Venerdì 7 marzo 2014
“La missione inizia dalla misericordia; la missione proclama la misericordia e il metodo della missione è la misericordia”, scrive P. David Kinnear Glenday (nella foto), comboniano, sottolineando la vera fonte della missione. Il testo è una riflessione per il tempo quaresimale appena iniziato, che mette a confronto l’umanità peccatrice e la meravigliosa misericordia del Padre. P. Glenday è attualmente segretario generale dell’Unione dei Superiori Generali (USG) a Roma.

 

Card. Basil
Hume.

Siate misericordiosi,
come è misericordioso
il Padre vostro

(Lc 6,36)

Nell’ultimo quarto di secolo
scorso, la Chiesa nel Regno Unito è stata benedetta da un ottimo leader nella persona del card. Basil Hume, un monaco benedettino che fu abate della sua comunità prima di essere nominato, nel 1976, arcivescovo di Westminster. Il card. Hume passò a miglior vita nel 1999, due mesi dopo che gli era stato diagnosticato un tumore all’intestino. Fece un buon uso di quegli ultimi due mesi, tanto che si preoccupò anche del suo funerale: le persone da invitare, la musica che desiderava, il luogo in cui voleva essere sepolto nella sua cattedrale, le orazioni e le letture per la sua Messa da Requiem. Scelse anche chi doveva fare l’omelia, il vescovo e caro amico John Crowley, a cui chiese in modo particolare di spiegare la sua scelta del brano evangelico per la messa, che sarebbe apparsa inusuale per un funerale – la parabola del fariseo e del pubblicano di Lc 18, 9-14.

«Quando sono diventato abate – disse il cardinale al suo amico – e ancora di più quando sono diventato arcivescovo e cardinale, ero solito chiedere a Dio: fammi diventare un buon abate, un buon vescovo, concedimi di diventare un buon cardinale. E ora che mi rendo conto di dover incontrare il Padre faccia a faccia, mi rendo conto che questa preghiera, benché a suo modo bella e sincera, non è la preghiera che egli desidera sentire da me. No, la preghiera che è veramente musica agli orecchi del Padre è un’altra, ed è questa: o Dio, abbia pietà di me peccatore. Quelle – concludeva il cardinale – sono le parole che voglio sulle mie labbra mentre vado al Padre».

Una grande scoperta
Il card. Hume fece una grande scoperta. Proprio alla fine della sua vita – una buona e santa vita – aveva visto, e sperimentato, che quando arriviamo a conoscere davvero la misericordia di Dio Padre, sperimentiamo il vertice, il centro, il cuore, il capolavoro del suo amore. Aveva riconosciuto che il perdono di Dio nei nostri confronti non è soltanto un “lavoro di riparazione”, un aggiustamento di ciò che è andato male, un rimettere le cose a posto come stavano prima che noi peccassimo.

No, quando il Padre ci perdona, ci crea in modo nuovo e fresco; fa fiorire il deserto; ci conduce a una nuova e più profonda esperienza di come Egli ci ama, di quanto Egli ci ama, di quanto siamo infinitamente preziosi ai suoi occhi. L’esperienza della misericordia del Padre è sempre il luogo dove ci è offerta una grazia di crescita e trasformazione; il luogo dove arriviamo a conoscere, sempre un po’ di più, la fedeltà tenera, creativa, paziente per ciascuno di noi.

Un altro modo di rendere questa realtà potrebbe essere il seguente: è nella nostra esperienza della compassione e misericordia del Padre che, qui e ora, conosciamo il potere della risurrezione. Non è certamente accidentale che l’Exultet, il grande inno della gioia e della lode che la Chiesa canta la notte pasquale, sia un potente scoppio di trombe di esultanza nella meravigliosa misericordia di Dio:

Nessun vantaggio dalla nostra nascita
se non fossimo stati redenti.
O meraviglia del tuo umile amore per noi!
O amore, o carità indicibile
per riscattare lo schiavo hai sacrificato il tuo Figlio!
O veramente necessario peccato di Adamo,
completamente distrutto dalla morte di Cristo!
O felice colpa
che ci hai meritato un così grande e glorioso Redentore!

