Giovedì 20 agosto 2020
I Paesi dell’Africa australe sono in allarme dopo che il 12 agosto un gruppo di uomini armati della «Provincia dell’Africa centrale dello Stato islamico» ha preso il controllo del porto di Mocimboa da Praia e ha sbaragliato l’esercito mozambicano. È la prima volta che gli insorti jihadisti presenti nella provincia di Cabo Delgado, al confine con la Tanzania, riescono a conquistare e mantenere un luogo così strategico.

Il 13 agosto il Ministro degli Esteri del Mozambico, Veronica Macamo, ha affermato che il Nord del Paese «affronta una minaccia di terrorismo violento ed estremismo che, se non contenuto, potrebbe diffondersi» in tutta l’Africa meridionale. La Southern African Development Community (SADC), che raggruppa 16 paesi tra cui Mozambico, Tanzania e Sud Africa, si è riunita il 17 agosto per discutere della situazione critica a Mocimboa da Praia. I capi di stato e di governo hanno preso l’impegno di sostenere il Mozambico nell’affrontare «terrorismo e attacchi violenti», senza però specificare come intendono procedere.

Le denunce del vescovo

La situazione estremamente critica nella provincia di Cabo Delgado è stata denunciata da mons. Luiz Fernando Lisboa, vescovo di Pemba. «L’impatto della crisi è fatale, ha colpito ogni provincia e tutti gli abitanti della provincia di Cabo Delgado», ha detto mons. Lisboa, affermando come siano oltre 250.000 gli sfollati sparsi in tutta la provincia che necessitano di assistenza. «Il nostro popolo ha urgente bisogno di pace perché questa crisi ha completamente destabilizzato la nostra provincia», ha affermato il vescovo, lanciando un appello «alla comunità internazionale affinché venga in nostro aiuto. Le persone hanno bisogno di solidarietà e oltre ad aiutare a porre fine alla crisi, dobbiamo nutrire tutti questi sfollati. Abbiamo bisogno di cibo, medicine, vestiti, coperte, tutto l’aiuto necessario per aiutare gli sfollati».

L’esercito mozambicano, presente in forze a Cabo Delgado, ma scarsamente equipaggiato, sta lottando per respingere i combattenti islamisti, anche con l’appoggio di mercenari russi e sudafricani. Fonti della Chiesa locale riferiscono che mons. Lisboa avrebbe in questi giorni denunciato anche gli eccessi delle forze armate mozambicane nella repressione dei jihadisti, con azioni che avrebbero coinvolto anche civili innocenti. Il vescovo avrebbe espresso la sua preoccupazione circa il fatto che le violenze commesse dalle forze armate starebbero creando reclute per gli insorti, alienandosi il supporto della popolazione locale.

Il presidente del Mozambico, Filipe Nyusi, trovandosi lo scorso 14 agosto a Pemba, ha avuto parole di denuncia per «quei mozambicani che, ben protetti, prendono alla leggera le sofferenze di coloro che li proteggono, compresi alcuni stranieri che scelgono liberamente di vivere in Mozambico ma che, in nome dei diritti umani, non rispettano il sacrificio di coloro che mantengono in piedi questa giovane patria, e proteggono il loro soggiorno a Cabo Delgado e in Mozambico in generale». Secondo diversi commentatori il presidente si sarebbe rivolto proprio al vescovo brasiliano della città.

Rischio destabilizzazione

Il porto di Mocimboa da Praia, conquistato dai guerriglieri, riveste un’importanza strategica per i piani di sviluppo economico del Mozambico. Il gruppo francese Total è impegnato nella costruzione di due impianti di estrazione di gas nella penisola di Afungi, 60 km a nord di Mocimboa da Praia. Insieme ad un altro progetto guidato dall’americana ExxoMobil, si devono investire nella regione quasi 60 miliardi di dollari (52 miliardi di euro), ma le compagnie dipendono dal porto di Mocimboa da Praia per gli approvvigionamenti.

