Il nuovo governo è frutto degli accordi di pace firmati ad ottobre con la maggior parte dei gruppi armati. Un esecutivo transitorio che si colloca in un contesto estremamente delicato e non avrà vita facile. In audio il commento di una fonte di Nigrizia a Khartoum. [Nella foto: Il primo ministro sudanese Abdallah Hamdok il giorno del suo giuramento, il 21 agosto 2019 (newscentral.africa)]

Il 10 febbraio, è entrato in carica a Khartoum un nuovo governo, il secondo di questo lungo periodo di transizione dopo la caduta del regime del Partito del congresso nazionale (National congress party, Ncp) guidato dal deposto presidente Omar El-Bashir. I ministri hanno giurato alla presenza del presidente del Consiglio sovrano, generale Abdel Fattah al-Burhan, del primo ministro Abdallah Hamdok, e della presidente della Corte Suprema, Nemat Abdallah Mohamed Khair. Il 16 febbraio riceverà la fiducia dal Consiglio dei partner del periodo di transizione che sostituisce l’assemblea legislativa, non ancora nominata.

La formazione di un nuovo governo era prevista dagli accordi di pace firmati a Juba lo scorso ottobre con i gruppi di opposizione armata con cui erano stati concordati i posti loro spettanti nelle istituzioni provvisorie, che termineranno il loro compito dopo lo svolgimento di regolari elezioni. Nella conferenza stampa di presentazione del nuovo esecutivo, il primo ministro ha annuciato anche la nomina dei nuovi governatori, entro il 15 febbraio, e dell’assemblea legislativa, entro il 25 febbraio. Anche le cariche in queste istituzioni chiave per la stabilità del paese e la transizione democratica saranno assegnate in base agli accordi raggiunti a Juba.

Nel nuovo governo siederanno 25 ministri. I posti sono stati assegnati con un metodo degno del nostro manuale Cercelli, secondo quote concordate per garantire innanzitutto la rappresentanza e il peso dei diversi attori che hanno avuto un ruolo nella caduta del precedente regime. Hambok ha però garantito che la selezione è avvenuta in base alle capacità e alle competenze. In effetti, anche il più chiacchierato, Gibril Ibrahim, presidente del movimento armato darfuriano Jem (Justice and equality movement) cui è stato affidato il ministero chiave dell’Economia, sembra avere le carte in regola. Dopo aver studiato all’università di Khartoum, ha conseguito un master e un dottorato di ricerca in scienze economiche in Giappone. Per 6 anni ha inoltre ricoperto la carica di consigliere economico del movimento, di cui era presidente il fratello.  

Pochissimi dei ministri in carica finora hanno mantenuto il proprio posto. Sono stati confermati solo il generale maggiore Yasin Ibrahim alla Difesa, Intisar Seghiroun all’Educazione superiore, Nasreldin Abdelbari alla Giustizia e Yasir Abbas all’Irrigazione e Risorse idriche, responsabile cioè del difficile negoziato sulle acque del Nilo con l’Etiopia e l’Egitto. Rimane saldamente nelle mani dei militari anche il ministero degli Interni, con la giurisdizione su tutti gli apparati di sicurezza.

Entrano nella compagine di governo diverse figure di peso nel contesto sociale e politico del paese. Come, ad esempio, Maryam al Sadig al Mahdi, che è la nuova ministra degli Esteri. Maryam è copresidente dell’Umma Party, probabilmente il partito di maggioranza relativa in Sudan, e figlia di Sadiq al Madhi, per tutta la vita tra i più influenti politici sudanesi, recentemente morto a causa del Covid-19. E’ perciò una diretta discendente del Madhi, figura messianica che condusse nella regione una guerra anticoloniale alla fine dell’Ottocento, e dunque appartiene ad una delle più importanti e rispettate famiglie sudanesi.

Interessante anche la nomina di Buthaina Ibrahim Dinar, in quota Splm-N, ala Malik Aggar, a ministra degli Affari federali, altra posizione chiave perché sovrintende, almeno in teoria, ai rapporti tra il governo centrale e gli stati federali, cioè tra il centro e la periferia del paese, da sempre occasione di instabilità e spesso di vero e proprio conflitto. Nella conferenza stampa di presentazione del nuovo governo il primo ministro ha anche elencato gli aspetti chiave per lo sviluppo sociale, economico, politico e diplomatico del paese, su cui, nelle prossime settimane, verranno firmati dei documenti programmatici. Si tratta di definire una visione comune per lo sviluppo economico, la realizzazione degli accordi di pace di Juba, le relazioni estere, la giustizia e la struttura delle istituzioni civili e militari. Tutti campi estremamente complessi e delicati, che contribuiranno a definire i contorni e la collocazione internazionale del Sudan futuro.

Per quanto riguarda questioni più contingenti, Hamdok ha illustrato un programma stringente per i prossimi mesi. Al primo punto il raggiungimento di accordi di pace con i movimenti armati che non hanno firmato quelli di Juba, e in particolare l’Splm-N, ala Abdel Aziz al Hilu, che rappresenta le istanze dei Nuba, e il Slm di Abdel Wahid al Nur, che ancora ha la sua roccaforte nella zona del Jebel Marra, in Darfur.

Un altro dei settori chiave per la stabilità del paese è l’economia. Il nuovo governo lavorerà per la remissione del debito, che ammonta a 70 miliardi di dollari, e per favorire nuovi investimenti. 1,7 miliardi di dollari potrebbero presto venire dall’Agenzia internazionale per lo sviluppo. Ha inoltre annunciato che investirà 300 milioni di dollari per raddoppiare la produzione di petrolio e 260 per sviluppare la produzione e distribuzione di energia elettrica e per rimettere in sesto gli schemi irrigui, per sostenere la produzione agricola.

Certo il nuovo governo si colloca in un contesto estremamente delicato e non avrà vita facile. Il giuramento è addirittura stato rimandato a causa delle manifestazioni popolari in Darfur per i continui abusi di diverse milizie contro civili inermi. In altre zone del paese, invece, sono quasi quotidiane quelle contro il carovita e l’inflazione galoppante. Secondo notizie di intelligence, inoltre, il vecchio regime si starebbe riorganizzando, con qualche aggancio anche tra le forze che ne hanno provocato la caduta. Significative in proposito alcune dichiarazioni di Gibril Ibrahim del Jem, e di Minni Minawi, dell’altro movimento darfuriano che ha firmato gli accordi di Juba, il Slm, ala Minni Minawi, appunto.

Il file audio che segue, mandatoci da una nostra fonte a Khartoum protetta da anonimato, rende bene le preoccupazioni di un parte dei sudanesi.

[Bruna Sironi (da Nairobi, Kenya) – Nigrizia]