Venerdì 5 marzo 2021
“Accogliendo l'invito della Repubblica d'Iraq e della Chiesa cattolica locale, papa Francesco compie un viaggio apostolico nel suddetto Paese dal 5 all'8 marzo 2021, visitando Baghdad, la Piana di Ur, legata alla memoria di Abramo, la città di Erbil, così come Mosul e Qaraqosh nella Piana di Ninive”. Sette i discorsi che saranno pronunciati dal Pontefice nei quattro giorni della storica visita. [
L'Osservatore Romano]

Il viaggio apostolico di Papa Francesco in Iraq, dal 5 all’8 marzo, è un segno importante dell’attenzione verso il mondo musulmano. È un viaggio/incontro significativo quello di Francesco, incontrare i fedeli musulmani sciiti e la martoriata comunità cristiana caldea di un paese, l’Iraq, sconvolto da anni di guerra, invasione straniera, frammentazione e fuga dei cristiani a causa del fondamentalismo jihadista islamico.

La visita di Francesco riveste inoltre un significato profondo alla luce delle divisioni storiche delle due espressioni dell’islam (la sunnita e la sciita). Con la prima il Vaticano ha sviluppato, nel corso di un tormentato cammino di conoscenza reciproca, una relazione che non esito a definire speciale, culminata nella firma congiunta di «Fraternità umana» da parte di Francesco e del Gran Mufti El Tayyeb. Il documento comune richiama i fedeli delle due religioni abramitiche a conoscersi, lavorare insieme per il bene comune dell’umanità.

Con gli sciiti le cose stanno diversamente a causa della geopolitica del «gioco» di potenza che alcune realtà regionali portano avanti causando sofferenza e paura. Non è immaginabile, almeno per ora, un avvicinamento, una comunanza d’idee su un progetto unitario come si è verificato con l’islam sunnita rappresentato dal Gran Mufti El Tayyeb.

Nonostante ciò, Francesco non poteva non rivolgersi alla comunità musulmana sciita dell’Iraq dove gli sconvolgimenti geopolitici di questi decenni, hanno prodotto una situazione drammatica. Se volgiamo il nostro sguardo ai cristiani caldei, non si può non essere ammirati per la loro fede, il loro martirio quotidiano, alle loro sofferenze causati da una interpretazione jihadista dell’islam, L’ammirazione non basta, non è sufficiente, forse è addirittura ipocrita, lontani come siamo dall’Iraq. Senza esagerare, penso che questo viaggio apostolico nel cuore di un paese martoriato, all’incontro dei fedeli delle religioni abramitiche, sia segno – in questa quaresima della pandemia – di vicinanza con chi soffre, di speranza, di vivere la propria fede sebbene declinata differentemente.

Essi sono elementi fondanti della dignità della persona, che sia in Iraq che qui da noi sconvolti come siamo dalla pandemia che ci impaurisce così tanto. Forse dovremmo avere l’umiltà di prestare attenzione a chi soffre materialmente/spiritualmente per ravvivare quella speranza nel Signore della Vita che non delude mai.
Fr. Enrico Gonzales y Reyero, comboniano

Sulle orme di Abramo

Papa Francesco prende e parte. Dopo 15 mesi di pausa forzata si alza, esce dal Vaticano e si dirige in Iraq, il viaggio che forse in modo più potente rappresenta il suo pontificato giunto all’ottavo anniversario. Sono infatti quasi otto anni che il Papa invita il popolo dei cattolici a realizzare una Chiesa “in uscita”. E questo viaggio, “sulle orme di Abramo” è l’incarnazione di una Chiesa che esce. Abramo è l’uomo che riceve la chiamata e l’ascolta sul serio, prontamente, senza tentennamenti o discussioni, prende quello che ha e si mette in cammino da Ur del Caldei verso “il paese che ti indicherò”. Con questo gesto il testo biblico dona al mondo qualcosa che prima non aveva: il futuro. E quindi la speranza. Nel mondo antico, impregnato dalla saggezza greca, il futuro non era molto frequentato, perché coincideva con il ritorno del passato. Il fato in modo ineluttabile tornava ruotando ciclicamente su se stesso: l’eterno ritorno dell’identico. Già il mondo latino segna un distacco rispetto a questa visione così intrisa di nostalgia: da Ulisse, l’eroe greco, si passa ad Enea di cui Virgilio canta l’avventuroso viaggio non verso la vecchia casa ma alla ricerca di una nuova terra da scoprire per poter ripartire. Enea con il padre e il figlio “sulle spalle” e la compagnia dei Lari e i Penati, la religione. Da Abramo, passando per Enea, il tema della promessa entra nel mondo e con esso anche l’idea di avvenire, di progresso, se vogliamo anche di “millenarismo”.

