Sabato 29 giugno 2019
Mons. Francesco Beschi, Presidente della Commissione Episcopale per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese e Presidente della Fondazione Missio, nel suo intervento alla 73esima Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana (20-23 maggio 2019) a Roma, ha parlato sul tema “Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria”. Vedi anche in allegato: “La salvaguardia del creato nella Laudato si'”.

Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria
Mons. Francesco Beschi

1. Una nuova presenza missionaria e una nuova forma della missione

Il cambiamento d’epoca, la radicalità e la velocità che lo connotano, investe la Chiesa e le “forme” della sua missione evangelizzatrice. Una nuova presenza missionaria non può essere adeguatamente e semplicemente prospettata nei termini di un “rilancio” o di un “rinnovamento”.

Il criterio del “rilancio” sottovaluta la problematica situazione dell’impegno missionario della Chiesa italiana: i missionari e le missionarie italiane sparse per il mondo, negli anni Novanta erano circa 28.000. Erano preti fidei donum, religiosi e religiose dei molteplici istituti, laici e laiche…Oggi sono 7.000, e molti in età avanzata. L'età media dei membri delle congregazioni religiose, storicamente impegnate nelle missioni, si attesta sui 68 anni. I preti fidei donum, prima del 2.000 erano 713, oggi sono 403. Ci consola il fatto che sempre più famiglie e singoli laici e laiche, sono più di 200, decidono di dedicare mesi o anni alle Chiese giovani o bisognose. Inoltre emerge una prospettiva decisamente nuova. Il vento della missione sta cambiando direzione: ora esso spinge dal Sud verso il Nord. Crescono i sacerdoti 'non italiani' in servizio nelle diocesi disseminate sul territorio nazionale: sono 819 quelli oggi impegnati nella pastorale ordinaria e 646 coloro che, pur svolgendo studi teologici, prestano servizio pastorale nelle parrocchie. A questi uniamo le centinaia, se non migliaia di religiosi e religiose che, da Paesi diversi, sono presenti in Italia, nelle comunità e nelle loro opere.

Il criterio del “rinnovamento” si espone al rischio dell’insufficienza, rispetto alle grandi e gravi questioni che la missione sta imponendo. Una nuova presenza missionaria, come indica il tema della nostra Assemblea, esige una nuova “forma” della missione della Chiesa italiana, capace di alimentarla e sostenerla.

La ricchezza di testimonianze e di esperienze missionarie, a volte addirittura eroiche, di documenti ed eventi significativi (prossimamente il Mese missionario straordinario e il Sinodo per l’Amazzonia), suscita sentimenti di profonda riconoscenza e speranza e, nello stesso tempo, diventa una provvidenziale “griglia di lettura”, anche critica, dello stato della missione in Italia. I documenti “L’amore di Cristo ci sospinge” del 1999, “Dalle feconde memorie alle coraggiose prospettive” del 2007 e l’ultimo Convegno missionario nazionale, tenutosi a Sacrofano nel 2014, rappresentano sintesi preziose della missionarietà della Chiesa italiana e nello stesso tempo evidenziano l’urgenza di una sua rilettura e riformulazione.

L’orizzonte rappresentato dal Mese missionario straordinario e dalla convocazione di un Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica, alimenta ragioni ulteriori per disporre la nostra annuale convocazione ad una pensosa, condivisa e generativa riflessione sullo “stato della missione” della Chiesa italiana. Non possiamo ridurre la celebrazione della speciale Assemblea del Sinodo alla trattazione di un problema circoscritto in una particolare regione del nostro pianeta, dove, per altro, l’impegno missionario della nostra Chiesa si è dispiegato nel tempo, nella quantità di missionari e nella santità di molti di loro. Le questioni che tale convocazione affronterà superano i confini della terra amazzonica e si impongono come decisive in questo momento storico sia per la Chiesa come per il mondo. Basti evocarne alcune: la sostenibilità ambientale nella prospettiva di un’ecologia integrale, le diversità culturali e i diritti delle minoranze, lo sviluppo e la giustizia, l’annuncio del Vangelo in culture diverse e il riconoscimento di nuove forme di ministerialità istituite. 

La celebrazione mondiale del Mese missionario straordinario nel prossimo ottobre, nel centenario della Lettera apostolica Maximum illud di Papa Benedetto XV, è occasione preziosa, colta come tale da molte Diocesi del nostro Paese e ora anche da noi, come stimolo per il discernimento pastorale. Risuonano particolarmente pertinenti le parole con cui il Santo Padre lo ha indetto: “La Lettera apostolica Maximum illud aveva esortato, con spirito profetico e franchezza evangelica, ad uscire dai confini delle nazioni, per testimoniare la volontà salvifica di Dio attraverso la missione universale della Chiesa. L’approssimarsi del suo centenario sia di stimolo a superare la tentazione ricorrente che si nasconde dietro ad ogni introversione ecclesiale, ad ogni chiusura autoreferenziale nei propri confini sicuri, ad ogni forma di pessimismo pastorale, ad ogni sterile nostalgia del passato, per aprirci invece alla novità gioiosa del Vangelo”.

L’esigenza di nuova “forma” della missione della Chiesa italiana è ampiamente ispirata e alimentata dall’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, dal suo valore programmatico e dalla consegna impegnativa che il Santo Padre ha affidato alle nostre Comunità, in occasione del Convegno ecclesiale di Firenze.

2. I tratti essenziali della nuova forma di missione

In maniera essenziale, alcuni aspetti di questa consegna sono riconoscibili nell’ineludibile e generativo rapporto tra missione ed evangelizzazione, nel riconoscimento che la missione definisce un preciso stile di Chiesa, nella comunicazione della gioia del Vangelo e nell’evangelico servizio a tutti gli uomini e ad ogni uomo nella sua integralità.

