Un continente fragile. Il virus sta piegando l'Africa, serve il sostegno del mondo

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Venerdì 17 aprile 2020
Le ricadute della crisi sanitaria rischiano di affossare la debole ripresa economica in atto in molti Paesi. Positiva la sospensione del debito, ma il problema è rimandato. [Testo: Giulio Albanese – Avvenire. Foto, Reuters: Tensioni in un campo allestito per l’emergenza Covid–19 a Cape Town, in Sudafrica].

Ormai da diverse settimane vi è grande preoccupazione per la crescente espansione della pandemia di Coronavirus nel continente africano. Oltre al devastante impatto del virus sulle popolazioni, non vanno sottovalutate le ricadute economiche della crisi sanitaria globale. Infatti il Covid–19 che sta investendo l’Africa avrà, tra i suoi effetti collaterali, una drammatica spinta recessiva sull’economia continentale. A questo proposito la Banca Mondiale (Bm), in un suo report pubblicato giovedì 9 aprile, ha ipotizzato che la crescita economia dell’Africa subsahariana possa contrarsi «dal +2,4% nel 2019 al – 2,1% nel 2020», precisando che si tratterebbe della «prima recessione nel corso degli ultimi 25 anni». Purtroppo il rischio, leggendo questi dati, è quello di interpretare la realtà economica del continente senza tenere conto non solo delle percentuali di crescita o di decrescita, ma anche del significato dei numeri assoluti riferiti in termini generali al Prodotto interno lordo (Pil) continentale.

Ad esempio, il valore assoluto del Pil stimato per il 2019 dell’Africa risultava di oltre 2.400 miliardi di dollari. Una cifra ancora molto bassa se paragonata a quella dell’Italia che per lo stesso periodo ha un Pil stimato attorno ai 2mila miliardi. Per non parlare del Giappone che vanta un Pil di 5mila miliardi, della Cina con quasi 14mila miliardi e degli Stati Uniti che risultavano essere oltre la soglia dei 20mila miliardi di dollari. È dunque evidente che sebbene il Pil dell’Africa in questi anni sia cresciuto in modo significativo, il suo valore assoluto non è mai stato minimamente paragonabile agli standard dei Paesi del cosiddetto primo mondo. Considerando poi che, sempre stando al report della Bm, nell’Africa subsahariana il coronavirus potrebbe comportare perdite per la produzione tra i 37 e i 79 miliardi di dollari, è evidente che le prospettive sono davvero molto preoccupanti. E dire che nel secondo semestre del 2019, le grandi istituzioni come Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e Bm avevano fatto delle previsioni per il 2020 alquanto brillanti, stilando una graduatoria che vedeva in testa il Rwanda, il cui Pil sarebbe dovuto crescere di circa l’8%. Seguivano Costa D’Avorio (7,3%), Etiopia (7,2%), Senegal (6,8%), Benin (6,7%), Uganda (6,2%) e altri quattro paesi (Kenya, Mozambico, Niger, Burkina Faso) che avrebbero messo a segno un ottimo +6%.

Queste previsioni rilevavano comunque che le due principali economie africane, ossia la Nigeria e il Sudafrica, avrebbero avuto una crescita decisamente più contenuta (rispettivamente 2,5% e 1,1%). Sta di fatto che il Covid–19 ha mandato in fumo le prospettive di crescita di cui sopra con il risultato che, sempre stando sempre alla Bm, la pandemia attualmente in corso potrebbe generare nell’Africa subsahariana una crisi della sicurezza alimentare, con previsioni di contrazione della produzione agricola comprese tra il 2,6% e il 7% a seguito di blocchi commerciali. «Le importazioni di alimenti diminuiranno sostanzialmente a causa di una combinazione di costi di transazione maggiori e di riduzione della domanda interna », si legge in un comunicato allegato al rapporto della Bm. Secondo le valutazioni dell’Overseas Development Institute (Odi), gli shock della domanda di petrolio potrebbero causare perdite per circa 65 miliardi di dollari per gli stati produttori africani. Un Paese come l’Angola, produttore di petrolio, è stato penalizzato in queste settimane dalla riduzione delle esportazioni di greggio verso la Cina, ma anche in conseguenza dell’abbassamento del prezzo dell’oro nero, arrivato sotto i 30 dollari al barile. Il caso angolano è paradigmatico se si considera che oltre il 60% del commercio estero di questo Paese dell’Africa australe è diretto verso la Cina.