Questo passaggio dal mondo greco al mondo biblico è ben illustrato dalla riflessione del filosofo ebreo Emanuel Levinas nel testo che pubblichiamo qui di seguito, dedicato alle figure di Abramo e Ulisse, una buona lettura per accompagnare il viaggio del Papa che sta per cominciare. (A.M)

Un manifesti di papa Francesco fuori la chiesa cattolica caldea di San Giuseppe, distretto di Karada a Baghdad (Foto Ansa/Epa).

Ulisse parte. Abramo parte. Un viaggio e un esilio. L’uno con la speranza di ritorno, l’altro verso un’altra terra, una terra straniera che diventerà sua. Uno ritorna, l’altro non cessa di camminare. Uno a casa sua, l’altro altrove. Uno verso l’ambiente famigliare dell’isola natale, l’altro verso l’incognita di un paese di cui non è originario. L’uno e l’altro certamente trasformati dalla strada, la polvere, le prove e gli incontri. Tuttavia, il loro cammino può essere identico? Il primo fa l’esperienza del ritorno alle stesse cose, e il secondo l’esperienza di un’alterità infinita che, alla fine, non è tanto quella della meta quanto quella di Dio. Due partenze. Poi, un ritorno e una chiamata.

Non si valuta allo stesso modo quello che si è lasciato, né il cambiamento avuto lungo il cammino, rispetto a un ritorno o rispetto a Dio. Perché Abramo, più di Ulisse, richiama la figura del pellegrino? Il viaggio di Ulisse è circolare; egli ritorna a quello che conosce, ed è appagato da questo ritorno. Abramo è libero riguardo ai luoghi: qui o là, quello che importa è Colui che guida. Il cammino di Abramo è desiderio; non ha mai finito di lasciarsi sorprendere dall’inaudito di Dio, e non vuole un luogo dove fissare Dio. Il cammino di Abramo ci insegna che Dio stesso è nomade, giacché non si lascia delimitare da nessuna nostra parola o rappresentazione: non si può dire “eccolo qui” o “eccolo là”. Dio chiama altrove. Abramo è condotto al di là di quello che pensava, di quello che avrebbe potuto prevedere ascoltando la promessa che l’ha messo in cammino. Poiché Dio stesso è sempre ancora al di là di quanto scopriremo su di lui in tal luogo o in tale passaggio: Dio è sempre più grande.

Sui passi di Abramo, il cammino ci trasforma veramente se ci lasciamo condurre al di là delle nostre attese — buone o giuste che siano —. Se non cerchiamo di tornare al già conosciuto, né di ripetere quello che fu bello in altre occasioni. Partire è perdere, perdere senza aspettare un contraccambio, senza sapere quello che si troverà o che sarà dato. Osare di essere sconfitto, rischiare di perdersi, per lasciarsi plasmare da Colui che sorprende, piuttosto che preferire la comodità delle certezze, delle tracce segnate dalle boe.

Perdere ciò che si era previsto, lasciare quello che si conosce senza la volontà di tornare indietro: è forse la condizione necessaria per “guadagnare il mondo intero”: guadagnarlo non per sé, ma lasciarsi offrire da Colui che invia. Lasciarsi inviare, per esplorare la terra intera, per cercarvi, in ogni cosa, in ogni incontro, Colui che ha promesso la sua presenza su tutta la terra. Facendo eco alla promessa che mette in cammino Abramo, il pellegrino, oggi, ascolta l’appello di Gesù “ad andare per il mondo intero” amando questo mondo come lo ama Dio.

(Dal racconto Con o senza biglietto di ritorno del filosofo ebreo Emmanuel Levinas)
(L'Osservatore Romano)

Francesco a Baghdad

Un altro manifesti di papa Francesco fuori la chiesa cattolica caldea di San Giuseppe,
distretto di Karada a Baghdad (Foto Ansa/Epa).

