Lunedì 6 luglio 2020
Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, la lettera di don Silvano Daldosso, missionario veronese nella diocesi di Nacala, in Mozambico. Il racconto dell’emergenza umanitaria causata dall’aumento degli attacchi jihadisti nella provincia di Cabo Delgado. [Testo:
Nigrizia. Nella foto, chiesa di Mocímboa da Praia distrutta in un attacco di gruppi armati]

Militari di pattuglia nella provincia di Cabo Delgado (Credit: guardian.ng).

Carissimi amici,
la pandemia Covid-19 ci ha ribaltato dentro e fuori come dei calzini e forse possiamo dire: “meno male!”. Qui in Mozambico siamo ancora in piena quarantena e al terzo mese di isolamento. I casi sono molto pochi rispetto all’Italia, ma in continuo aumento. Il coronavirus però non è la nostra più grande preoccupazione in questo momento, perché c’è un male più grande che sta mietendo molte più vittime della pandemia e in un modo molto più crudele.

Ci troviamo davanti a un dramma umanitario che ci fa sentire tutto il peso di una umanità ferita, maltrattata e spinta alla fuga.

L’attuale emergenza in cui la nostra diocesi di Nacala si trova, ha origine nell’impennata di violenza nella provincia di Cabo Delgado, il cui confine si trova appena a 70 km dalla mia missione. Da circa 3 anni la gente vive quotidianamente sotto la minaccia del fondamentalismo islamico che ha come obbiettivo il creare la Provincia dell’Africa Centrale, dentro quello che è definito lo Stato Islamico.

Si tratta di un fondamentalismo importato da Somalia, Uganda e Kenya e che ora sta arruolando tra le sue fila anche molti mozambicani che vengono convinti a suon di quattrini. Le persone che vi aderiscono ricevono soldi, lavaggio del cervello e addestramento.

Si fanno convinti che la vera religione è l’Islam fondamentalista (anche quello moderato è rifiutato!) e che l’unica forma di riscatto e di trovare giustizia in un paese fortemente corrotto è farne parte. Le persone sentono di essere dei liberatori inviati da Dio col compito di ripulire tutto quello che il mondo occidentale ha traviato e inquinato.  

Il bollettino di guerra da mesi è sempre lo stesso: attacchi a villaggi, incendi di case e campi, decapitazioni, sgozzamenti, morti, morti, morti… tanti, troppi! Sono circa tre anni che si continua così ma come sempre nessuno ne parla, nessuno interviene. Lo stesso governo mozambicano non sa che pesci pigliare.

All’inizio è stata messa in campo la polizia locale, poi l’esercito, infine le forze speciali dell’esercito. Sforzi vani!

gruppi armati sono di cellule difficili da individuare, un nemico invisibile: non c’è una divisa a cui sparare e usano la tattica della guerriglia, e questo rende difficile sapere dove e quando attaccheranno. Si muovono in piccoli gruppi (cellule appunto), ognuno di essi autonomo, e rendono Cabo Delgado un labirinto minato.

Il governo negli ultimi periodi è ricorso a risposte armate “non ufficiali”, dapprima con mercenari russi e poi con quelli sudafricani. Purtroppo il risultato non cambia: la gente muore!

Negli ultimi mesi il fenomeno è sfuggito di mano e cresce a dismisura. Ora gli attacchi non sono più rivolti a piccoli e sperduti villaggi, ma a grossi centri abitati (sedi di distretto) fino ad arrivare a soli 30 km da Pemba, cittadina capoluogo della provincia, dove i fondamentalisti sono stati respinti dai mercenari sudafricani.

Migliaia di persone stanno fuggendo dalle loro case abbandonando il poco che avevano. Si scappa nella boscaglia, ci si nasconde, chi ha qualche spicciolo in tasca prende un mezzo di trasporto e scappa più lontano possibile da questo terrore che non guarda in faccia né alle donne né ai bambini.

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), a febbraio c’erano già 100mila persone sfollate, ma oggi sappiamo essere molte di più, sicuramente più di 200mila.

