Brasile: un paese flagellato dalla pandemia e crocifisso dalla necro-politica

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Martedì 16 giugno 2020
La pandemia del covid-19 colpisce duramente il Brasile. Secondo dati ufficiali del Ministero della Sanità i casi di contagio confermati fino ad oggi (15/06) sono circa 873 mila e i morti 43.040. Questi dati sono probabilmente sottostimati. Il Brasile è uno dei paesi in cui si fanno meno tamponi al mondo in proporzione al numero di abitanti. (...)
[Foto Avvenire]

BRASILE:
UN PAESE FLAGELLATO DALLA PANDEMIA
E CROCIFISSO DALLA NECRO-POLITICA

La pandemia del covid-19 colpisce duramente il Brasile. Secondo dati ufficiali del Ministero della Sanità i casi di contagio confermati fino ad oggi (15/06) sono circa 873 mila e i morti 43.040. Questi dati sono probabilmente sottostimati. Il Brasile è uno dei paesi in cui si fanno meno tamponi al mondo in proporzione al numero di abitanti. La realtà potrebbe essere molto più inquietante di quello che appare. Secondo studi autorevoli, il numero dei casi positivi sarebbe da 7 a 12 volte superiore a quello ufficiale. Questa ipotesi vale anche per il conteggio dei morti. Sulla scena mondiale, il Brasile occupa il 2º posto, dopo gli Stati Uniti, sia per il numero di contagi che per il numero dei decessi. Si prevede uno scenario drammatico visto che siamo ancora lontani dal picco dell’infezione. La zona più colpita è il sud-est, soprattutto gli stati di San Paolo e Rio de Janeiro. Le strutture sanitarie, già duramente provate dalla mancanza di investimenti degli ultimi anni, sono sull’orlo del collasso. Nonostante la costruzione di ospedali da campo, non ci sono più posti nei centri di terapia intensiva e mancano i respiratori. Molti pazienti si ammucchiano nei corridoi e muoiono nelle file di attesa. In alcune zone come nell’Amazzonia è frequente incontrare persone decedute tra i pazienti.

Anche il Nord-est, una delle regioni più povere del Paese, affronta una situazione difficile. Nello Stato della Paraíba, dove abito io, ci sono 26 mila casi confermati e 610 morti. I numeri, purtroppo, sono relativi perché è ancora più basso rispetto a quello nazionale l’indice di persone sottoposte al test. Secondo gli uffici anagrafici, molti decessi sono addebitati a una generica sindrome respiratoria acuta.

Sin dall’insorgere dei primi casi, i governatori e i sindaci, a partire dall’esperienza dell’Europa e seguendo gli orientamenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno ordinato l’isolamento sociale, autorizzando soltanto il funzionamento delle attività essenziali. Ma non c’è mai stato consenso su queste misure. Il governo federale presieduto dal presidente della repubblica Jair Messias Bolsonaro, sostenuto dai militari, da gruppi di estrema destra, da nostalgici del fascismo, da movimenti negazionisti e da chiese pentecostali tradizionaliste, sin dall’inizio ha negato le reali dimensioni del problema per non frenare l’economia. Nelle sue prime dichiarazioni, ha definito la pandemia come un “semplice raffreddore”, una leggera influenza che avrebbe potuto anche provocare un certo numero di vittime, ma che questo era normale “visto che alla fine dei conti tutti prima o poi dobbiamo morire” (sic). Bolsonaro sostiene la fine dell’isolamento sociale e il ritorno immediato alla normalità per evitare danni economici che potrebbero essere peggiori di quelli sanitari. A partire da queste convinzioni, il presidente rompe il protocollo, esce dal palazzo presidenziale senza mascherina, crea gruppi di simpatizzanti e tutti i fine-settimana partecipa a manifestazioni con striscioni e slogan contro la democrazia, a favore dell’intervento militare, della chiusura del parlamento e della corte suprema. È impressionante verificare che, fino ad oggi, Bolsonaro non ha speso neanche una parola per esprimere solidarietà con le vittime e i loro familiari.

Come se non bastasse la crisi sanitaria, il Brasile è, quindi, colpito da una grave crisi politica di natura fascista e autoritaria che minaccia le istituzioni democratiche e rischia di neutralizzare tutti gli sforzi fatti dagli amministratori locali, dal personale medico e da cittadini responsabili per fronteggiare la pandemia. In una recente decisione, la Corte Suprema ha stabilito che, considerate le dimensioni continentali del paese e le grandi differenze regionali, spetta a sindaci e governatori la competenza sulle misure da adottare nei territori. Ma Bolsonaro non desiste. Sulla scia di Trump, critica duramente l’OMS, relativizza la pandemia e continua a confondere la gente con le sue “bravate”. La tensione cresce. Il rischio di un confronto è molto grande. Movimenti in difesa della democrazia si diffondono sulle reti sociali, ma si comincia già a fare manifestazioni pubbliche con gran numero di persone. Oltre al rischio di scontri tra manifestanti di tendenze politiche opposte, rimane il pericolo del contagio. Purtroppo, a causa di questa confusione politica e della diffusione di fake news, la popolazione disobbedisce sempre di più alle restrizioni imposte dalle autorità locali. Sembra che solo il 40% della popolazione rispetti la quarantena.