Il viaggio di Francesco in Iraq arriva nel mezzo di improvvisi bombardamenti miliziani contro basi militari vicine a Baghdad, a pochi giorni dalla data fissata per indicare l’anniversario – il decimo – della rivoluzione siriana e a poche ore dalla drammatica denuncia del patriarca maronita, cardinale Beshara Rai, che in Libano è in atto un golpe strisciante. E siccome Libano, Siria e Iraq sono paesi intimamente legati nella sventura che li strazia, i fatti non possono essere separati. Sono tre paesi che oggi esistono sulla carta: domani non sappiamo, ma se esisteranno davvero si dovrà in buona parte a questo viaggio, il primo rivolto a tutti gli iracheni e nel nome della loro speranza: la comune e pari cittadinanza.

Geopolitica: nel centro degli interessi

Per renderci conto di dove stia per recarsi Francesco occorre tracciare sulla carta geografica una croce sul blocco euro-asiatico: il primo tratto di penna, quello verticale, unisce Mosca e lo stretto di Hormuz, lo sbocco oceanico del Golfo Persico. Il secondo tratto di penna, quello orizzontale, collega Teheran e Palermo, il centro del Mediterraneo.

Ecco, Francesco si reca nel punto geografico dove queste due linee si intersecano, dunque nel luogo cruciale di tutti gli appetiti, perché, chi controlla quel luogo, controlla il blocco euro-asiatico. Questo aiuta a capire perché molti abbiano definito il conflitto siriano e quello iracheno conflitti energetici e il conflitto libanese – paese che sta morendo nel silenzio del mondo – lo sbocco di tali conflitti proiettati sul Mare Nostrum e sull’ultimo scalo cosmopolita del Levante, Beirut.

La Russia, coinvolta in entrambi i conflitti, anela al suo accesso ai mari caldi come al controllo, che in parte ha ottenuto con l’intervento al fianco di Assad, dei porti del Mediterraneo. Grazie all’intervento in Siria ha già avuto la concessione di Tartous. Anche l’Iran ha le sue mire mediterranee e, grazie al conflitto siriano, ha ottenuto il controllo dell’altro porto siriano, Latakia, con enormi proprietà private a Damasco, oltre al controllo del governo di Beirut tramite Hezbollah.

Mosca ha poi firmato, per un prezzo assai contenuto, il PSA (Production Sharing Agreement) per l’estrazione e la commercializzazione dei fosfati siriani, i cui giacimenti sono tra i più importanti al mondo: fatto che è passato sotto silenzio del movimento pacifista, mentre la proposta statunitense di analoghi Production Sharing Agrement,con l’Iraq, dopo l’invasione del 2003, scatenò una giusta e veemente protesta mondiale, con l’accusa di colonialismo.

Iraq, Siria e Libano sono poi il terreno di potenziali pipe-line contrapposte, sognate dagli ex avversari di Assad – Qatar e Arabia Saudita – che volevano portare attraverso quei territori il loro greggio in Europa, come dell’Iran, che coltivava, e forse coltiva ancora, lo stesso sogno. Ma non basta questo per spiegare il coinvolgimento di tutti i grandi soggetti “imperiali” – quindi gli attori citati più la Turchia che si sogna erede dell’impero ottomano – nelle contese che da Beirut arrivano in Siria e in Iraq. Non basta perché, oltre al sottosuolo e alle mire che ispira, c’è il suolo e chi ci vive sopra.

La Siria

Il recente verdetto del processo di Coblenza, in Germania, dimostra e spiega perché i profughi siriani – oltre la metà dell’intera popolazione siriana tra sfollati interni e profughi scacciati all’estero – non possano tornare a casa loro e in buona parte stiano stipati nel morente Libano.

A Coblenza un agente del regime, riconosciuto per strada da una sua vittima, è stato condannato per complicità in crimini contro l’umanità compiuti dal sistema-Assad, che l’ex ambasciatore “at large” per i diritti umani dell’amministrazione Obama, Stephan Rapp, ha definito documentati, “in modo assai più preciso di quanto sia avvenuto per i gerarchi nazisti ai tempi di Norimberga”, in un’intervista accordata nei giorni trascorsi alla CBS.

Sono gli stessi tipi di crimini perpetrati in Iraq dai tempi di Saddam Hussein: uso di armi chimiche, ricorso sistematico a stupro e tortura. Il massacro chimico in Iraq toccò ai curdi, in Siria ai civili della Ghouta e non solo. Questi crimini dimostrano che il nazionalismo baathista e golpista di Assad e di Saddam intendeva il sottosuolo come ricchezza privata del regime, a prescindere dalle popolazioni.

