Le migrazioni e la “fuga dei cervelli” indeboliscono l’Africa

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Sabato 26 novembre 2022
La mobilità umana dalla sponda africana (e non solo) verso settentrione è un fenomeno ormai strutturale che deve essere governato, con misure nazionali ed europee e accordi internazionali. Lungi da ogni retorica, i principi alla base delle democrazie e delle civiltà europee sono fondamentalmente due: lo Stato di diritto e la difesa della dignità e dei diritti fondamentali della persona. (...) [Padre Giulio Albanese, missionario comboniano – L’Osservatore Romano]

Il fenomeno migratorio e la “fuga dei cervelli” indeboliscono sempre di più l’Africa

Liberi di partire liberi di restare

La mobilità umana dalla sponda africana (e non solo) verso settentrione è un fenomeno ormai strutturale che deve essere governato, con misure nazionali ed europee e accordi internazionali. Lungi da ogni retorica, i principi alla base delle democrazie e delle civiltà europee sono fondamentalmente due: lo Stato di diritto e la difesa della dignità e dei diritti fondamentali della persona. Ignorarli sarebbe davvero peccaminoso. Come giustamente ha evidenziato il dottor Nino Sergi, policy advisor della rete ong Link 2007 e uno dei massimi esperti in materia di cooperazione allo sviluppo in Italia e in Europa, «il governo dell’immigrazione richiede ampia e lungimirante visione politica, unitarietà e coerenza, sintonia tra i Paesi europei, collaborazione multilaterale, accordi con i principali Paesi di provenienza dei migranti, partenariati di sviluppo e investimenti con i Paesi del continente africano separato dall’Europa solo da un braccio di mare».

In linea con l’illuminato magistero di Papa Francesco sulle migrazioni, è sempre più evidente che l’esternalizzazione delle frontiere, l’innalzamento di muri, la chiusura dei confini all’interno dell’Europa e di altre regioni sono la testimonianza di un umanesimo disatteso, vale a dire mancato. Ma proprio perché l’universalità dei diritti umani non può essere subordinata agli interessi particolari degli Stati — che possono essere di ordine economico, sociale, culturale e a volte politico — è evidente che l’approccio emergenziale e securitario ha indebolito molto la capacità di governo dell’immigrazione da parte del Vecchio Continente. Proprio per questo motivo s’impone, sempre secondo Sergi, «una stretta concertazione e una coordinata azione europea frutto di un permanete partenariato euro-africano che ne definisca le priorità, i vincoli, i reciproci interessi, l’ownership locale e i rispettivi ruoli». Un ragionamento questo la cui logica conclusione è che, nel perimetro del cosiddetto mondo villaggio globale, «l’Africa ha bisogno dell’Europa, ma anche l’Europa ha bisogno dell’Africa».

Al netto di queste esigenze, resta poi il fatto che le pressioni migratorie verso l’Europa, e in particolare verso l’Italia, sono destinate a crescere. Basti pensare al fatto che nel 1990 la popolazione dell’Africa era di circa 630 milioni, mentre oggi è di circa 1,4 miliardi e, se la tendenza demografica non cambierà in maniera significativa nei prossimi anni, entro il 2050 sarà di 2,4/5 miliardi. A metà del secolo la popolazione mondiale vivrà per il 25 per cento in Africa (era il 13 per cento nel 1995 e il 16 per cento nel 2015) e solo per il 5 per cento in Europa, motivo per cui il Vecchio Continente, se vorrà continuare ad essere competitivo sul versante dell’economia reale, avrà bisogno di manodopera africana. Detto questo, occorre considerare anche l’altra faccia della medaglia, vale a dire il cosiddetto brain drain, o meglio la fuga di cervelli dal continente africano. Secondo i dati forniti dall’Unione africana (Ua), una media di settantamila professionisti qualificati escono dall’Africa ogni anno. Nel decennio dal 2008 al 2018, la percentuale di medici formati in Africa che lavorano negli ospedali degli Stati Uniti è cresciuta del 27 per cento. Nel settore sanitario statunitense, il 24 per cento degli infermieri registrati, il 20 per cento degli assistenti infermieristici e il 16 per cento degli assistenti alla cura personale provengono dal continente africano. A partire dal 2018, più di 5.250 medici nigeriani erano impiegati nel British National Health Service (Nhs). Mentre l’intera Africa ha una stima di 4,5 medici ogni 10.000 abitanti, il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno rispettivamente 2,9 e 2,6 medici ogni mille abitanti. Nel 2015, l’86 per cento dei medici con istruzione africana che lavorano negli Stati Uniti è stato formato in soli quattro Paesi africani: Egitto, Ghana, Nigeria e Sudafrica. Ma attenzione: non è tutto qui. I numeri pubblicati dalla Nigerian Medical Association (Nma) sono emblematici: solo 40.000 degli oltre 80.000 medici iscritti esercitano in patria.