La soggettività del Popolo di Dio, la figura del “discepolo missionario” e la necessaria riconsiderazione della pregnanza dell’evento del Regno di Dio e del messaggio delle Beatitudini, contribuiscono in maniera decisiva al delinearsi di questa nuova “forma”. 

Il Vangelo ci propone un’icona che raccoglie e nello stesso tempo alimenta, ispira e genera la considerazione di questa “forma”. Si tratta del mandato che il Signore risorto affida alle donne e del processo che ne scaturisce: “Presto, andate a dire ai suoi discepoli: "È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete". (Mt 28,7). La “forma” della missione è connotata da questa “precedenza” del Risorto che, nel momento in cui viene riconosciuta, delinea la figura del “discepolo-missionario”, come indicata in Evangelii Gaudium: “Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: «Abbiamo incontrato il Messia» (Gv 1,41)”. (EG 120)

La scelta pastorale fondamentale e generativa è dunque quella dell’evangelizzazione: la missione della Chiesa consiste proprio nell’evangelizzare.

In questa situazione diversificata e complessa, luci e ombre convergono nel confermare e rafforzare quella priorità dell'evangelizzazione che già costituiva l'intento fondamentale del Concilio Vaticano II e che sta alla base del cammino pastorale della Chiesa italiana in questi ultimi decenni, dal documento “Il rinnovamento della catechesi” (1970) a quelli su "Evangelizzazione e sacramenti" (anni '70) e "Comunione e comunità" (anni '80). Dal decennio nel segno di “Evangelizzazione e testimonianza della carità (anni ’90)” a “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (primo decennio del 2000)”, fino all’attuale: “Educare alla vita buona del Vangelo”. Il documento dal titolo “Il volto missionario della parrocchia in un mondo che cambia” (2004), rappresenta una tappa particolarmente significativa di questo percorso. Un itinerario che si staglia all’interno dell’orizzonte tracciato da Evangelii Nuntiandi di San Paolo VI, Redemptoris Missio e Novo millennio ineunte di San Giovanni Paolo II, Verbum Domini di Papa Benedetto XVI ed Evangelii Gaudium di Papa Francesco.

D’altra parte, per poter immaginare una “forma nuova” della presenza missionaria, mi sembra necessaria una riflessione critica su ciò ha rappresentato questo percorso così intensamente ispirato e nello stesso tempo così evidentemente provato dal cambiamento d’epoca che coinvolge in modo radicale la Chiesa e le modalità con le quali si compie la sua missione. Ci interroghiamo: la scelta dell’evangelizzazione ha mutato il volto delle nostre parrocchie, disegnato sulla base di condizioni che in questo momento non esistono più? Ha avviato processi di riconoscibile trasformazione o conversione pastorale e della pastorale? Ha connotato e sta connotando l’esperienza di “cooperazione tra le Chiese”? E’ generativa in relazione alle “opere” della Chiesa e la loro connotazione missionaria? Ha trasformato le diverse “forme della missione”? (Istituti missionari, Fidei donum, Laicato missionario, Movimenti ecclesiali, Volontariato e Cooperazione ...)? Alimenta quell’attrazione che supera ogni forma di proselitismo? Altri interrogativi si possono aggiungere, a partire dalla convinzione della necessità di una rivisitazione critica delle forme che la Chiesa ha assunto o conservato nella sua missione evangelizzatrice.

Viviamo un tempo nel quale si possono purificare le motivazioni dell’azione pastorale, implementare gli sforzi per un vera missionarietà e soprattutto abitiamo un tempo avvincente, che chiama tutte le comunità parrocchiali, gli istituti religiosi e le associazioni laicali, così come i movimenti, a riceve e attuare nuovamente il mandato missionario, lasciando all’iniziativa, alla creatività e fantasia dello Spirito Santo, un vero e ampio raggio di azione.

3. Le ragioni appassionanti della missione

A fronte di una riconoscibile “fatica missionaria”, alimentata da una molteplicità di cause, è necessario riproporci le “ragioni appassionanti” della missione, consapevoli dello sviluppo del magistero, della riflessione teologica e della loro ineludibile dimensione storica. 

L’immaginazione di una nuova “forma” di presenza missionaria si alimenta certamente alla consapevolezza della gioia del Vangelo. Una consapevolezza che il magistero di Papa Francesco e particolarmente l’Evangelii Gaudium consegna come dimensione decisiva dell’evangelizzazione e della missionarietà. I cristiani sono annunciatori e testimoni della gioia del Vangelo nella misura in cui loro stessi l’hanno accolta e sperimentata. Questa condizione non può essere sostituita da altre e tanto meno surrogata da qualche rappresentazione puramente esteriore: solo nella misura in cui il Vangelo diventa la ragione inesauribile della gioia del cristiano, la missione assumerà i connotati dell’attrazione e della generatività, superando ogni assimilazione a forme di propaganda o indottrinamento ed ogni pessimismo paralizzante. I cristiani sono chiamati a render ragione della gioia del Vangelo in ogni circostanza e particolarmente in quelle in cui le possibilità di vivere nella gioia sono provate, mortificate, calpestate, cancellate.

La scelta dell’evangelizzazione come ragione e contenuto della missione, scaturisce dalla chiara consapevolezza che si tratta del servizio più grande che la Chiesa può offrire all’umanità dell’uomo. La convinzione che l’annuncio e la testimonianza del Vangelo assumono inevitabilmente il carattere di riscatto, liberazione e promozione dell’uomo nella sua integralità e che questa integralità esige l’annuncio del Vangelo e la Grazia della salvezza, ispira in maniera sempre più evidente l’azione e la missione della Chiesa. Separare queste dimensioni significa deformare l’opera di Dio e mortificare la speranza dell’uomo.