Dopo il 2003 il quadro è peggiorato, non solo per l’invasione americana, ma anche perché la mitologia del ritiro (non di una vera ricostruzione) lasciò svanire il tardivo ma fruttuoso risultato dell’esperimento del generale Petraeus, che era riuscito a determinare l’insurrezione sunnita contro al Qaida. Si è aperta così la strada alla furia nichilista dell’Isis, espressione non solo della disperazione fanatica, ma anche della determinazione del regime siriano a non fare la fine del vicino iracheno, usando il jihadismo, volutamente infiltrato e manipolato, per impantanare gli americani in Iraq e continuare a legittimarsi agli occhi del mondo come “male minore”.

I fatti sono noti: nel 2003 Damasco creò delle rat-line per importare jihadisti da esportare in Iraq, destabilizzò il Libano con l’assassinio dell’ex premier Hariri nel 2005, con l’esecuzione materiale affidata ad Hezbollah (come nella sostanza confermato dalla recente sentenza del Tribunale Internazionale per il Libano), togliendo così ogni soggetto “moderato” al mondo sunnita. Con chi dialogare se restano in vita solo estremisti? La grande operazione irachena venne affidata all’uomo più importante dell’intelligence siriana, Ali Mamlouk. Il fronte della destabilizzazione andava da Beirut a Baghdad e così è ancora oggi.

Francesco e l’epicentro degli interessi

Francesco dunque va in Iraq, epicentro di questo terzo conflitto mondiale che vede presenti nel campo di battaglia siro-iracheno tutti i grandi attori mondiali (Stati Uniti, Cina, Russia, Arabia Saudita, Iran, Gran Bretagna, Francia). Ci arriva non come lo rappresentano le propagande estremiste dei due campi, cioè da anima dell’Occidente predatore, ma da costruttore della pace invocata dalle piazze da Beirut a Baghdad; il suo viaggio infatti è all’insegna di un motto rivoluzionario, “voi siete tutti fratelli”, dal vangelo secondo Matteo 23,8.

Dirlo nel luogo dove soffrono sunniti, sciiti, cristiani, yazidi, sabei, shabak, curdi, arabi rende evidente il valore globale dell’Iraq: tutti gli egemonismi, tutti gli imperialismi, tutti le allucinazioni apocalittiche, tutte le guerre esistenziali tra visioni totalizzanti vi si incontrano e si scontrano, mentre il motto evangelico di Francesco è semplicemente rivoluzionario, perché  le buca,  le sfida,  le mette tutte a nudo e spiega al mondo che il nichilismo dell’Isis non si combatte con pari odio uguale e contrario, ma con il suo opposto che lo priverebbe di ogni consenso: la fratellanza.

I nemici del messaggio del papa si uniscono invece in due sfide analoghe: l’imperialismo e il “pensiero apocalittico”, quello che univa, da sponde opposte, i capi miliziani khomeinisti, Soleimani e Nasrallah, e quelli sunniti, Bin Laden e al Baghdadi. Sono questi due virus diffusisi in tutte le grandi potenze che proprio nell’antica Mesopotamia hanno il luogo d’origine nel loro padre comune, Abramo, che unisce non nell’odio reciproco, ma, appunto, nella fratellanza dei diversi, voluti come tali dal “sapiente disegno di Dio”, come si legge nel Documento sulla Fratellanza Umana firmato ad Abu Dhabi.

Si ipotizzano qui, dunque, due livelli: uno imperiale e uno apocalittico, con il secondo che sovente è usato per servire il primo. Per capire dunque il viaggio di Francesco dobbiamo leggere tutte le spinte centripete, mesopotamo-centriche, che va a sfidare.

Islam apocalittico

Il primo, l’imperialismo, non ha a che fare con i musulmani, bensì con il sogno di conquista militare dell’islam. Diviso tra sunnismo e sciismo proprio nell’Iraq, dove il papa arriva e dove l’islam si è spezzato all’inizio della sua avventura umana nel sangue del Califfo Alì e poi di suo figlio Hussein – riferimenti fondanti degli sciiti uccisi dai fondatori della prima dinastia imperiale arabo-sunnita, gli Omayyadi, da quando i Saud si sono impossessati dei luoghi santi di Mecca e Medina, di cui il sovrano saudita ha assunto il titolo di “custode” in accordo con l’eresia puritana dei wahhabiti – Riyadh ha sognato di controllare politicamente l’islam usando il puritanesimo wahhabita come strumento di egemonia.