Per completare il quadro della situazione, non possiamo non parlare della crisi economica e sociale. Come è noto, il Brasile, pur essendo una grande potenza economica, ha ancora un alto numero di persone che vivono in situazione di miseria, a causa dell’iniqua distribuzione delle ricchezze. Secondo statistiche recenti, in Brasile ci sono circa 14 milioni di persone in situazione di miseria, con un reddito familiare di 145 reali al mese (25 euro) e 50 milioni di persone che vivono sulla soglia della povertà con reddito familiare di 150 euro al mese. La pandemia sta rendendo ancora più difficile la situazione di queste famiglie, soprattutto nella mia regione (Paraíba) dove gli indici di miseria e povertà sono ancora più alti.

L’isolamento sociale è sicuramente una delle misure indispensabili per controllare la pandemia ed evitare maggiori danni, ma non è facile fare quarantena in quartieri di periferia, come nelle baraccopoli, dove ci sono “agglomerazioni strutturali”. Nelle favelas di San Paolo, Rio de Janeiro, Manaus, Fartaleza e altre grandi metropoli brasiliane la pandemia impazza, uccidendo soprattutto i più poveri.

Nel mio quartiere, alla periferia del comune di Santa Rita, la maggior parte delle famiglie vive in piccole abitazioni insalubri, senza rete fognaria e con grandi difficoltà di approvvigionamento d’acqua. Moisés è un ragazzino di 12 anni. Frequenta il nostro Progetto che, naturalmente, in questi giorni, non sta funzionando. Vive in una casa molto piccola, dividendo lo spazio con sei fratelli e i genitori. In tutto sono 9 persone. È difficile restare tutta una giornata chiuso in uno spazio così ridotto e così affollato. Per questo si fa fatica a tenere i bambini a casa. Le condizioni igieniche sono precarie. Tutti camminano scalzi o con i chinelos, le ciabatte da spiaggia. Siamo in piena epoca delle piogge. C’è molta muffa nelle case. Le strade non sono asfaltate. Ci sono grandi pozze d’acqua dappertutto. C’è anche molto fango. Il rischio di contagio è molto grande senza dimenticare le altre malattie che colpiscono la gente in questo periodo, come la dengue e le altre patologie provocate dalle zanzare che in questa stagione infestano l’ambiente.

Oltre ai problemi strutturali subentrano quelli economici. La maggior parte delle persone sopravvive di attività legate all’economia informale. Molti sono “catadores” cioè raccoglitori di materiali riciclabili, o venditori ambulanti. Nena abita accanto alla nostra casa. Da anni esce tutti i giorni con il suo carretto per rovistare tra i rifiuti e separare tutto ciò che può essere riciclato. Attualmente presiede la nostra Cooperativa che da alcuni anni ha dato dignità a questi uomini e donne. Per paura del contagio non sta lavorando, ma deve pur mangiare. Con l’isolamento sociale questi lavoratori hanno perso la loro unica fonte di guadagno. Nena freme dalla voglia di uscire per mantenere la sua famiglia. Si fa fatica a trattenerla in casa. Non è stata la pandemia a creare queste situazioni di miseria. Le ha trovate ben radicate nella nostra struttura sociale e le ha portate alla ribalta con più intensità, ricordandoci le endemiche ingiustizie socioeconomiche che, prima ancora del covid-19, generano esclusione e morte. I poveri, ancora una volta, pagano il prezzo più alto. Il loro destino è come un tiro alla fune tesa tra il pericolo del contagio fuori casa e il rischio di morire di fame se rimangono in casa.

Il governo federale ha deciso di destinare alle famiglie povere un aiuto economico di tre rate mensili di 600 reali che, al cambio attuale, corrispondono a circa 110 euro. Per ottenere questo contributo bisogna fare un’iscrizione on line, ma tra i poveri ci sono molte persone che non sanno né leggere né scrivere e non hanno accesso a internet. Per cui si sono formate file interminabili davanti alle agenzie della Cassa Economica Federale che è la banca statale responsabile del pagamento. Noi abbiamo dovuto creare, nei nostri spazi, dei centri di sostegno a queste persone affinché riuscissero ad iscriversi e ad ottenere questo beneficio.

Per proteggere la gente, ci siamo dati da fare per raccogliere e distribuire viveri e prodotti per l’igiene. Fino ad oggi abbiamo raccolto e distribuito 30 tonnellate di viveri. Oltre 500 famiglie stanno ricevendo un pacco di viveri ogni 15 giorni. Per questa campagna contiamo sull’aiuto di benefattori italiani e brasiliani.