Solo dall’inizio dell’anno, ci sono stati 28 attacchi in 11 dei 16 distretti amministrativi che compongono la regione, che è una delle meno sviluppate del Mozambico, nonostante sia molto ricca di risorse naturali (si trova qui uno dei più grandi giacimenti al mondo di gas naturale, oltre che miniere di rubini…).

Alcune di queste persone, bambini, ragazzi e donne, fuggono nella savana, dormono all’aperto e oltre a non avere da mangiare, hanno un accesso molto limitato all’acqua potabile, vivendo in condizioni che mettono a rischio anche la loro salute.

Ma l’esodo degli sfollati si allarga a macchia d’olio, oltrepassando i confini della provincia di Cabo Delgado. Circa 1.500 sono già arrivati nella città di Nampula, capoluogo della nostra provincia. Altri 500 circa sono in due distretti che distano rispettivamente 60 km e 130 km da me e che appartengono al territorio della diocesi di Nacala. I numeri cambiano di continuo e il fenomeno è destinato a crescere.

La gente che sta arrivando da noi e che è riuscita a fuggire, è testimone di omicidi, mutilazioni, torture e case in fiamme, insieme a piantagioni e attività commerciali. Il governo non ha nessun piano di emergenza e gli sfollati sono ora ospitati in famiglie.

Nella stessa capanna di paglia che ospita normalmente 8/9 persone già in condizioni precarie, se ne aggiungono altrettante, così ora 18/20 persone vivono nella stessa capanna in condizioni alimentari, igieniche e sanitarie insufficienti.

La stagione del raccolto quest’anno è stata molto povera, soprattutto di fagioli quindi il cibo nelle case è anche meno del solito. In casa non c’è spazio, l’acqua non basta, la latrina (dove c’è) ha costantemente la fila. Le pentole e i piatti non sono sufficienti, non esistono coperte per tutti e si dorme ammucchiati come cani.

In attesa che i grandi della terra facciano delle scelte in qualche comodo ufficio con sedie di pelle e deumidificatore, per respirare aria più leggera delle loro coscienze, la nostra diocesi e le parrocchie si sono mosse.

La gente qui non celebra l’Eucarestia da mesi ma la vive tutti i giorni! Le famiglie aprono le porte di case senza porte e dividono il poco che hanno. L’ospitalità si dà sempre e comunque, è sacra. Non importa se chi arriva è terrorizzato, affamato, forse ammalato di Covid-19 o un potenziale fondamentalista islamico infiltrato, si accoglie sempre. La gente offre soldi, manciate di prodotti, un po’ di zucchero… tutto fa Eucarestia!

Le commissioni sociali della diocesi (Caritas, Giustizia e Pace, Migranti e Sfollati) si sono messe all’opera e mostrano tutta la bellezza del Vangelo vissuto. Arrivano gli appelli alle nostre povere missioni e raschiamo il fondo di un barile di una situazione economica fin troppo spremuta. Raccogliamo riso, farina, zucchero, sapone e mandiamo tutto alla Caritas… poi il Signore penserà anche a noi.

Giorni fa si sono realizzati due incontri con le amministrazioni locali dei distretti in cui sono ospitati gli sfollati. La diocesi cerca di scuotere il governo e sta spingendo perché ci sia collaborazione. Stiamo presentando un piano di emergenza ad alcune organizzazioni internazionali che si sono dimostrate disponibili ad aiutare, ma per tutto questo servono i tempi della burocrazia. Due settimane, forse tre, ma la gente non può aspettare per mangiare!

Ogni briciola di cibo allunga la vita di tante persone fino all’intervento di questi aiuti esterni. Si sta pensando di allestire un campo per alleggerire le famiglie che ospitano gli sfollati. Insieme governo e Chiesa siamo stati a vedere lo spazio, a valutarlo. Si lavora insieme ed è difficile ma bello!

Le nostre catechesi, pastorale, formazioni, messe sono ferme da tre mesi per la pandemia, ma non per questo non siamo Chiesa: ora è il tempo della Carità che rende autentica l’Eucarestia che celebreremo domani. Pregate per tutto questo Corpo di Cristo martoriato e in fuga!
[
Nigrizia]