Il fenomeno è davvero preoccupante se si considera che questa fuga di cervelli è costata complessivamente al continente, in termini di formazione dei medici, un qualcosa come due miliardi di dollari. Le cause che determinano questo esodo sono fondamentalmente due: la scarsa retribuzione e i bassi livelli di ricerca scientifica. D’altronde, è bene rammentare che sebbene l’Africa rappresenti il 13,7 per cento della popolazione mondiale, contribuisce appena all’1,1 per cento dei ricercatori scientifici nel mondo, con appena uno scienziato o un ingegnere ogni 10.000 abitanti. La conseguente carenza di docenti qualificati nelle università africane, in particolare nei settori scientifico e tecnico, pesa fortemente sul livello di formazione dei laureati che entrano nel settore sanitario. Stiamo parlando di circa undici milioni di neolaureati immessi ogni anno nel mercato del lavoro africano, i quali si devono confrontare con un sistema sanitario continentale in quasi permanente sofferenza per la scarsità di finanziamenti pubblici. Stando ai dati percentuali di Erudera.com, una piattaforma di ricerca per l’istruzione superiore pubblicati recentemente dal quotidiano nigeriano Vanguard, il numero di giovani nigeriani che studiano negli Stati Uniti d’America è aumentato di circa il 93 per cento negli ultimi 10 anni. Con queste premesse non sorprende quanto riportato dall’Africa Youth Survey del 2022, secondo cui «i conflitti economici, l’insicurezza, la corruzione, l’intolleranza politica, Internet inaffidabile e sistemi educativi scadenti sono alla base del desiderio di molti giovani africani di trasferirsi in Europa o negli Stati Uniti». Sempre secondo la stessa fonte, grazie ad un sondaggio finanziato dalla South African Ichikowitz Family Foundation e condotto in 15 Paesi su un campione di oltre 4.500 giovani in Africa, di età compresa tra 18 e 24 anni, è emerso che il 52 per cento degli intervistati probabilmente prenderà in considerazione l’emigrazione nei prossimi anni, citando le difficoltà economiche e le opportunità di istruzione come motivi principali. Per queste ragioni è importante rilanciare la cooperazione allo sviluppo Europa-Africa con l’intento dichiarato di promuovere partenariati efficaci, in grado di infondere speranza alle giovani generazioni.

I giovani nigeriani hanno l’opinione più negativa di tutto il continente sulle prospettive di crescita e di benessere del proprio Paese, con il 95 per cento che dichiara apertamente che «le cose stanno andando male». Di tutti gli intervistati, solo il 28 per cento ha espresso un certo gradimento per l’indirizzo intrapreso dalla propria nazione. Considerando che a livello continentale l’età media della popolazione africana è di poco inferiore ai venti anni, questi dati dovrebbero indurre le classi dirigenti africane ed europee ad un serio discernimento. Anche perché la fenomenologia migratoria è ormai ben nota: la persistente crisi economica che acuisce a dismisura le diseguaglianze, le avverse condizioni climatiche determinate dal global warming, la conseguente insicurezza alimentare, la crescita demografica, così come le tensioni che caratterizzano alcune aree continentali e la pervasiva presenza di gruppi islamisti militanti, sono tra le cause che spingono molte persone a spostarsi sia entro i confini nazionali (Idp, Internal displaced people) sia oltre frontiera, nei Paesi confinanti o al di fuori del continente.

La questione economica rappresenta certamente la vexata quaestio. Il debito pubblico di molti Paesi africani soffoca qualsiasi idea di titolarità locale e di sostenibilità basata sulle poche risorse disponibili. Sta di fatto che a livello continentale esso sta raggiungendo la ragguardevole cifra di un trilione di dollari. Considerando che il valore assoluto del prodotto interno lordo continentale è di circa 2,4 trilioni di dollari (mentre quello italiano è di 2,1 triloni) è evidente che occorre liberare risorse, a partire proprio dal debito, per investimenti atti a creare posti di lavoro dignitosi e sostenibili. Nello specifico, proprio Link 2007, come cartello di alcune delle più importanti ong italiane, aveva auspicato una conversione flessibile, totale o parziale, del debito sovrano di un qualsivoglia Stato africano debitore in un fondo in valuta locale. Ciò garantirebbe l’alleggerimento del peso del debito e nello stesso tempo favorirebbe il progresso delle comunità tramite l’avvio di investimenti produttivi di medio-lungo termine. Il fondo sarebbe gestito dal governo del singolo Stato, il quale, in assenza di pressioni dovute al debito, potrebbe promuovere e realizzare i progetti di sviluppo.

Una cosa è certa: per ragioni di vicinanza, di solidarietà, di relazioni politiche ed economiche, di demografia, di sicurezza, occorre comprendere che Europa e Africa hanno un destino comune. Per dirla in una battuta, parafrasando una recente campagna della Conferenza episcopale italiana (Cei), in riferimento ai migranti (non solo africani) è giusto riconoscere i loro sacrosanti diritti: «Liberi di partire, liberi di restare».

[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]