La domanda radicale sulla necessità della missione e particolarmente della “missio ad gentes” viene esplicitata nell’enciclica Redemptoris Missio, nella quale troviamo risposta autorevole e feconda nella prospettiva della “salvezza integrale” dell’uomo: non si tratta di una necessità riconducibile ad un “minimum necessarium”, cioè la salvezza escatologica, quanto ad un “maximum novum”, rappresentato dal dono della “vita nuova” in Cristo Crocifisso Risorto.

Al paragrafo 7 possiamo leggere: «L’urgenza dell’attività missionaria emerge dalla radicale novità di vita, portata da Cristo e vissuta dai suoi discepoli. Questa nuova vita è dono di Dio, e all’uomo è richiesto di accoglierlo e di svilupparlo, se vuole realizzarsi secondo la sua vocazione integrale in conformità a Cristo. Tutto il NT è un inno alla vita nuova per colui che crede in Cristo e vive nella sua Chiesa. La salvezza in Cristo, testimoniata e annunziata dalla Chiesa, è autocomunicazione di Dio (...). Dio offre all’uomo questa novità di vita». 

Al numero 11 il Papa riprende, in un’ampia riflessione, la domanda posta all'inizio dell’enciclica e offre finalmente la risposta: «All’interrogativo: perché la missione? noi rispondiamo con la fede e con l’esperienza della Chiesa che aprirsi all'amore di Cristo è la vera liberazione. In lui, soltanto in lui siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù al potere del peccato e della morte. Cristo è veramente “la nostra pace” (Ef 2,14), e “l'amore di Cristo ci spinge” (2 Cor 5,14), dando senso e gioia alla nostra vita». Subito dopo, nello stesso paragrafo, il Papa riprende la problematica di fronte alla quale si era trovato già Paolo VI, rifiutando anch’egli una visione solo orizzontale della salvezza: «La tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo a una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una “graduale secolarizzazione” della salvezza, per cui ci si batte, sì, per l’uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi, invece, sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto l’uomo e tutti gli uomini, aprendoli ai mirabili orizzonti della filiazione divina».

Ancora più pregnante è l’inizio del numero 59: «Con il messaggio evangelico la Chiesa offre una forza liberante e fautrice di sviluppo, proprio perché porta alla conversione del cuore e della mentalità, fa riconoscere la dignità di ciascuna persona, dispone alla solidarietà, all’impegno, al servizio dei fratelli, inserisce l’uomo nel progetto di Dio, che è la costruzione del Regno di pace, di giustizia a partire già da questa vita. È la prospettiva biblica dei “cieli nuovi e terra nuova” (cf. Is 65,17; 2 Pt 3,13; Ap 21,1), la quale ha inserito nella storia lo stimolo e la meta per l’avanzamento dell’umanità».

Infine o, se volete, in principio, la scelta dell’evangelizzazione e le ragioni della missione si accompagnano al riconoscimento della dimensione comunionale della Chiesa.

La comunione e la missione sono profondamente congiunte tra loro, si compenetrano e si implicano mutuamente, al punto che la comunione rappresenta la sorgente e insieme il frutto della missione: la comunione è missionaria e la missione è per la comunione” (CFL 32). La Chiesa, in definitiva, è mistero di comunione missionaria.

4. Le modalità di una nuova presenza missionaria

La Missione Continentale si proietta in due dimensioni: programmatica e paradigmatica. La missione programmatica, come indica il suo nome, consiste nella realizzazione di atti di indole missionaria. La missione paradigmatica, invece, implica il porre in chiave missionaria le attività abituali delle Chiese particolari. 

La missione non risponde in primo luogo ad iniziative umane; protagonista è lo Spirito Santo, suo è il progetto (cfr Redemptoris missio, 21). E la Chiesa è serva della missione. Non è la Chiesa che fa la missione, ma è la missione che fa la Chiesa. … La missione, infatti, è una forza capace di trasformare la Chiesa al proprio interno prima ancora che la vita dei popoli e delle culture. Ogni parrocchia faccia proprio, dunque, lo stile della missio ad gentes. 

La conversione missionaria delle strutture della Chiesa (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 27) richiede santità personale e creatività spirituale. Dunque non solo di rinnovare il vecchio, ma di permettere che lo Spirito Santo crei il nuovo. Non noi: lo Spirito Santo. 

La nuova “forma” di missione è connotata dalla pervasività. Se dire che tutto è missione rischia di svuotare la missione della sua originalità, ridurre la missione alle “missioni” rischia di settorializzarla e inevitabilmente di delegarla. La missione nelle sue due modalità, programmatica e paradigmatica, pervade tutta la vita, i soggetti e le opere della Chiesa.

E’ necessario compiere uno sforzo per superare la separazione pratica tra missio ad gentes e missio inter gentes. Se le due modalità dovranno prevedere strumenti specifici, esse appartengono all’unico mandato missionario. Rinunciare alla missio ad gentes in nome della missio inter gentes, significa rinunciare al mandato di annunciare il Vangelo a tutti gli uomini e, nella libertà, di battezzarli nella Pasqua di Cristo per la vita nuova da Lui inaugurata, privando la Chiesa universale e anche quella particolare della loro stessa ragione d’esistere. Sottovalutare la missio inter gentes, significa fare della missione un’operazione delegata a “corpi specializzati”, disconoscendo la permanente necessità che la Chiesa sperimenta di essere evangelizzata per evangelizzare, superando ogni forma di autoreferenzialità e conservazione: Le “gentes” siamo anche noi. Significa anche sottovalutare una modalità originale di condivisione nel segno del Vangelo con “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.

Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia. (GS 1) I missionari e le missionarie sono uomini e donne inter gentes, che testimoniano il regno di Dio in mezzo a culture e religioni diverse. Più che 'fare' missione' essi 'sono missione'.

Il riconoscimento della “precedenza” del Risorto e dello Spirito, mandati dal Padre, delinea la necessità della dimensione contemplativa, inseparabile da ogni determinazione missionaria che non voglia scivolare in quelle tentazioni pelagiane, di cui il Santo Padre ci fa continuamente avvertiti. “Sebbene questa missione ci richieda un impegno generoso, sarebbe un errore intenderla come un eroico compito personale, giacché l’opera è prima di tutto sua, al di là di quanto possiamo scoprire e intendere. Gesù è “il primo e il più grande evangelizzatore “. Il riconoscimento del Risorto, dell’azione dello Spirito, del Regno di Dio che sta in mezzo a noi, e infine dei “segni dei tempi”, esige l’esercizio di un discernimento che sia necessariamente spirituale e comunitario. Un esercizio che assume in maniera convinta l’ascolto permanente della Parola di Dio, la pratica della preghiera e la corrispondenza alla fondamentale vocazione alla santità.

La “conversione missionaria” diventa, dunque, una modalità del tutto pertinente alla nuova “forma” della missione. Conversione missionaria di tutta la Chiesa, che, proprio perché spirituale, non può non essere strutturale e non può essere strutturale senza alimentarsi ad una conversione spirituale. “La conversione missionaria delle strutture della Chiesa (EG 27) richiede santità personale e creatività spirituale. Dunque non solo di rinnovare il vecchio, ma di permettere che lo Spirito Santo crei il nuovo. Non noi: lo Spirito Santo. Fare spazio allo Spirito Santo, permettere che lo Spirito Santo crei il nuovo, faccia nuove tutte le cose. Lui è il protagonista della missione. Conversione missionaria a partire dalla Chiesa, che si configura come “comunione missionaria” e “per mandato” invia ogni battezzato sulla “via della missione”.

La modalità che Papa Francesco, e prima papa Benedetto XVI, ci indica è quella dell’”attrazione”. “La missione di Cristo si è compiuta nell’amore (…) La Chiesa si sente discepola e missionaria di questo amore: missionaria solo in quanto discepola, cioè capace di lasciarsi sempre attrarre con rinnovato stupore da Dio, che ci ha amati e ci ama per primo. La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per ‘attrazione’: come Cristo ‘attira tutti a sè’ con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della croce, così la Chiesa compie la sua missione quando, associata a Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità del suo Signore”. (Papa Benedetto XVI – Aparecida 2007) E’ la missione che si fa a partire dalla testimonianza feriale e gioiosa di una comunità plasmata dalla comunione dello Spirito Santo dall'Eucaristia, fatta di persone che irradiano nel loro comportamento il volto del Signore e la carità dello Spirito del Risorto. La dimensione della testimonianza è quella che connota da sempre la missione evangelica, ma che oggi viene richiesta come qualificante ogni gesto missionario. Il carattere fondamentale di questa testimonianza, personale e comunitaria, è la gioia, la gioia del Vangelo. (EG)

La missione da sempre è connotata dalla scelta preferenziale per i poveri, al punto che spesso nell’immaginario collettivo la missio ad gentes si identifica con la missio ad pauperes. La novità che emerge a partire dal Concilio e assume una connotazione indiscutibile nel magistero di Papa Francesco, è rappresentata dalla scelta di essere una Chiesa povera. Si tratta di una conversione di assoluto rilievo, considerando il fatto che la ricchezza di risorse, mezzi e anche persone che le Chiese dell’occidente hanno posto a disposizione della missione sono state ingenti. Oggi la situazione non è più così, ma soprattutto emerge la consapevolezza che l’annuncio e la testimonianza del Vangelo, richiedono stili, strumenti e mezzi che lascino trasparire ciò che intendono consegnare. La sobrietà e la condivisione delle risorse per la missione, rappresenta un’ulteriore tratto delle modalità di una nuova “forma” missionaria.

La pratica del dialogo e la scelta dell’inculturazione del Vangelo, corrispondono, senza cedimenti relativistici, alla prassi missionaria che si va facendo largo in maniera sempre più ineludibile. L’approfondimento dei loro connotati e delle ragioni che le sostengono appartengono alle nuove modalità della missione.

L'esperienza missionaria della Chiesa italiana, che da anni percorre i sentieri della “missio ad gentes” e della “cooperazione fra le chiese”, propone una spiritualità che possiamo declinare così: essere 'portatori e portatrici di novità', 'scopritori e scopritrici attente del Regno; essere 'stranieri e straniere': bisognosi di essere accolti, capaci di dialogare con le culture, critici positivi verso il mondo di oggi; essere 'piccoli e piccole' con i piccoli, poveri con i poveri: capaci di ascoltare il grido degli oppressi e accogliere il grido della Terra. 

Sentirsi Chiesa con la fiducia di essere 'sale' buono e saporoso, che soccorre le vittime e che denuncia e smaschera le cause profonde dell'ingiustizia. Una Chiesa in dialogo profetico: essere “accompagnamento del cammino: non è l’umanità a stare nella Chiesa, ma la Chiesa a stare nell’umanità. In altre parole, la Chiesa è posta a servizio dell’umanità, ma non coincide con essa, non deve pretenderlo e nemmeno sognarlo; essere 'stimolo di processi': fare dell'educazione alla mondialità e ai nuovi stili di vita un impegno costante e capillare nelle scuole, negli ambienti giovanili, nelle esperienze di volontariato e cooperazione internazionale.

5. Le scelte per una nuova presenza missionaria

Ci prospettiamo un sommario che è conseguenza delle modalità che abbiamo evidenziato.