Resi belli dalla misericordia
«Dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5, 20): la misericordia di Dio è la misericordia di Dio – e così è colma di un potere che non ha eguali. È questa misericordia che Paolo canta nel famoso passaggio di 1Cor 13: l’amore «tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L’amore non avrà mai fine». L’amore è per sempre. C’è una bella immagine che può aiutarci in proposito. Un vasaio americano arrivò in Giappone per una visita, ma quando aprì il bagaglio trovò che i vasi di ceramica che aveva portato come doni per i suoi amici si erano rotti durante il viaggio. Li gettò nel cestino, pensando che la cosa finisse lì. Molto grande fu la sorpresa quando, alla fine del viaggio, il suo ospite si presentò con gli stessi vasi riparati con argento! Scoprì in questo modo la tradizione giapponese del kintsugi. Racconta: «Ero piuttosto meravigliato, dal momento che pensavo, dopo averli gettati nel cestino, che era l’ultima volta che li avrei visti. Il signor Kanzaki rise, non appena notò la mia incredulità, e disse: “Ora sono anche migliori di quando li hai portati!”. Notevole davvero: ricevere donati a me i vasi che io avevo portato come doni… ora con un valore maggiore di quel che avevano originariamente». Davvero, mi sembra, kintsugi nella sua forma migliore è riparare con l’oro, così che la rottura rende il vaso molto più prezioso di quando era “perfetto”. Questo è il miracolo della misericordia: l’amore di Dio trasforma la nostra esperienza del peccato e della fragilità in un nuovo, più profondo e reale incontro con Lui. Non c’è bisogno di nascondere i nostri fallimenti: essi, di fatto, sono la miglior cosa che ci riguarda!


Io sono una missione su questa terra
A questo punto, possiamo dire qualcosa con molta chiarezza: è solo una profonda esperienza della misericordia del Padre che rende una persona capace di impegnarsi in missione. La misericordia è la fornace in cui è cotto il vaso della missione; è il vano-motore dove si genera il potere della missione; è lo spartito dal quale si canta il canto della missione. Pensiamo, ad esempio, alla chiamata di Pietro in Lc 5. Meravigliato e impaurito dalla pesca miracolosa, il povero Pietro trema e cade ai piedi di Gesù, esclamando: «Signore, allontanati da me, perché sono peccatore».
Nota la risposta sorprendente di Gesù. Egli non replica: Sì, Pietro, lo so che sei un peccatore, ma io ti perdono. No, dice: Non temere. Non aver paura dei tuoi peccati (Gesù non nega che Pietro è davvero un peccatore!), non aver paura della tua colpevolezza, ma concentrati sul potenziale che la mia misericordia vede in te, sui piani che la compassione del Padre mio ha per te, sulle persone che la tua stessa esperienza di misericordia ti permetterà di toccare, aiutare, guidare e guarire.

L’esperienza della misericordia del Padre è sempre una chiamata, è sempre una missione. Per la misericordia noi possiamo in qualche modo comprendere ed esprimere le belle parole di papa Francesco nella sua lettera sulla gioia del Vangelo: «La mia missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere; non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere se stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire e liberare» (EG 273).

 

Incontro di papa Francesco
con i superiori generali dell’USG
il 29 novembre 2013, a Roma.
A destra nella foto,
P. David Glenday.

 

Missione misericordiosa
La missione inizia nella misericordia; la missione proclama la misericordia; e il metodo della missione è la misericordia.

Non so se questo possa essere detto meglio delle parole del secondo libro su Gesù del papa Benedetto: «È parte del mistero di Dio che egli agisca così soavemente, che solo gradualmente costruisca la sua storia dentro la grande storia dell’umanità; che divenga uomo e possa così essere trascurato dai suoi contemporanei e dalle forze decisive nella storia; che soffra e muoia e che, essendo risorto, scelga di giungere al genere umano solo attraverso la fede dei discepoli per colui al quale egli si rivela; che continui a bussare gentilmente alle porte dei nostri cuori e lentamente apra i nostri occhi se noi gli apriamo le nostre porte». «E ancora – continua papa Benedetto – non è questo lo stile davvero divino? Non imporsi con un potere esterno, ma dare libertà, offrire e suscitare amore».

Nota gli avverbi (i corsivi, in questa citazione, sono miei): Dio agisce soavemente, gentilmente, gradualmente, lentamente. Sono gli avverbi di una missione nata dalla misericordia. E questa è la missione alla quale siamo chiamati, perché l’esperienza di essere perdonati, quando è autentica, ci porta a essere capaci di perdono, compassionevoli e pazienti. Nel nostro modo piccolo e sempre imperfetto, iniziamo a riflettere, incarnare, la misericordia del Padre in tutto il suo potere, gentile ma irresistibile. E questo è il solo potere che, alla fine dei conti, rinnoverà la faccia della terra.
P. David Glenday

Questa riflessione è stata scritta originariamente per la rivista comboniana WORLDMISSION (Manila/Filippine).