2021: Anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile

Immagine

Mercoledì 3 marzo 2021
Nell’anno internazionale dedicato allo sradicamento della piaga del lavoro minorile, i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro, agenzia Onu, sono drammatici: 152 milioni di bambini e adolescenti in condizione di schiavitù o trasformati in lavoratori poveri. La pandemia è stata un formidabile acceleratore di diseguaglianze anche in questo. Chiuse le scuole, erose le entrate delle famiglie, i minori sono divisi in due gruppi: quelli che salgono sul treno digitale della didattica a distanza protetta dal reddito e quelli che devono procurarsi il pane da soli. [Foto: Bambini al lavoro nella Rd Congo (fairplanet.org)]

Il 2021, avvertono le Nazioni Unite, deve essere l’anno del cambio di passo sulla piaga dello sfruttamento dei bambini lavoratori. Sono ancora 152 milioni, ha comunicato l’Organizzazione internazionale del lavoro che fa capo all’Onu. E non inganni il fatto che in alcune Nazioni dei progressi si vedono, tanto che almeno 100 milioni di bambini sarebbero stati affrancati (sempre dato Oil) dalla deprivazione del diritto al futuro e allo sviluppo umano. È, infatti, scesa in campo, nel 2020, la pandemia a scavare le trincee fra due blocchi: quello dei garantiti e quello dei fragili.

I bambini lavoratori sono fra i più fragili dei fragili. La pandemia ha impoverito le famiglie, chiuso le scuole, tracciato il solco fra chi ha l’accesso al digitale e chi non l’ha. Il risultato è stato prima il precariato dei lavoretti e l’abbandono delle lezioni. La discesa verso lo sfruttamento e la perdita della condizione di essere umano con il diritto allo sviluppo, è stata, dunque, fatale. Anche nei Paesi sulla carta più ricchi.

In Italia, paese del G7, dove il lavoro minorile è proibito dal 1967, i dati pre-covid (secondo una ricerca della fondazione Di Vittorio, con Istat e Save the children) parlavano di 340.000 italiani al di sotto dei 16 anni in condizioni di sfruttamento. In attesa di dati più aggiornati che dovrebbe arrivare a giorni, è comunque certo che l’effetto pandemia sta aggravando la piaga. Senza risparmiare le ex classi medie delle zone industrializzate. E la perdita dell’accesso all’istruzione va di pari passo con l’accesso al mondo del lavoro nero.

Non solo. Secondo un rapporto di Save the children, diffuso oggi, la pandemia ha messo benzina sul fuoco del lavoro minorile come su quello dei matrimoni precoci delle bambine: due piaghe che hanno come anticamera la perdita del diritto all’istruzione. Il 2021, due anni fa, è stato dichiarato con risoluzione delle Nazioni Unite, anno internazionale per la lotta al lavoro minorile. E l’Organizzazione internazionale del lavoro dovrà mettere attorno ad un tavolo gli attori mondiali — governi, imprese, associazioni — sull’agenda che ne auspica la scomparsa entro il 2050 Un obiettivo strategico perla stabilità del mondo interconnesso.
[L’Osservatore Romano]

2021: Anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile
Bambini lavoratori nel mondo:
quasi la metà sono in Africa

Nel mondo si calcola ci siano 152 milioni di bambini costretti a lavorare, 72.1 milioni solo nel continente africano. Di questi, 31 milioni e mezzo sono impiegati in lavori pesanti e pericolosi. E la loro condizione con la pandemia non è certo migliorata.

(Fotogramma)

È possibile sconfiggere per sempre il lavoro minorile? Nessuno può rispondere di sì senza peccare di ingenuità. Di certo bisogna provare a limitare il problema e i danni che questo provoca in intere generazioni di bambini e ragazze in tutto il mondo.

Per alzare l’interesse sul tema e mobilitare organizzazioni e stati ad azioni per contrastare il fenomeno, l’Onu ha dichiarato il 2021 Anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile. Una decisione che tiene anche conto di un dato ormai chiaro: l’effetto dirompente della pandemia sulle economie – soprattutto le più fragili – e sulle categorie più vulnerabili.

Ad oggi si calcola che nel mondo ci siano 152 milioni di bambini impegnati nelle più diverse attività lavorative, di questi, 72.1 milioni solo in Africa (sono 62 milioni in Asia e area del Pacifico). Ma chiunque abbia frequentato un po’ più a lungo il continente africano considera addirittura questo dato sottostimato. Nei paesi africani è cosa assolutamente normale che un bambino svolga attività lavorative e questo non rappresenta uno scandalo.

Ovviamente parliamo dei piccoli lavori domestici che nelle aree rurali comprendono anche raccogliere l’acqua al pozzo o la legna nel bush. Lavori che sono considerati un modo per crescere, imparare ad ascoltare i grandi e a dare quell’indispensabile contributo che occorre nelle famiglie a bassissimo reddito. Oppure dei piccoli lavori nei campi o con il padre pescatore in alcune ore della giornata.

