Mercoledì 26 giugno 2019
Difficile descrivere l’atmosfera surreale che costituisce la normalità, in Sud Sudan. Mi riferisco direttamente alla regione dell’Upper Nile State, dove si intersecano aree gestite dalla parte dell’esercito che sostiene il governo di Juba (SPLA-IG) e aree che sono controllate da una delle divisioni dello stesso SPLA che però si oppongono al governo (SPLA-IO).

Nell’immaginario comune, quando si parla di esercito governativo e di ribelli, si pensa che da una parte ci siano disciplina, uniformi, organizzazione e rifornimenti, mentre dall’altra un insieme di guerriglieri e bambini soldato, nascosti nella foresta e mal equipaggiati. Nella regione che conosco questa distinzione non esiste. Da una parte e dall’altra ci sono quadri dell’esercito (generali e ufficiali) e una schiera di ragazzi soldato, per la maggior parte tra i 17 e i 23 anni.

Questi ragazzi non sono stati costretti ad arruolarsi, ma certo l’essere cresciuti in un paese e in una cultura in cui da 30 anni si respira guerra e in cui non c’è prospettiva di studio o di lavoro, non lascia molta scelta.

Questa è appunto la normalità. Non si entra a far parte di un esercito: si entra alle dipendenze di un generale; se questi, come non di rado accade, decide di passare alla fazione opposta, automaticamente tutti i suoi soldati si ritroveranno nemici di coloro con cui fino al giorno prima erano alleati.

Nessuno riceve una paga regolare o ha i pasti assicurati. Di tanto in tanto i generali riescono a ottenere da qualche parte degli aiuti (cibo, armi, vestiti), ma per il resto ogni plotone deve arrangiarsi per procurarsi di che vivere. Qualcuno taglia legna nella foresta, qualcuno lavora a giornata, qualcuno organizza un posto di blocco per far pagare chi vuole passare. Quando si hanno 18 anni, un kalashnikov in mano e nulla da mangiare, è difficile non cedere alla tentazione di rapinare qualcuno. Questa è la normalità.

Ora che è in atto il cessate il fuoco, tutti si possono muovere da una parte all’altra, con le dovute cautele. Spesso si incrociano, al confine o in un villaggio, generali e ufficiali delle parti opposte che si salutano anche calorosamente, dato che si conoscono da molti anni e hanno rischiato la vita insieme. Sarebbe una scena normale, se non per il fatto che molti hanno in mano un telefono satellitare, e tutti sanno che basta un ordine da Juba (la capitale, distante oltre 600 km)  perché si ricominci a sparare.

La popolazione civile lasciata a se stessa

La popolazione civile è parte di tutto questo e in balia degli eventi; a conseguenza degli scontri armati degli ultimi due anni, tutti sono stati costretti ad abbandonare i propri villaggi. Molti si sono trasferiti nei campi rifugiati, a una cinquantina di chilometri di distanza, e tornano periodicamente a vedere la situazione.

Altri si sono spostati in aree di minore interesse strategico, con il beneplacito di entrambe le parti in conflitto, dove però non hanno accesso ad acqua potabile, per non parlare della mancanza assoluta di scuole, farmacie, cliniche pubbliche o private.

La macchina degli aiuti internazionali fatica ad arrivare in queste zone dove ufficialmente c’è ora pace ma una pace molto fragile, ma in pratica nessuno garantisce o risponde in caso di aggressioni, rapine, furti.

La Chiesa locale

Già da prima della guerra civile, la difficoltà dei collegamenti con la sede episcopale di Malakal ha impedito alla Chiesa Cattolica Sud Sudanese di insediarsi stabilmente nella zona, benché fossero presenti diversi cattolici, sia tra i civili sia tra i militari. Solo nella zona più vicina al confine, la Chiesa Cattolica etiopica, con la quale collaboro come missionario fidei  donum, ha creato nel corso degli anni una presenza semplice, ma concreta e apprezzata che è potuta continuare fino agli scontri armati dell’estate 2017.

