo ad esse “la loro leadership, nonché spazi sempre più ampi e rilevanti nel campo della formazione: teologia, catechesi, liturgia e scuole di fede e di politica”, in modo che “anche che la voce delle donne sia ascoltata, che siano consultate e partecipino ai processi decisionali, e che possano così contribuire con la loro sensibilità alla sinodalità ecclesiale”.
[M. Michela Nicolais -
SIR]

Sinodo sull’Amazzonia.
Card. Barreto (Repam): “La Chiesa si è svegliata e non tornerà indietro”

Con la pubblicazione dell'Instrumentum laboris prende il via la preparazione del Sinodo amazzonico fortemente voluto da Papa Francesco. Un Sinodo molto atteso che suscita la speranza e l'entusiasmo delle popolazioni che vivono questo immenso territorio. Il cardinale Pedro Barreto Jimeno, vicepresidente della Repam, la Rete ecclesiale panamazzonica, e arcivescovo di Huancayo, racconta i passi della Chiesa e l'impegno profetico contro lo sfruttamento.

“Con questo Sinodo giunge a maturazione un lungo cammino di 30-40 anni, fatto dalla Chiesa latinoamericana, che, dal punto di non ritorno della Conferenza di Aparecida del 2007, ha plasmato la sua coscienza sulla necessità di camminare e agire insieme ai popoli amazzonici. La consapevolezza è quella dell’importanza fondamentale che l’Amazzonia ha per il futuro dell’interno pianeta”.
Ad affermarlo è il cardinale peruviano Pedro Barreto Jimeno, vicepresidente della Repam, la Rete ecclesiale panamazzonica, e arcivescovo di Huancayo. In questi giorni, che coincidono con la presentazione – lunedì 17 giugno – dell’Instrumentum Laboris del Sinodo sull’Amazzonia del prossimo ottobre, il cardinale è in piena attività e si è trasformato in una sorta di “ambasciatore” del Sinodo a nome della Repam: dal suo Perù a Bogotá, fino a Roma, dove la settimana scorsa ha incontrato il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, e ha partecipato ad alcuni importanti incontri, tra i quali uno con gli ambasciatori in Vaticano dei Paesi amazzonici.

Un capillare ascolto diretto. L’Instrumentum Laboris parla esplicitamente dell’Amazzonia come “nuovo soggetto”, che dev’essere, come è effettivamente stato in questa fase preparatoria del Sinodo, oggetto di ascolto. Con l’obiettivo di scorgere il “volto amazzonico e missionario” di questa parte di pianeta così ricca di una grande pluralità di popoli e di risorse naturali.

Il cardinale Barreto fornisce numeri importanti, riguardo alla fase dell’ascolto, affidata in special modo alla Repam, che ha preceduto la redazione dell’Instrumentum Laboris. “L’ascolto diretto del territorio – spiega – aveva l’obiettivo di allargare la partecipazione delle popolazioni e di fedeli, attraverso assemblee, incontri tematici, dibattiti. Siamo arrivati a 87mila persone, a 22mila attraverso eventi organizzati direttamente dalla Repam e a 65mila nelle fase preparatoria precedente, nei nove Paesi che costituiscono la Panamazzonia”. Si tratta di Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname, Guyana Francese.

Un territorio di 7,5 milioni di Kmq, che rappresenta il 43% della superficie del Sudamerica, nel quale si concentrano il 20% delle riserve d’acqua dolce non congelate del pianeta, il 34% delle foreste primarie, tra il 30 e il 40 per cento della flora e della fauna del mondo.

L’Amazzonia viene considerata un bioma, cioè un sistema vivo, che “funziona come uno stabilizzatore climatico regionale e globale, mantenendo l’umidità nell’aria, tanto che un terzo delle piogge che alimentano la Terra sono prodotte da questa regione. E poi c’è una preziosa socio-diversità, con la presenza di 2 milioni e 800mila indigeni, che appartengono a 390 popoli, 137 dei quali vivono isolati dal resto del mondo o non sono mai venuti a contatto con altre etnie”. In tutto, la regione panamazzonica ha 33 milioni di abitanti.
“Dappertutto abbiamo riscontrato un entusiasmo inimmaginabile – prosegue il vicepresidente della Repam –. Le popolazioni amazzoniche si sentono per la prima volta rispettate e ascoltate”.

Voce profetica contro minacce e sfruttamento. Le aspettative sono quelle di una Chiesa che cammina con questo popolo e questo territorio, mostrando la propria vitalità missionaria: “Questa porzione di terra – prosegue il cardinale Barreto – è il bioma attraverso il quale si esprime la vita nella sua grande diversità, come uno dono di Dio per tutti coloro che la abitano e per tutta l’umanità. Tuttavia, si tratta di un territorio sempre più devastato e minacciato”. Come è noto, lo sfruttamento del territorio ha molteplici volti: deforestazione, miniere diffuse e spesso illegali, monoculture che distruggono la biodiversità, deportazione delle popolazioni indigene. “Secondo la Dottrina sociale – aggiunge il porporato – la missione di ogni cristiano implica un impegno profetico per la giustizia e la pace, la dignità di ogni essere umano senza distinzione e con l’integrità del creato, in risposta a un modello di società dominante che produce esclusione, diseguaglianza e che provoca quella che Papa Francesco a chiamato cultura dello scarto”.

E’ proprio questa “profezia”, che mostra un modello di sviluppo basato sull’ecologia integrale delineata nell’enciclica Laudato Si’, a destare speranze ma anche preoccupazioni, visti i tanti interessi in gioco.

“Non nego – spiega il cardinale Barreto – che ci siano preoccupazioni e inquietudini da parte del mondo politico ed economico”. Ma è lo stesso porporato a segnalare come gli Stati della regione panamazzonica abbiano sottoscritto le principali Dichiarazioni sui diritti umani, compresa quella sui diritti del popoli indigeni, del 2007.
In ogni caso, la certezza, è quella di una Chiesa “che si è svegliata” e che “non tornerà indietro”, proprio perché il Sinodo amazzonico non è un’estemporanea intuizione, ma il “frutto maturo” di un lungo cammino.
[Bruno Desidera – SIR]