Lunedì 6 luglio 2020
Il 2015 è l’anno dell’esplosione a 1,8 milioni di “attraversamenti irregolari delle frontiere” europee e della definitiva chiusura della “Fortezza”. Gli arrivi dal mare superano quota 1 milione. [In allegato, vedi il “Dossier Balcani” giugno 2020, della Rete Diritti in Movimento. Hanno contribuito: Matteo Astuti, Caterina Bove, Anna Brambilla, Anna Clementi, Duccio Facchini, Carlotta Giordani, Silvia Maraone, Paolo Pignocchi, Diego Saccora, Ivana Stojanova]. (
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“Dossier Balcani” giugno 2020, della Rete Diritti in Movimento.

INTRODUZIONE

Il 2015, l’anno chiave della “rotta balcanica”

Il 5 settembre 2015 veniva ritrovato sulle spiagge turche il corpo senza vita di Alan Kurdi, bimbo curdo-siriano di tre anni. Era finito in mare nel tentativo di raggiungere le isole greche. Non era il primo annegamento di quell’anno: il 18 aprile infatti almeno 700 persone erano morte in un naufragio al largo di Lampedusa.

Dall’8 settembre 2015 centinaia di migliaia di persone -prevalentemente provenienti da Siria, Iraq e Afghanistan- sono arrivate in Europa attraversando i Paesi balcanici ed influendo sulla morfologia e sui confini di questi territori.

Ad ottobre 2015 – sotto la guida dell’allora presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker – si sono riuniti a Bruxelles rappresentanti di Unhcr e Frontex oltre ai leader di Albania, Austria, Bulgaria, Croazia, Macedonia, Germania, Grecia, Ungheria, Romania, Serbia e Slovenia, per discutere la gestione congiunta della rotta migratoria dei Balcani occidentali, il rafforzamento dei controlli alle frontiere, la creazione di un sistema “hotspot” coordinato tra i diversi Paesi.

In poco tempo, lungo questo corridoio militarmente monitorato e di fatto legalizzato, sono sorti campi profughi di transito, stazioni dei treni ad hoc, centri di distribuzione di cibo e vestiario, cliniche mediche. Oltre al supporto fornito dalle organizzazioni non governative, fondamentale è stata la mobilitazione della società civile locale e internazionale in solidarietà con le persone migranti.

Dal novembre 2015 il passaggio attraverso le frontiere è reso sempre più difficoltoso. A iniziare dalla Macedonia fino a salire verso il centro dell’Europa, la strada è sbarrata per chi non può dimostrare di essere siriano, iracheno o afghano. A ridosso del confine macedone di Gevgelija, in territorio greco si crea il primo embrione di quello che diverrà poi il “campo dei campi”, il simbolo della vergogna dell’Unione europea: Idomeni, sgomberato a partire da metà 2016.

Alla fine del 2015 le statistiche dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) diranno che in Grecia – l’inizio della rotta – sono arrivate 911mila persone, di cui mezzo milione di siriani, 210mila afghani, 90mila iracheni.

A marzo 2016, si materializza ciò che per mesi era stato solo dichiarato ma mai reso concreto negli atti: si chiudono nuovamente le frontiere. Il canale legalizzato, economico e tutelante viene interrotto. In virtù dell’impropriamente detto “accordo” tra Unione europea e Turchia, i confini degli Stati lungo la rotta balcanica vengono definitivamente resi invalicabili e il viaggio verso l’Europa torna a essere più pericoloso e costoso, anche in termini di vite umane. Circa 60mila persone restano bloccate dentro i Paesi balcanici (50mila solo in Grecia). Si pongono le basi per ciò che si verificherà più avanti: un’ulteriore esternalizzazione della gestione dei flussi migratori e del controllo delle frontiere esterne dell’Unione europea, nuovi provvedimenti interni attuati dai diversi Stati membri dell’Ue e accordi con i Paesi dei Balcani. Contro i diritti delle persone.

La rotta, le rotte

Quella balcanica non è l’unica via diretta in Europa. Per mare o per terra sono migliaia le persone che in questi anni hanno attraversato (o tentato di farlo) le frontiere dell'Unione europea.