Ora, invitato dalle autorità civili e militari e dai rappresentanti di altre Chiese cristiane, ho rincontrato dopo due anni questa popolazione civile coraggiosa, che ha rinunciato alla passività dei campi profughi per rimanere nella propria terra, una savana dura che con un giorno di piogge si trasforma da deserto in palude – e ancora non saprei dire se la vita sia più dura nella stagione secca o durante le piogge.

I cattolici sono pochi, e ancor più dispersi. L’unico prete ogni tanto accessibile sono ancora io, da oltre il confine, ma confido che nei prossimi mesi, grazie alla recente nomina del nuovo Vescovo di Malakal, possa attivarsi una presenza della Chiesa Cattolica Sud Sudanese.

Voglia di pace

Ciò che mi ha più sorpreso ritornando tra questa gente, è stata la voglia di pace che ho trovato in tutti. Fino a due anni fa, quando la linea del fronte era lontana, anche tra i civili sembrava prevalere la retorica tribale del vincere, l’odio per i cattivi dell’altra parte, l’istinto di vendicare i propri parenti uccisi. Ora questo sembra essersi calmato, e non certo perché le sofferenze siano finite o i problemi risolti. Ciò che è cambiato è che gli altri, i nemici, ora non sono più lontani, hanno un volto preciso, vivono a qualche chilometro di distanza, ci passi in mezzo ogni volta che ti sposti, a piedi o in auto.

Gli altri hanno lo stesso volto sofferente di tuo figlio, anche lui arruolatosi e di cui non hai più notizie da mesi. Sono ragazzi che vengono a offrirsi per lavorare a giornata in cambio di qualcosa da mangiare, che vedi faticare nella foresta per tagliare la legna. Certo, ne hai ancora paura, sai bene che domani potrebbero essere mandati a razziare il tuo villaggio, bruciare, uccidere, violentare. Ma non puoi più ignorare che sono persone reali, che vivono la tua stessa sofferenza.

Il cambiamento è reale, la voglia di pace si respira nell’aria.

Patto per la pace fra le confessioni cristiane

Una voglia di pace che non è rimasta un desiderio, ma ha cercato strade concrete per avviare un cambiamento. E questo è il miracolo: in un paese invaso dalle armi, donne e uomini inermi credono fermamente di poter costruire qualcosa di stabile. Hanno cominciato da ciò che accomuna quasi tutti: la fede cristiana, pur suddivisa in numerose confessioni diverse. Hanno creato un comitato interconfessionale per la pace, senza molte basi teologiche, ma fondato sulla stima e il rispetto reciproco tra i responsabili e i pastori (uomini e donne) delle diverse comunità.

Il nuovo comitato, senza fare proclami, ha iniziato a lavorare per portare pace anzitutto tra i civili, sul territorio. Attorno a un piccolo lago, fondamentale per la sopravvivenza del bestiame durante la stagione secca, si concentrano villaggi appartenenti a due etnie diverse. Quasi nessuno parla la lingua dell’altro e fino a poco tempo fa, quando sorgevano conflitti per i campi coltivati, i pascoli o il bestiame, spesso si passava alle vie di fatto.

Molte riunioni organizzate dalle autorità non avevano portato ad alcun risultato. Ora, grazie alla mediazione di due pastori protestanti e di due gruppi di persone, uomini ma soprattutto donne, si è avviata una conoscenza reciproca. Questo crea le basi per la futura risoluzione di conflitti: quando sorgeranno nuovi problemi, si potrà fare riferimento a queste persone che già si conoscono, hanno pregato e mangiato insieme e si fidano l’uno dell’altro.

Lo stesso tipo di conoscenza reciproca e dialogo si sta cercando di avviare anche tra coloro che sono stati cacciati dalle loro terre e chi vi risiede attualmente grazie all’appoggio dei militari. È facile immaginare che non sarà un cammino facile, perché ci sono tanti rancori e paure con cui fare i conti, ma le persone sembrano molto determinate e consapevoli, decise a trovare delle soluzioni percorribili.

È ancora una voce flebile, rispetto a quella delle armi, ma se troverà il tempo, lo spazio e le risorse per crescere, insieme alle voci simili che si levano da altre zone, potrà avere un ruolo importante nella vera costruzione di questo paese, che è ancora agli inizi.
[Matteo Pinotti – SettimanaNews]