  • La trasformazione missionaria delle strutture diocesane e parrocchiali e la connotazione missionaria della pastorale ordinaria 
  • La formazione teologica e pastorale di seminaristi, presbiteri, consacrati e vescovi in un chiaro, condiviso e riconoscibile orizzonte missionario
  • La valorizzazione e la cura della cooperazione tra le Chiese particolari
  • La condivisione della “missio ad gentes” della Chiesa universale, particolarmente attraverso le Pontificie Opere Missionarie
  • Il riconoscimento del laicato missionario e il rilancio della cooperazione internazionale con speciale attenzione alla soggettività giovanile
  • La scelta dei “gruppi missionari” parrocchiali o interparrocchiali, come espressione e promozione dell’animazione missionaria
  • Il riconoscimento ecclesiale dei carismi, delle trasformazioni e delle esperienze degli Istituti missionari e degli Istituti religiosi in genere: particolarmente l’internazionalizzazione e il superamento dell’eurocentrismo
  • Il ripensamento e la riproposizione della Missione italiana per gli italiani all’estero con modalità nuove, a partire dalle nuove condizioni di coloro che partono dal nostro Paese e dai loro obiettivi
  • La valorizzazione della presenza di persone di altri Paesi nelle nostre Comunità: le forme tradizionali, attraverso le cappellanie etniche o linguistiche, la creazione di parrocchie “personali” a servizio degli immigrati, la prospettiva di comunità parrocchiali multietniche
  • La comunione missionaria in dimensioni ecumeniche
  • Il dialogo e l’amicizia sociale con comunità di altre religioni

6. Gli strumenti di una nuova presenza missionaria

A partire dal “volto missionario della parrocchia”, avviare una verifica delle reali trasformazioni missionarie di questa fondamentale struttura pastorale e individuare le cause delle difficoltà e delle resistenze a questa trasformazione. Riproporci una rinnovata considerazione della figura di Parrocchia e della ministerialità a tutti i livelli, alla luce del documento “Il volto missionario della parrocchia in un mondo che cambia”, della “Evangelii Gaudium” e del sussidio “Lievito di Fraternità”. In questo ambito, tematizzare a livello nazionale la costituzione delle Unità pastorali, la figura di Parrocchia con connotazioni multietniche e culturali, il riconoscimento, nel grembo della comunità parrocchiale, della costituzione di piccole comunità del Vangelo, che raccolgano l’esperienza delle Comunità di base o Comunità di fede delle giovani Chiese.

Assumere la prospettiva missionaria nella pastorale ordinaria delle nostre comunità a partire dai programmi diocesani, dall’attività degli uffici di curia, fino a giungere a connotare in modalità missionaria ogni prassi di pastorale ordinaria.

Formare i seminaristi e i presbiteri con forte caratteristica comunitaria e missionaria, attraverso la formazione teologica, le esperienze pastorali e la loro rielaborazione, la formazione permanente del clero

Riconoscere e valorizzare i carismi degli istituti missionari e gli elementi di novità di cui sono portatori: particolarmente raccogliere e rilanciare la convivenza delle diversità nelle loro comunità piccoli o grandi e comunque ormai internazionali. Riconoscere lo svilupparsi attraverso la loro esperienza, assunta anche dalle chiese locali, di una missione non più eurocentrica ma policentrica e multipolare. Assumere e discernere la loro esperienza mondiale, per quanto riguarda l’accoglienza e l’integrazione di persone di diversa nazionalità, cultura e religione.

Perseguire la varietà di forme di cooperazione tra le Chiese locali, mettendo in gioco tutte le soggettività ecclesiali, animate e guidate dalla responsabilità pastorale dei vescovi diocesani.

Costruire nuovi progetti di cooperazione con equipes interdiocesane o regionali. Promuovere cooperazioni che abbiano come soggetti equipes “fidei donum” formate da sacerdoti, religiosi e laici. Sperimentare forme diversificate di cooperazione. Assumere come criterio della cooperazione tra le Chiese, quello della koinonia: la “messa in comune” dei beni di cui ogni Chiesa locale o Istituto, o realtà laicale dispone. Avviare processi di cooperazione tra diocesi italiane. “Nei tanti sentieri della missio ad gentes è già visibile l’alba del nuovo giorno, come dimostra il fatto che le giovani Chiese sanno dare, non solo ricevere. I primi frutti sono la loro disponibilità a concedere propri sacerdoti a Chiese sorelle della medesima nazione, dello stesso Continente, o a servire Chiese bisognose di altre regioni del mondo. La cooperazione non è più soltanto lungo l’asse nord-sud. C’è anche un movimento inverso di restituzione del bene ricevuto dai primi missionari. Sono anche questi i segni di una raggiunta maturità”.

Valorizzare nelle nostre diocesi e parrocchie la presenza di personale apostolico “non italiano”: presbiteri, religiosi e religiose che provengono dalle giovani chiese: accogliere, accompagnare, valorizzare le loro competenze e le loro esperienze. E' fuori dubbio che i passi fatti in questo settore, debbano essere ripresi e ben precisati, sia per quanto riguarda le Diocesi che accolgono e mandano, le responsabilità dei Vescovi, le realtà particolari in cui sono inseriti. Le “Convenzioni” non possono, né devono essere utilizzate come meri strumenti amministrativi.

Riconoscere il fenomeno migratorio degli italiani nelle forme che ha assunto nel passato, ma soprattutto nelle modalità attuali. Si tratta di un servizio missionario, soprattutto da parte di presbiteri diocesani e religiosi, che alimenta la comunione delle Chiese locali, mentre sperimenta forme nuove di missione in contesti spesso più secolarizzati dei nostri. Altrettanta attenzione meritano le cappellanie e i diversi tipi di servizio per le comunità cattoliche di stranieri in Italia. 