La situazione è grave anche in riferimento alla diminuzione della domanda di materie prime, ma anche per il crollo del turismo dall’estremo oriente. Sul versante dei prodotti alimentari, il Covid–19 ha determinato una diminuzione delle esportazioni al- l’estero di carne dalla Namibia, di vino dal Sud Africa e di caffè dal Rwanda, dal Kenya e dall’Uganda. Come se non bastasse anche gli indici azionari africani stanno facendo registrare pesanti contrazioni che certamente non giovano alle economie locali. Su queste premesse si fonda la recente decisione dei Paesi del G20 di sospendere per un anno il debito dei Paesi più poveri – tra cui figurano quelli africani – consentendo un risparmio complessivo di 20 miliardi di dollari che potranno così essere investiti, oltre che per contrastare la diffusione della pandemia, anche per mitigare l’impatto della crisi economica. Rimane il fatto che comunque questo debito, essendo spalmato nel tempo, condizionerà non poco la ripresa del continente, assommandosi a quello pregresso. L’adozione inoltre di nuovi programmi di prestiti sottoscritti dal Fmi e dalla Banca Mondiale pone lo stesso problema, soprattutto per quanto concerne il meccanismo di rimborso.

Com’è noto, l’Unione Europea ha deciso di sbloccare 15 miliardi per i partner fuori dal continente, buona parte dei quali saranno destinati all’Africa. Il timore di Bruxelles è certamente legato alla possibilità di un incremento della mobilità umana dalla sponda africana, oltre al fatto che non intende lasciare campo libero a cosid- detti “new donor” che sono Cina, Russia, India e Turchia. Gli ultimi dati del Centro di controllo delle malattie sotto l’egida dell’Unione Africana (Cdc Africa) diramati il 16 aprile, parlano di 911 decessi, 17.247 casi di Covid–19 e 3.546 ricoveri nel continente. Nel frattempo, i vari governi locali hanno annunciato blocchi della mobilità per rispondere all’epidemia ed evitare i contagi, che stanno crescendo anche se il monitoraggio della pandemia continua ad essere insufficiente per la debolezza dei sistemi sanitari nazionali. Si tenga presente che stiamo parlando di Paesi segnati da un basso rapporto di medici per popolazione – 1 medico ogni 5.000 abitanti in media – e da una spesa sanitaria media pari al 5% del Pil.

Di converso è innegabile la resilienza delle popolazioni autoctone legata alla diffusione e all’incidenza di malattie endemiche come quelle tropicali neglette (Mtn) per non parlare delle tre“big ones”: malaria, Aids e tubercolosi o di epidemie particolarmente gravi seppur territorialmente circoscritte come ebola, che tra 2013 e 2014 ha investito l’Africa occidentale (Liberia, Sierra Leone, Guinea) e, più recentemente, il settore nordorientale della Repubblica Democratica del Congo (Kivu e Ituri), con tassi di letalità intorno al 50%. È evidente che la priorità per le autorità sanitarie nazionali deve rimanere quella del salvataggio delle vite umane e della protezione dei mezzi di sussistenza rafforzando i presidi ospedalieri e intraprendendo azioni rapide per scongiurare le interruzioni nelle catene di approvvigionamento alimentare.

A tutto questo si deve aggiungere un impegno che purtroppo già in passato, è stato disatteso dalla stragrande maggioranza dei governi africani: l’attuazione di programmi di protezione sociale, tra cui servizi di prima necessità ed esenzioni dalle tasse, per sostenere i cittadini, in particolare quelli che lavorano nel settore informale. Tutto questo naturalmente sarà possibile, parafrasando papa Francesco, se vi sarà, da parte di tutti, solidarietà fattiva e non egoismo.
[Giulio Albanese - Avvenire]