Dalla fine dei decisivi anni Settanta, a questo imperialismo si è opposto il khomeinismo, che ha imposto l’eresia teocratica per lanciare l’esportazione della rivoluzione fino al Mediterraneo. L’obiettivo è conquistare militarmente i territori dell’islam nel nome del ritorno all’imperialismo persiano e consumare così la vendetta contro la storia e la sconfitta di Ciro. In lotta contro il tempo, i khomeinisti credono solo nello spazio da conquistare per vendicarsi di Alessandro Magno e rifondare l’impero sassanide, da Tehran fino a Beirut e Il Cairo.

L’Iran khomeinista vuole conquistare militarmente l’islam definendo corrotti dall’Occidente i suoi leader arabi, ma in realtà riproponendo la visione safavide, la dinastia degli scià che per legittimarsi fece dello sciismo la religione di stato in Persia e mosse alla conquista di Baghdad anelando al Mediterraneo. Tutto questo passa attraverso le milizie legate ai pasdaran che militarizzano le comunità sciite in Iraq, in Siria, in Libano (nello Yemen), quali guardiani del “sogno” dell’imamato khomeinista.

La risposta dell’estremismo sunnita – wahhabita è stato l’Isis -, l’analogo contrario – che intende conquistare il sunnismo grazie all’urto frontale col mondo. È qui che i due opposti si dimostrano analoghi: per imporsi infatti diffondono lo stesso messaggio apocalittico che ha come primo nemico l’islam popolare, che non crede che il mondo sia l’inferno e quindi non sogna la sua fine che le milizie khomeiniste e dell’Isis invece offrono dicendo che la violenza e l’urto devastante con gli altri accelererà l’arrivo della battaglia finale che porterà la pace e la giustizia divina.

Come all’apocalisse ha fatto appello al-Baghdadi nel suo califfato, così fanno nella loro pubblicistica i khomeinisti. Il loro nemico principale è dunque l’islam popolare. É una visione che possiamo capire vista l’importanza del pensiero apocalittico.  É così che due grandi civiltà – la civiltà araba e quella persiana – oggi seminano campi profughi, in paesaggi di saccheggi e devastazioni, a cominciare da quelli in cui fanno vivere i loro figli.

Ovviamente questo islam apocalittico sa attrarre il nichilismo di masse disperate, che dopo decenni di vessazioni e miseria, dopo i gas usati dai “laici” Saddam e Assad, o dopo i tradimenti occidentali, possono riconoscere in quella violenza l’unica causa rimasta.

L’imperialismo sa usare questo nichilismo perché lo sa cinico, ma soprattutto senza radici nei suoi adepti preda del disperato, urgente bisogno di violenza. Ecco perché questi gruppi possono essere facilmente usati e convivere opportunisticamente in alleanza strumentale o in conflitto con gli altri imperialismi presenti, dai russi ai turchi, ai cinesi, agli statunitensi.

Musulmani e cristiani insieme per la pace

Ecco dove va Jorge Mario Bergoglio. Ecco perché sul suo motto si infrangono tutte le mire imperialiste: “siete tutti fratelli” è comprensibile ai sunniti, ridotti a paria dell’Iraq dalla follia assassina dell’Isis: è comprensibile anche agli sciiti, rivoltatisi in massa alle mire internazionali, anche in Iran, con le proteste di piazza del 2019/2020, perché non interessa di Soleimani, ma della pace, senza essere usati per eternizzare la miseria. In questo Paese che tutti considerano l’Eldorado energetico mondiale i disoccupati superano il 36%: tra i giovani il tasso supera il 50%, mentre il sistema bancario sta fallendo.

Cosa può fare in questo contesto il viaggio di pochi giorni di Francesco? La cosa più bella – il sogno – sarebbe un suo incontro con un farmacista, Ala Rikabi, lo sciita che le piazze irachene in protesta ferocemente repressa, hanno designato come loro primo ministro. Difficilmente potrà farlo, ma comunque avvierà un cambio di paradigma.