Condividere la scelta dell’animazione missionaria, con particolare attenzione ai bambini e ai giovani. Promuovere e riconoscere la soggettività missionaria dei giovani, nelle diverse forme in cui si esprime, come la l’Esortazione apostolica postsinodale “Christus vivit” prospetta. Curare la preparazione, l’accompagnamento e la rielaborazione di ogni loro esperienza missionaria, da quelle più brevi a quelle più prolungate.

Una cura particolare merita la comunicazione e la questione dei linguaggi: il mondo missionario ne dovrebbe essere maestro. Si tratta di due questioni di grande importanza. Non possiamo sottovalutare che uno dei problemi che caratterizza la trasmissione della fede è proprio quello del linguaggio e dei linguaggi. La vasta esperienza missionaria è ricchissima di esperienze e rielaborazioni in questo ambito. Né dobbiamo ignorare la rilevanza speciale dell’informazione missionaria: oltre ad avere un’innata caratteristica formativa, rappresenta tutt’oggi una fonte autorevole di informazione alternativa, di cui abbiamo urgente bisogno.

Riaffermare la necessità e la funzione dei CMD, nell’orizzonte pastorale complessivo della Chiesa locale. Recita il Vademecum dei Centri missionari diocesani edito nel 2012 “Un Centro Missionario non si connota come luogo indipendente e autonomo di sensibilità missionaria, ma come espressione della sollecitudine per tutte le Chiese caratterizzante l’esercizio del servizio pastorale del Vescovo in comunione con la porzione del Popolo di Dio che a lui è stata affidata”. Abilitarli come equipes e ridefinire la loro collocazione nelle riorganizzazioni delle Curie diocesane.

Adottare lo strumento del Vademecum dei Centri missionari diocesani, le linee e gli strumenti indicati, nell’orizzonte degli orientamenti emersi nell’ultimo Convegno Missionario Nazionale di Sacrofano.

Costruire spazi concreti di relazioni fra gli uffici pastorali a livello diocesano e regionale, segnati dalla dimensione missionaria: in questo senso si possono avviare “laboratori permanenti di pastorale integrata”.

Rilanciare con modalità nuove l’associazionismo laicale, a partire dall’Azione Cattolica e alimentare relazioni di comunione missionaria con tutti i Movimenti ecclesiali, compreso il Cammino neocatecumenale.

Potenziare la Fondazione Missio nel suo servizio di animazione, formazione e cooperazione e nelle sue articolazioni: Ufficio nazionale, Pontificie Opere Missionarie, CUM.

La missione dona vita a chi la compie! «La Missione, infatti, rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e motivazioni» (Redemptoris missio,2). In questi decenni abbiamo percorso strade impegnative e sofferte, ma non abbiamo rinunciato alla missione: se al Convegno nazionale missionario di Bellaria avevamo aperto il “libro della missione” e con quello di Montesilvano abbiamo alimentato il “fuoco della missione”, a partire da Sacrofano e dal Mese missionario straordinario vogliamo percorrere la “Via della missione”, quella “Via” che il Crocifisso risorto apre davanti a voi, precedendoci sempre in ogni Galilea geografica, storica, esistenziale: quella Via che è Lui stesso: “Io sono la Via”. Noi siamo quelli della “Via”!
S.E. Mons. FRANCESCO BESCHI
Presidente della Commissione Episcopale per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese

Vescovi italiani.

LETTERA APERTA AI VESCOVI ITALIANI

Conferenza Episcopale Italiana, 73a Assemblea Generale

Mercoledì 22 maggio 2019 – Gruppo di studio 3
Vescovo coordinatore: mons. Marco Prastaro
Missionario: p. Mario Menin (saveriano)
Segretario: Agostino Rigon

Carissimi fratelli vescovi,
condivido volentieri con voi, primi responsabili della Chiesa cattolica in Italia, alcune riflessioni sulla missione, consapevole della grande trasformazione in atto dell’azione evangelizzatrice. Fino al Concilio Vaticano II, infatti, la Chiesa si comprendeva al di sopra della società, come se tutto il mondo dovesse girarle attorno – tolemaicamente – diventando necessariamente cristiano e/o addirittura cattolico. Con l’emancipazione della cultura e della società dalla sfera religiosa, soprattutto in Occidente, la Chiesa ha finito per ritrovarsi di fronte ad una societas non più cristiana, con la quale fare i conti mettendosi in dialogo, cioè dicendo il Vangelo dal di dentro della storia, umilmente, senza pretese di esclusività, nella debolezza e nella minorità. Inoltre, sia per il fenomeno di scristianizzazione dell’Occidente, sia per l’avvento nei cosiddetti “paesi cristiani” di rilevanti porzioni di fedeli di altre religioni, la Chiesa oggi in Italia deve fare i conti – anche teologici –  con un pluralismo religioso, culturale, etico, forse inedito, mai visto prima.

Nel sistema della “cristianità” erano Propaganda Fide e le “missioni estere”, ovvero gli Istituti missionari tradizionali, a portare la missione della Chiesa ai confini della societas christiana. Fondati per lo più nel periodo coloniale, oggi, in un Occidente sempre più ibrido e in una Chiesa sempre più mondiale, post-europea, gli Istituti vivono una fase di “caos” interpretativo circa la loro specificità missionaria. Anch’essi, come del resto tutta la Chiesa, stanno attraversando una crisi epocale, che richiede una nuova comprensione dell’evangelizzazione e una nuova presenza missionaria, soprattutto tenendo conto dell’altro (minuscolo e maiuscolo).