Lavori pesanti e pericolosi

Il problema sorge quando il lavoro – in alcuni casi anche pesante – occupa tutta la giornata del bambino togliendogli il diritto alla scuola e a quella speranza di miglioramento personale e sociale a cui la scuola potrebbe portare. C’è poi la questione dei lavori pesanti e pericolosi. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale per il lavoro (Ilo) solo in Africa vi sono impegnati 31.5 milioni di bambini.

Un fenomeno che, sempre secondo l’Ilo, nell’Africa sub-sahariana è andato crescendo anziché diminuire, tendenza invece dimostrata in altre aree del mondo. L’85% di questi bambini lavorano nel settore dell’agricoltura (che comprende anche la cura degli animali), l’11% nel settore dei servizi e il 4% nell’industria. La percentuale più alta di bambini lavoratori (59%) sono nella fascia di età compresa tra i 5 e gli 11 anni. Lavoro nella maggior parte dei casi non retribuito e il cui solo “premio” consiste in un piatto di cibo.

Già nel 2015 i leader mondiali sottoscrissero gli Obiettivi dello sviluppo sostenibile 2030.  L’intento? “Sradicare il lavoro forzato, porre fine alla schiavitù moderna e alla tratta di esseri umani e garantire il divieto e l’eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile, incluso il reclutamento e l’uso di bambini soldato, ed entro il 2025 porre fine al lavoro minorile in tutte le sue forme”.

Non è andata così, e non a causa della pandemia. L’economia che cambia, l’incremento demografico e altri fattori sarebbero i motivi che ostacolano gli sforzi dei governi per andare nella direzione giusta. Questo è quanto affermano i tecnici dei programmi di sviluppo. Certo, il momento è dei meno felici per combattere quella che in alcune società è un uso, un’abitudine ma anche una necessità.

Crisi del lavoro

La stessa Ilo pochi giorni fa ha lanciato un nuovo allarme: è crisi mondiale nel mondo del lavoro. Una crisi che è diretta conseguenza della pandemia ed è già quantificabile nei numeri: solo nel 2020 sono stati “cancellati” 255 milioni di posti di lavoro a tempo pieno.

Un dato incredibile che riguarda la situazione a livello globale e che va ad incidere soprattutto sulle giovani generazioni e mette a rischio la capacità di trovare lavoro per quelle persone che non hanno particolari competenze. È in queste situazioni che la necessità di sopravvivenza vince sulle questioni morali o sui buoni propositi delle agenzie internazionali.

Secondo il Global Employment Trends for Youth 2020 il tasso di disoccupazione in Africa sub-sahariana risulta più basso di quello in altre parti del mondo solo perché la disoccupazione non può essere misurata adeguatamente in un’economia ad alta informalità e con scadenti (o inesistenti) programmi di protezione sociale.

Dal 2018 al 2020 in Africa il tasso di disoccupazione (tenendo presente quanto appena detto) è sempre stato pari a poco più del 40% così come ha toccato punte del 40% il tasso estremo di povertà. È questa la situazione in cui verranno a trovarsi non solo i bambini e ragazzi che oggi frequentano la scuola, ma anche quelli che “collaborano” all’economia familiare.

Covid-19 e nuove povertà

È chiaro che l’obiettivo di sradicare il lavoro minorile deve concentrarsi su programmi che investano gli stati, le politiche del lavoro, programmi di formazione professionale e anche programmi sociali con le famiglie. L’obbligo di mandare i figli a scuola non può essere sentito come un dovere laddove manca il sostentamento di base, ma anche la speranza che le cose miglioreranno attraverso l’istruzione.

Senza alcun dubbio il Covid-19 ha peggiorato la situazione, soprattutto – dicevamo – per i più deboli. L’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato un allarme: circa 66 milioni di bambini si troveranno presto in una condizione di povertà estrema come risultato della pandemia, un numero enorme che andrà ad aggiungersi a quei 386 milioni che già vivono in questa condizione.

In questa situazione diluisce la soddisfazione derivante da altri numeri che affermano la riduzione negli anni di bambini costretti a lavorare. Un calo del 38% nell’ultima decade. Human Rights Watch, presenta una situazione sconcertante e parla di un crescendo nella violazione dei diritti umani nell’anno appena trascorso. E tra queste violazioni viene citato il lavoro minorile.

La chiusura forzata delle scuole, in alcuni casi anche per 10 mesi consecutivi, ha lasciato milioni di bambini senza istruzione, danneggiando in misura maggiore le bambine e le ragazze. Molti governi – ha denunciato l’organizzazione non governativa – non hanno fornito un’assistenza adeguata per attutire l’impatto della recessione economica che ha avuto un impatto sproporzionato su gruppi vulnerabili come migranti, minoranze e lavoratori a basso reddito, e ha peggiorato le sfide esistenti come il lavoro minorile, la povertà e la disuguaglianza Africa.

È su questo campo avvelenato che dovranno operare gli sforzi delle agenzie dell’Onu, delle organizzazioni partner e dei governi, per evitare l’espandersi di una generazione con il futuro già segnato.
[Antonella Sinopoli – Nigrizia]