Non era scritto infatti da nessuna parte che il papa dovesse recarsi a Najaf, per incontrarvi l’ayatollah al Sistani. Questa grande autorità religiosa non ha mai piegato la testa davanti al golpe teologico khomeinista, alla sua idea teocratica che impone il potere dei Pasdaran e la supervisione religiosa alle decisioni parlamentari. Incontrando al Sistani, proprio come ha fatto al Cairo incontrando la principale autorità teologica sunnita, lo sceicco Ahmad al-Tayyeb, Francesco spezza il cerchio teocratico sciita come nel mondo sunnita ha spezzato quello cesaropapista andando da al-Tayyeb. Najaf, cuore storico e teologico dello sciismo, ritrova la sua centralità negletta da imperialismi disinteressati all’identità sciita.

La visita di Francesco a Najaf crea così le condizioni perché l’islam finalmente si accetti come religione plurale, pronta quindi a vivere e convivere in un mondo plurale. Lo ha fatto al Tayyeb, lo farà al-Sistani, tenace tutore della liberalità non teocratica sciita. Sarà quell’incontro il culmine del viaggio pontificio, che proietterà su tutti i soggetti, coinvolti nella depravata guerra irachena, l’immagine rivoluzionaria di Ur, la città di Abramo, il padre comune, l’amico di tutti, “l’amico di Dio”.

Allora capiremo anche noi che il cammino di Abramo, da Ur ad Hebron, sulle coste mediterranee, è un cammino spirituale ma anche una pista geostrategica. La Mesopotamia è il gate del Mediterraneo perché le pretese khomeiniste sono negate dalla geografia, che separa l’altopiano iranico dalla piana della Mesopotamia con i monti Zafgros. Quella piana è davvero un gate che non può essere consegnato a nessun impero, perché lì la pace è la pace mediterranea, che è una pace plurale e cosmopolita, per storia e per vocazione, a Beirut, come a Baghdad e Damasco.

Beirut agonizza infatti per la sua identità cosmopolita da prima della guerra civile. É questa l’essenza del golpe strisciante denunciato dal patriarca maronita. Tutto si tiene nell’inferno delle milizie, nemiche del Mediterraneo. Il viaggio di Francesco sfida tutto questo, con una forza che non si è mai vista prima. Gli attentati di queste ore dicono quanto tutti costoro temano il viaggio del papa della fratellanza.
[Riccardo Cristiano, giornalista e già corrispondente per la Rai dal Medio Oriente - Settimana News]

Papa Francesco nel mondo sciita
Mons. Coda (Sophia): “Una strategia di pace che non scarta nessuno”

(Foto ANSA/SIR)

Il teologo Coda, con una ricca esperienza di dialogo con l’islam sciita: “Il Papa segue una ispirazione che mostra di avere due qualità: la prima è la strategia della pace attraverso l’apertura gratuita e disarmata verso tutti che non ha di mira un tornaconto immediato, ma la testimonianza costruttiva del messaggio di fraternità che viene dal Vangelo. La seconda qualità è che questa strategia non scarta nessuno, apre tutte le porte. È vero che anche all’interno del mondo sciita ci sono sensibilità diverse. Se però tutte sono raggiunte dal messaggio di pace e fraternità del Papa, tutte possono essere sollecitate ad aprirsi a scenari di incontro e di costruzione di un mondo plasmato dalla fraternità universale”.

Il primo viaggio di un Papa in Iraq e il primo in un Paese a maggioranza sciita. Si tratta di una tappa importante perché “apre un canale di dialogo con la seconda confessione per quantità e anche per respiro mondiale presente nel mondo islamico dopo la più grande componente sunnita, di cui è espressione qualificata l’autorità morale dell’imam al-Tayyeb dell’università al-Azhar del Cairo”.

Mons. Piero Coda, coordinatore del Dipartimento di Teologia, Filosofia e Scienze Umane dell’Istituto universitario Sophia di Loppiano, membro della Commissione Teologica Internazionale, spiega le ragioni che spingono Papa Francesco ad aprire questa pagina nuova di dialogo con l’islam. Nel 2016 a Loppiano ha preso avvio un progetto di dialogo tra giovani studenti cristiani e musulmani della corrente sciita, pilotato da Coda e dal dott. Muhammad Shomali del Risalat Institut di Qom, che gli stessi protagonisti hanno voluto chiamare “Wings of Unity”. “L’islam sciita – spiega il teologo – getta le sue radici nell’identità più originaria dell’Islam ed ha come punto di riferimento la città di Najaf dove è sepolto Alì, considerato dalla tradizione sciita il primo imam e colui che ha preservato fedelmente l’eredità del Profeta. La visita di Papa Francesco alla città di Najaf e l’incontro previsto con il Grande Ayatollah al-Sistani costituiscono certamente l’inizio di un altro ponte di dialogo privilegiato con il mondo islamico”.