Basti pensare alla fatica di superare il pregiudizio dell’eurocentrismo (oggi «anche dentro la Chiesa cattolica sono le culture asiatiche, africane, latinoamericane che determinano la misura, lo stile di ciò che si può e si vuole recepire dalla grande tradizione del cristianesimo classico»);[1] oppure il pregiudizio anti-ecumenico e quello anti-religioso, che condannavano rispettivamente le altre Chiese cristiane e le altre religioni ai margini della storia della salvezza, senza alcuna possibilità di collaborazione per il bene dell’umanità.

1. La purificazione della memoria missionaria

Non è perciò fuori luogo, in vista di una nuova presenza missionaria, parlare anzitutto della necessità della purificazione della nostra memoria (missionaria). Non solo per i fallimenti e i peccati – atteggiamenti scorretti – dei singoli missionari,[2] ma anche per le teorie e le strutture della missione, che hanno fomentato ombre e sospetti sull’annuncio evangelico. E ciò non per giustificare la sospensione (moratorium) e tanto meno l’abolizione della missione – come pretendono alcuni critici radicali (filosofi, antropologi e storici), che giudicano il mandato missionario come un difetto genetico del cristianesimo, un “peccato originale”, capace solo di legittimare l’imperialismo culturale cristiano (occidentale) –, ma per ridare un nuovo slancio alla medesima con uno stile più “sostenibile”, cioè evangelico. La purificazione della memoria è la condizione sine qua non per ridare futuro alla missione ad gentes, ma anche per rendere possibile una nuova presenza missionaria, in Italia e nel mondo. Ce lo indica in maniera inequivocabile il Concilio Vaticano II nella Costituzione Lumen gentium 8, che definisce la Chiesa «santa e insieme sempre bisognosa di purificazione».

Non si tratta di adottare uno sterile ed innocuo pentitismo, che cerca nell’auto-annientamento della missione ad gentes la propria riconsiderazione, ma di entrare in un processo di continua conversione, guardando alle proprie origini e nel contempo alle nuove sfide della missione ad gentes. Il mio pensiero va anzitutto agli Istituti missionari, che hanno portato la fatica e il martirio della missione fra i popoli e che oggi si ritrovano a fare i conti con una Chiesa tutta missionaria (o che almeno pretende di esserlo).

Voi, carissimi vescovi, dovreste aiutare noi missionari a ritrovare il nostro posto in questa Chiesa, senza lasciarci mimetizzare tra gli altri istituti religiosi, impoverendo il nostro carisma ad gentes. Dovreste stimolarci a pensare la missione, non più nostalgicamente, secondo il modello coloniale, da Nord a Sud, soprattutto in quest’ora della storia in cui la Provvidenza ci dona un papa che viene dal Sud del mondo e capace di agitare missionariamente le acque di tutta la Chiesa.

Mi piace immaginare con voi la Chiesa – italiana, ma non solo – come la piscina di Betzaetà, del Vangelo di Giovanni (5,1ss), assediata da “un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici” in attesa di un angelo che discenda e ne agiti le acque. L’angelo che il Signore ci ha inviato in questo tempo è Francesco, un papa venuto “dalla fine del mondo” ad agitare missionariamente le acque stagnanti della nostra Chiesa. Carissimi vescovi, c’è bisogno di pastori che aiutino le Chiese locali ad approfittare di queste acque agitate. Solo così potremo guarire dalle nostre infermità, dalle nostre cecità, dalle nostre debilità e paralisi. Carissimi vescovi, chiamate anche noi missionari ad aiutarvi nell’ardua impresa di immergere le vostre Chiese locali in questo nuovo “battesimo missionario”, per la rigenerazione della pastorale ordinaria.

2. Riscoperta dell’ad gentes come forza trainante di ogni pastorale

Non possono mancare a questo appuntamento “missionario” delle vostre Chiese locali i missionari – sia degli Istituti sia i fidei donum –, seppure diminuiti di numero e di forze. Sarebbe paradossale che nel momento di maggior bisogno, le Chiese locali rischiassero di cercare la loro bussola missionaria senza l’aiuto delle loro forze missionarie migliori, che hanno dedicato tutta la vita (ad vitam) alla causa dell’evangelizzazione. Per questo, carissimi vescovi, siate più esigenti con gli Istituti missionari presenti nelle vostre diocesi, affinché anch’essi (gli Istituti) “trasformino” la loro presenza destinandovi personale specifico, magari anche da altri continenti. Solo così garantiranno una rinnovata vitalità in situazioni – come quella italiana – dove è in gioco la loro specificità e la loro sopravvivenza.

Se poi voi, carissimi vescovi, avete il coraggio di chiederci – con sincerità e non per compiacerci – quali indicazioni potrebbero venire dal mondo missionario per la trasformazione missionaria delle vostre Chiese, noi missionari, raccogliendo le esperienze delle Chiese in America latina, Africa, Asia e Oceania, potremmo rispondere elencando almeno cinque “scelte missionarie”: a) dare il primo posto alla Parola di Dio, messa con fiducia in mano ai laici, in modo che si incarni più facilmente nella vita quotidiana; b) fare una scelta preferenziale dei poveri, delle nostre periferie, geografiche ed esistenziali, luogo teologico essenziale per una lettura più autentica del Vangelo; c) privilegiare le piccole comunità cristiane, o gruppi del Vangelo, o comunità ecclesiali di base in tutte le diocesi e parrocchie; d) aprirsi all’accoglienza amorosa degli stranieri e di tutte le differenze culturali e religiose, valorizzando in questo ambito la presenza nelle nostre comunità dei preti e religiosi/e che vengono come fidei donum dalle nuove Chiese del Sud del mondo e di tutti i cristiani che ci portano nuovi stili di Chiesa; e) favorire una formazione diversa dei preti e diaconi dando un volto meno clericale al loro ministero nelle parrocchie, e curare una preparazione diversa dei seminaristi che li abiliti come futuri pastori-missionari nelle loro comunità.