Per continuare ad assistere i 160 bambini e adolescenti che ogni giorno frequentano il Progetto Legal, abbiamo creato un programma chiamato “Lontano dagli occhi, ma vicini al cuore”. Attraverso un gruppo di WhatsApp che riunisce tutte le famiglie, diffondiamo attività pedagogiche e diamo assistenza sociale, psicologica e giuridica. Abbiamo anche creato un canale You-Tube dove sono disponibili tutti i nostri video. Ogni 15 giorni distribuiamo un pacco di viveri e un foglio di attività scolastiche per sostituire la scuola che è chiusa. La pandemia, tra le tante sfide, ha fatto emergere anche il fenomeno dell’esclusione digitale. La maggior parte delle nostre famiglie possiedono solo un vecchio cellulare collegato a Internet solo quando hanno soldi per caricare la scheda.

Tutta questa rete di solidarietà coinvolge le attività che noi Comboniani da anni realizziamo in questa comunità di Santa Rita nel Nord-est brasiliano, attraverso il Centro di Difesa dei Diritti Umani Mons. Oscar Romero, la Cooperativa di catadores e il Progetto Legal.

Anche la RETE AICA, nel comune di Serra, nello stato dello Spirito Santo, che ho fondato nel 2000 e continuo a seguire, sta portando avanti un programma di assistenza on-line e sta realizzando campagne di raccolta di viveri e prodotti per l’igiene per aiutare le famiglie degli oltre 1.600 bambini, adolescenti e giovani assistiti dai nostri progetti. In quella regione si contano più di mille morti.

Per determinazione delle autorità locali, le attività ecclesiali avvengono soltanto on-line. Anche in questo caso abbiamo creato un canale You-tube per poter trasmettere le celebrazioni. Sabato scorso (13/06) abbiamo celebrato la festa della nostra Parrocchia, dedicata a Sant’Antonio, ricordando, soprattutto il suo amore per i più poveri. Il prossimo venerdì celebreremo, sempre on-line, la festa del Sacro Cuore di Gesù, cara alla spiritualità comboniana. Chiediamo a Gesù, Pastore Buono, la Grazia di donarci come Lui al popolo che ci è stato affidato.

Nonostante la pandemia, sto seguendo le carceri minorili realizzando una visita ogni 15 giorni, rispettando tutte le norme sanitarie per evitare di portare il virus all’interno delle strutture. Tutte le visite ai familiari sono state sospese. Durante la mia visita, distribuisco ai ragazzi prodotti per l’igiene personale e cerco di dire una parola di conforto. A João Pessoa, ci sono circa 200 ragazzi divisi in quattro strutture. I contagiati sono separati e isolati per fare la quarantena, ma, grazie a Dio, fino ad ora non c’è stato nessun caso grave.

Jefferson, un ragazzino del Progetto, di soli 12 anni, durante la distribuzione dell’ultimo pacco di viveri, mi ha detto che non vede l’ora che passi la pandemia perché ha molta nostalgia del Progetto, ma soprattutto perché non vuole più vedere il suo papà piangere di nascosto perché non può lavorare e portare a casa qualcosa da mangiare. “Raccogliere cartoni - mi ha detto – è più dignitoso che fare una fila enorme davanti allo sportello di una banca e umiliarsi per ricevere l’elemosina del governo federale, mentre si danno tanti soldi per soccorrere le banche, aiutare grandi imprese, comprare armi e, peggio ancora, per arricchire i politici corrotti”.

Jefferson ha ragione. Pur essendo piccolo, comincia a capire come funziona il mondo. Il Covid-19 è una terribile peste, ma può aiutarci ad aprire gli occhi e, soprattutto, il cuore. Affrontato con la collaborazione di tutti e neutralizzato dalla solidarietà, può aiutarci a metterci in salvo da un’economia e da comportamenti che minacciano la vita, producono esclusioni, distruggono l’ambiente e generano miseria. Devo confessarvi che Jefferson mi ha riempito di orgoglio. Nelle sue parole ho ritrovato la saggezza che manca a tanti adulti, soprattutto a coloro che occupano posti importanti nella società e sono chiamati a prendere decisioni in favore del bene comune. Non abbiamo alternative. Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo decidere di prenderci cura effettivamente gli uni degli altri e tutti del pianeta. Se continuiamo a vivere come stiamo facendo, finiremo per distruggere la terra e provocare la nostra irrimediabile fine. Spero che questo momento difficile ci faccia ripensare ai nostri stili di vita.

Ringrazio tutti coloro che si stanno prodigando per aiutarci. Dio ricompensi tutti con la sua benedizione. Pregate per noi. Speriamo che passi subito.

Dio dica bene di tutti noi.

P. Saverio Paolillo
Missionario Comboniano
Santa Rita - Brasile