Martedì 24 settembre 2019
Il Papa ha benedetto i tentativi di pace nel Mozambico ferito dalla guerra. È rimasto scosso e turbato dall’estrema povertà di Antananarivo, capitale del Madagascar, ma anche colpito dalla gioia contagiosa della stessa gente che sopravvive nella miseria. E ha lodato il clima di integrazione che si respira a Mauritius. Francesco è volato nei tre Paesi africani tra il 4 e il 10 settembre 2019 per il suo 31° viaggio internazionale.

La notte è particolarmente buia per le strade di Maputo. Soprattutto in periferia. Ma la scarsa illuminazione non nasconde i segni del degrado, tra case, palazzi e negozi fatiscenti. Però, neanche l’entusiasmo dei mozambicani che si sono riversati a migliaia per le vie della capitale, formando sempre due ali di folla colorata, danzante e festante attorno alla papamobile. Francesco è arrivato in Mozambico innanzitutto per esprimere «vicinanza e solidarietà» alle vittime dei cicloni Idai e Kenneth, che a marzo e aprile hanno provocato più di 600 vittime. In più, mettendo in ginocchio l’economia del Paese, già piagato dalle violenze degli islamisti radicali Shabaab, da corruzione e disuguaglianze. Per questo il Pontefice, nel suo discorso alle autorità nel palazzo di «Ponta Vermelha», ha sollecitato «la necessaria ricostruzione».

Bergoglio è in Mozambico anche per «benedire» la pace. Il 6 agosto è stato firmato l’accordo tra governo e opposizione che ha interrotto le ostilità militari. La sigla integra e attua lo storico “Accordo generale” del 1992 sancito a Roma con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio – in particolare con il fondatore Andrea Riccardi – e del governo italiano: il patto aveva messo fine a una guerra civile che aveva mietuto un milione di morti. Per il papa la stretta di mano di agosto è «una pietra miliare, speriamo decisiva». Francesco invita a consolidare il processo di riconciliazione. In tutti questi anni, rievoca Bergoglio, «avete sperimentato che la ricerca della pace duratura – una missione che coinvolge tutti – richiede un lavoro duro, costante e senza sosta, poiché la pace è come un fiore fragile, che cerca di sbocciare tra le pietre della violenza», e occorre «che si continui ad affermare con determinazione ma senza fanatismo, con coraggio ma senza esaltazione, con tenacia ma in maniera intelligente».

Il pontefice incoraggia i 6mila giovani del meeting interreligioso al Pavillon Maxaquene a resistere «alla rassegnazione e all’ansia». Cita due celebri sportivi mozambicani come esempi di perseveranza: il calciatore Eusebio da Silva, soprannominato la «pantera nera» o la «perla nera», nato proprio a Maputo; e la mezzofondista Maria Mutola. «Ricordo un grande giocatore di queste terre che ha imparato a non rassegnarsi», lo descrive il papa. Eusebio (1942-2014), nonostante le difficoltà economiche e la morte prematura del padre, va avanti fino a diventare una stella del Benfica Lisbona e uno dei giocatori più importanti e famosi della storia del calcio mondiale. Mutola vince, al suo quarto tentativo, la medaglia d’oro negli 800 metri alle Olimpiadi di Sydney, in aggiunta a nove titoli mondiali, senza poi «dimenticare il suo popolo, le sue radici», ma continuando «a prendersi cura dei bambini bisognosi del Mozambico».

Bergoglio va tra i senzatetto della Casa Matteo 25. Le telecamere e le macchine fotografiche si fermano fuori la porta: il papa saluta individualmente alcuni ospiti, mentre un coro esclama «W Papa Francisco».

Non è impossibile combattere la piaga dell’Hiv. Nemmeno nell’Africa flagellata dall’Aids. Il papa lo dice nel Centro di cura del programma Dream della Comunità di Sant’Egidio a Zimpeto, periferia di Maputo. Qui «si dà alla luce la speranza». 

Poi, il Madagascar. Pala in mano, papa Francesco pianta un baobab, emblema della flora malgascia. È un gesto che ricorda la visita nell’isola africana, che ospita il 5% di tutte le specie animali e floreali conosciute. E simboleggia anche il richiamo che il Vescovo di Roma ha lanciato qualche minuto prima parlando alle autorità locali. Ma è stato un grido lanciato al mondo, di fronte anche a «rappresentanti della comunità internazionale»: bisogna difendere la biodiversità dalla deforestazione, che troppo spesso è «a vantaggio di pochi», e può «compromettere il futuro del pianeta». Ecco perché gli incendi come quelli che si stanno divorando l’Amazzonia sono una minaccia per l’intera umanità, evidenzia il papa. 

Percorrendo le vie della capitale vede con i propri occhi i bambini chinati a impastare mattoni tra le baracche e quelli più piccoli con lo sguardo perso e stremato e la mano tesa a sperare in qualche spicciolo dei passanti. Ecco che Francesco, nel suo intervento, chiede innanzitutto che la politica compia il suo dovere di proteggere i cittadini, «in particolare i più vulnerabili», promuovendo uno sviluppo dignitoso e giusto, cioè «integrale», e non solo economico. 

Poi, ricordando la ricchezza di risorse naturali dell’«Isola Rossa», come viene chiamata per la ricchezza di laterite, scandisce una serie di denunce: «Le foreste rimaste sono minacciate dagli incendi, dal bracconaggio, dal taglio incontrollato di legname prezioso». La biodiversità vegetale e animale è a rischio «a causa del contrabbando e delle esportazioni illegali». Francesco sa che, «per le popolazioni interessate, molte di queste attività che danneggiano l’ambiente assicurano per il momento la loro sopravvivenza». Perciò è decisivo «creare occupazioni e attività generatrici di reddito che siano rispettose dell’ambiente e aiutino le persone a uscire dalla povertà». In altri termini, «non può esserci un vero approccio ecologico senza una giustizia sociale» che possa garantire «il diritto alla destinazione comune dei beni della terra alle generazioni attuali e future».

Per il pontefice Mauritius è «un’oasi di pace. Il DNA del vostro popolo conserva la memoria di quei movimenti migratori che hanno portato i vostri antenati su questa isola e che li hanno anche condotti ad aprirsi alle differenze per integrarle e promuoverle in vista del bene di tutti». Lo afferma parlando alle autorità nella giornata di visita in mezzo all’Oceano Indiano. Ecco perché «vi incoraggio ad accettare la sfida dell’accoglienza e della protezione dei migranti che oggi vengono qui per trovare lavoro e, per molti di loro, migliori condizioni di vita per le loro famiglie». Continuando così sulla strada elogiata dal pontefice, che evidenzia «gli sforzi» dei mauriziani «per favorire l’incontro tra culture, civiltà e tradizioni religiose diverse», contribuendo in questo modo alla lotta contro ogni discriminazione. 

Sul volo di ritorno a Roma il papa svelerà: «Nelle strade dei tre paesi c’era il popolo. Autoconvocato. Danzavano sotto la pioggia ed erano felici. Gente che era arrivata a piedi, dal pomeriggio prima, e ha dormito lì. Volevano stare con il papa. Io mi sono sentito piccolissimo, davanti a questa grandiosità. E qual è il segno che un gruppo di gente è popolo? La gioia. C’erano dei poveri, c’era gente che non aveva mangiato quel pomeriggio, per stare lì, ma erano gioiosi».
Domenico Agasso jr
Vaticanista La Stampa e Coordinatore Vatican Insider