3. Tre segni di speranza

Oggi non sono più gli Istituti missionari l’avanguardia della missione, ma i movimenti ecclesiali, le nuove comunità, che – nonostante le loro problematicità – danno più rilievo a nuove figure missionarie e a nuovi ministeri, ai laici e alle donne, e sembrano rispondere con più tempestività alle ansie pastorali delle Chiese locali, anche su scala globale. Se da un lato questi nuovi soggetti missionari – soprattutto laicali – rendono più sfumata la figura tradizionale del missionario, dall’altro stimolano gli Istituti a mettere a fuoco la loro specificità, che non è quella della “nuova evangelizzazione”, ma direi, con papa Francesco, dell’attrazione: “La Chiesa non cresce per proselitismo ma «per attrazione»”.[3] Mentre l’approccio missionario dei predecessori – Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – era focalizzato sulla nuova evangelizzazione, Francesco va oltre, centrando la missione sull’attrazione. Tale convinzione ha trovato conferma in molti gesti e parole di Francesco, più recentemente anche nel discorso al CEC (Consiglio Ecumenico delle Chiese) di Ginevra nel giugno scorso: “Certamente, il modo in cui esercitare la missione varia a seconda dei tempi e dei luoghi e, di fronte alla tentazione, purtroppo ricorrente, di imporsi seguendo logiche mondane, occorre ricordare che la Chiesa di Cristo cresce per attrazione”.[4] Testimoniare e annunciare il Vangelo in modo attraente sembra una prospettiva missionaria e missiologica fondamentale nel pontificato di Francesco. Da qui sgorgano tre segni di speranza per una nuova presenza missionaria, anche in Italia.

Il primo è la riscoperta della “logica del Vangelo”, come “messaggio che attrae”. La Chiesa può e deve essere missionaria così, come portatrice di un Vangelo che attrae, in quanto appunto “buona notizia” per i poveri e i peccatori, da parte di un Dio misericordioso e lento all’ira. Citando S. Tommaso d’Aquino, il papa afferma: “È proprio di Dio usare misericordia, e in questo specialmente si manifesta la sua onnipotenza”.[5] E nel documento di inaugurazione dell’Anno della Misericordia, citando Agostino, ribadisce che “è più facile che Dio trattenga l’ira che la misericordia”.[6] Non c’è nulla di nuovo in ciò che dice Francesco, eppure si percepisce una freschezza evangelica che getta nuova luce sul messaggio, rendendolo attraente: “I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile”.[7]

Il secondo segno è la riscoperta della comunità cristiana come comunità attraente. Per essere autenticamente missionaria, la Chiesa deve essere come “un’oasi di misericordia”,[8] “dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati, e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Vangelo”.[9] Una comunità cristiana attrae solo se ha sempre “le porte aperte”, anche “le porte dei sacramenti” che non si dovrebbero chiudere “per una ragione qualsiasi”.[10] Una comunità attrae, se privilegia l’uguaglianza, in forza del battesimo, fuggendo da ogni tipo di clericalismo. La configurazione del presbitero a Cristo capo non implica un’esaltazione al di sopra degli altri. Una comunità cristiana attrae se è capace di essere davvero “povera e per i poveri”,[11] accogliente nei loro confronti. Insomma, la Chiesa sarà attraente nella misura in cui sarà inclusiva, accogliente, fraterna, ospitale. Solo così mostrerà la gioia del Vangelo ricevuto, in tutta la sua bellezza e attrazione.

Il terzo segno è un magistero che attrae e una teologia meno astratti e più sensibili al contesto. È questa preoccupazione che motiva papa Francesco nelle sue omelie quotidiane, nelle sue catechesi settimanali e nei suoi scritti più importanti. L’enciclica Laudato si’, per esempio, affronta una delle sfide più urgenti del nostro tempo, “proteggere la nostra casa comune”.[12] L’esortazione Amorislaetitia affronta questioni e problemi riguardanti le coppie che vivono insieme senza essere sposate, che sono unite civilmente, e che sono divorziate risposate. Francesco, fiducioso nella misericordia di Dio, va oltre l’insegnamento standard della Chiesa in termini di partecipazione sacramentale.

Ci sono certamente degli aspetti nel magistero di Francesco che non sono considerati attraenti da tutti. Ma siamo comunque di fronte a tre segni di quella “missiologia dell’attrazione” di cui ha bisogno anche la Chiesa italiana per la sua trasformazione missionaria. Solo questa conversione può far riguadagnare visibilità ed eloquenza profetica a comunità cristiane che rischiano di perdersi nella liquidità culturale e religiosa della nostra società. Grazie, carissimi vescovi, per la vostra attenzione e ascolto.
Mario Menin SX
Missionari Saveriani

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[1] E. Salman, Presenza di spirito. Il cristianesimo come stile di pensiero e di vita, Cittadella, Assisi 2011, pp.  298-299.
[2] Si veda soprattutto Paolo VI negli ultimi numeri dell’Evangelii nuntiandi (nn. 74ss) ove si parla dello spirito dell’evangelizzazione.
[3] EG 14.
[4] Discorso al Centro ecumenico di Ginevra, giovedì 21 giugno 2018, in occasione del 70° anniversario della fondazione del CEC.
[5] EG 37.
[6] MV 21.
[7] EG 14.
[8] MV 12.
[9] EG 114.
[10] EG 47.
[11] EG 198.
[12] LS 13.

Vedi anche in allegato: “La salvaguardia del creato nella Laudato si'