Mons. Piero Coda.

Non è facile aggirarsi in questi mondi grandi per dimensioni geografiche ma anche molto divisi al loro interno. Aprendo queste porte, quale strategia persegue Papa Francesco?

Segue una ispirazione precisa che getta le sue radici nel Vaticano II e che ha registrato un evento particolarmente significativo nel 1986 col grande incontro di preghiera delle religioni per la pace ad Assisi voluto da Giovanni Paolo II. Stiamo ora entrando in una fase nuova che implica un rapporto di riconoscimento reciproco e di collaborazione concreta nella logica della fraternità, della giustizia e della pace. Il papa segue una ispirazione che ha due qualità principali: la prima è la strategia della pace attraverso l’apertura gratuita e disarmata verso tutti. È la strategia di San Francesco nel suo incontro con il sultano in Terra Santa, che non ha di mira un tornaconto immediato, ma la testimonianza costruttiva del messaggio di fraternità che viene dal Vangelo. La seconda qualità è che questa strategia non scarta nessuno, apre tutte le porte, va incontro a tutti e quindi invita ad una riconciliazione anche tra le diverse anime che in questo caso attraversano il mondo islamico. È vero che anche all’interno del mondo sciita ci sono sensibilità diverse. Se però tutte sono raggiunte dal messaggio di pace del Papa, tutte possono concretamente aprirsi a scenari di incontro e di costruzione di un mondo plasmato dalla fraternità universale.

Questo viaggio si svolge nel cuore del Medio Oriente e in una terra bagnata dal sangue. Quanto Francesco e i suoi incontri con i grandi leader religiosi possono influire nello scenario geopolitico della Regione?

Sono un segnale forte che dice a chiare lettere che la speranza e l’impegno per la fraternità e la pace sono l’unica strategia vincente. È dal basso, dalla coscienza dei popoli, che deve nascere un moto spirituale in grado di ricostruire il tessuto di società che sono state martoriate dalla guerra e dall’odio. Credo anche che i gesti di dialogo e incontro messi in atto dal Papa possano essere un monito chiaro per chi gestisce i destini delle Nazioni affinché ci si renda conto che non è più possibile, è antistorico oltrechè disumano, cedere o addirittura promuovere la logica della guerra e dell’inimicizia, in fondo dettata da interessi di potere e di egemonia economica. Un monito a mettere da parte le armi, dunque, e ad armarsi di strumenti effettivi e lungimiranti di pace, di giustizia, di fraternità. È una vera e propria conversione quella a cui il Papa invita con il linguaggio di fraternità e prossimità che si fa parola nel suo viaggio. 

In questo contesto geopolitico, quanto sarà importante l’incontro delle religioni a Ur?

Ur dei Caldei è ricordata nel primo Libro della Bibbia come la terra d’origine di Abramo, da cui egli esce per andare nella terra di Canaan. Abramo si avventura in questo esodo perché ascolta la voce di Dio, puntando tutta la sua speranza e il suo impegno su quanto Dio gli promette: “si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce”. L’Iraq è patria di civiltà e Abramo è riconosciuto come padre nella fede dalle religioni che vengono appunto chiamate abramitiche: ebraismo, cristianesimo e islam. Tre fedi che riconoscono la loro prima radice nella fede di Abramo, quella di un’umanità che ascolta la voce di Dio e si mette in cammino.

Quindi, quale significato ha oggi ricordare a Ur la figura di Abramo?

Dio chiama ad uscire, e promette la nascita di un popolo segno e strumento di pace per tutti. Come alle origini della nostra storia, così anche oggi abbiamo bisogno di uomini e donne che sappiano ascoltare la voce di Dio che parla alla loro coscienza anche attraverso le tradizioni spirituali e religiose che vivono, e li invita a diventare costruttori di pace. Risalire all’indietro il corso della storia, andando a Ur, è un gesto profetico che guarda avanti e dice all’umanità di oggi: mettiamoci in ascolto insieme della chiamata di Dio alla fraternità e alla pace.
[M. Chiara Biagioni – SIR]