La SADC deve «venire urgentemente in aiuto del Mozambico per arginare la violenta insurrezione», si legge in una nota diffusa dal centro studi sudafricano «Institute for Security Studies», nella quale si esortano i sedici Stati dell’Africa australe a intraprendere insieme una «azione decisiva che possa aiutare a porre fine alla crisi». Altrimenti, si legge ancora nella nota, la situazione della provincia potrebbe degenerare, assumendo proporzioni simili alle crisi di sicurezza nel Sahel, nel bacino del Lago Ciad e nel Corno d’Africa.
Settimananews
Cf. Agenzia FIDES, dispacci del 17-18 agosto 2020

Minacce di morte al pastore della diocesi di Pemba

Nessuno tocchi quel vescovo!

Luis Fernando Lisboa, vescovo della diocesi di Pemba, nella provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico.

Nigrizia esprime il suo sostegno a Luis Fernando Lisboa, minacciato dal governo mozambicano per aver ripetutamente denunciato quanto sta accadendo alla popolazione nella provincia di Cabo Delgado, ricca di petrolio e gas naturale, al centro di un’offensiva jihadista.

Luis Fernando Lisboa, vescovo della diocesi di Pemba, nella provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, è minacciato di morte. La sua gente vive in uno scenario di guerra dall’ottobre del 2017 quando gruppi di jihadisti armati hanno cominciato a fare incursioni nella regione, ricchissima di gas naturale e petrolio, provocando ad oggi oltre 250mila sfollati e oltre un migliaio di morti. Luis ha sempre denunciato questa situazione di guerra e gli interessi in gioco.

Intervistato da Nigrizia nel giugno scorso, spiega così l’intervento della chiesa: “Ci siamo mossi fin dai primi attacchi. In primo luogo, cercando di essere una voce che parla e che riporta in Mozambico e nel mondo quello che sta succedendo. Fin dall’inizio c’è stata una certa pressione affinché non si parlasse di Cabo Delgado. Ad esempio, alcuni giornalisti sono stati arrestati. La chiesa, invece, ha sempre cercato di parlare: deve essere come un altoparlante per chi non ha la possibilità o non ha il coraggio di parlare. Ma non c’è solo questo. La chiesa, attraverso la Caritas diocesana, sta aiutando la popolazione, soprattutto gli sfollati, con cibo, indumenti, medicinali, acqua e tende. Inoltre, durante tutto questo tempo, i missionari sono rimasti nelle zone di conflitto fino a che hanno potuto. Sono stati gli ultimi ad andarsene”.

Proprio a conseguenza della sua denuncia profetica, il vescovo è considerato un personaggio scomodo da chi ha interessi da difendere nella regione. In queste ultime settimane è stato calunniato sui giornali e minacciato sui social network. Ma la situazione è precipitata quando, il 15 agosto, il presidente della repubblica Filipe Nyusi, in visita alla regione, ha criticato l’atteggiamento di alcuni mozambicani e di certi stranieri che mancherebbero di rispetto alle forze di difesa del Mozambico:

“Mi dispiace per quei mozambicani che prendono alla leggera le sofferenze di chi li protegge, compresi alcuni stranieri che hanno scelto liberamente di vivere in Mozambico ma che, nel nome dei diritti umani, non rispettano il sacrificio di chi tiene alta questa giovane patria, e assicurano il loro soggiorno a Cabo Delgado e in Mozambico in generale”.

Queste parole hanno scatenato la rivolta contro il vescovo, di origine brasiliana, considerato l’obiettivo principale delle critiche presidenziali vista la sua posizione mai morbida nei confronti del governo, ma anche un fiume di solidarietà da parte di tantissime persone, di vari gruppi della società civile e associazioni religiose che hanno scritto un documento-petizione indirizzato al governo mozambicano, nel quale chiedono dialogo, rispetto della libertà di espressione dei cittadini, tanto nazionali quanto stranieri, e la responsabilità penale per coloro che sui social network incitano alla violenza, minacciando l’integrità fisica del vescovo.

Sull’onda di questa vicinanza e solidarietà anche Nigrizia sostiene il vescovo Luis, perché continui a rimanere al fianco dei poveri, difensore della causa della giustizia, fedele al Vangelo e alle linee guida di papa Francesco che ieri gli ha telefonato mostrando la sua prossimità personale, la sua attenzione e preghiera per la situazione di Cabo Delgado.
Nigrizia