Mercoledì 9 ottobre 2019
Aprendo ufficialmente il Sinodo per l'Amazzonia, il Papa ha raccomandato ai 184 padri sinodali la virtù della prudenza, che "è la virtù del governo", e ha chiesto di abbandonare la logica del "si è sempre fatto così". No ai "nuovi colonialismi", al fuoco che distrugge la foresta amazzonica e a causa dell'avidità "divora popoli e culture".

“La prudenza è la virtù del governo”. Il Papa ha iniziato il Sinodo per l’Amazzonia esortando, a braccio, i 184 padri sinodali a praticare quella che non è una “virtù-dogana”, ma la virtù del Pastore, l’esatto contrario della timidezza o dell’indecisione. Al centro dell’omelia della messa di apertura dell’Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica, che si svolgerà in Vaticano fino al 27 ottobre, il ritratto di una Chiesa che, sulla scorta di Paolo – “il più grande missionario”- sappia camminare insieme per affrontare le sfide più urgenti per il futuro di quello che è considerato il polmone del pianeta. Come i “nuovi colonialismi”, la cui avidità “divora popoli e culture” grazie a un “fuoco appiccato in nome di interessi che distruggono”.

Il più grande missionario. All’inizio dell’omelia, il Papa affida il Sinodo per l’Amazzonia all’apostolo Paolo, “il più grande missionario della storia della Chiesa”, che “ci aiuta a ‘fare Sinodo’, a ‘camminare insieme’”. “Siamo vescovi perché abbiamo ricevuto un dono di Dio”, spiega Francesco: “Non abbiamo firmato un accordo, non abbiamo ricevuto un contratto di lavoro. Abbiamo ricevuto un dono per essere doni. Un dono non si compra, non si scambia e non si vende: si riceve e si regala”.

“Se ce ne appropriamo, se mettiamo noi al centro e non lasciamo al centro il dono, da Pastori diventiamo funzionari”, il monito del Papa: “Facciamo del dono una funzione e sparisce la gratuità, e così finiamo per servire noi stessi e servirci della Chiesa”.

“La nostra vita, invece, per il dono ricevuto, è per servire”, ricorda il Pontefice citando l’espressione evangelica “servi inutili”, che può voler dire anche “servi senza utile”. “Significa che non ci diamo da fare per raggiungere un utile, un guadagno nostro, ma perché gratuitamente abbiamo ricevuto e gratuitamente diamo”, il commento del Santo Padre: ”La nostra gioia sarà tutta nel servire perché siamo stati serviti da Dio, che si è fatto nostro servo”.

No al “si è sempre fatto così”. “In nessun modo la Chiesa può limitarsi a una pastorale di ‘mantenimento’, per coloro che già conoscono il Vangelo di Cristo. Lo slancio missionario è un segno chiaro della maturità di una comunità ecclesiale”. Francesco cita Benedetto, che ieri ha salutato con i 13 nuovi cardinali subito dopo il Concistoro, e aggiunge subito dopo: “perché la Chiesa è in cammino, sempre in movimento, mai deve stare ferma”. “Il dono che abbiamo ricevuto è un fuoco, è amore bruciante a Dio e ai fratelli”, ricorda sulla scorta di San Paolo: “Il fuoco non si alimenta da solo, muore se non è tenuto in vita, si spegne se la cenere lo copre. Se tutto rimane com’è, se a scandire i nostri giorni è il ‘si è sempre fatto così’, il dono svanisce, soffocato dalle ceneri dei timori e dalla preoccupazione di difendere lo status quo”. “Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza”, scrive San Paolo.

“Qualcuno pensa che la prudenza è la virtù-dogana, che ferma tutto per non sbagliare. No, la prudenza è virtù cristiana, virtù di vita, anzi è la virtù del governo”.

Come insegna il Catechismo della Chiesa cattolica, la prudenza “non si confonde con la timidezza o la paura”, ma “è la virtù che dispone a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati”. “La prudenza non è indecisione, non è un atteggiamento difensivo”, precisa Francesco: “È la virtù del Pastore, che, per servire con saggezza, sa discernere, sensibile alla novità dello Spirito”. In quest’ottica, “ravvivare il dono nel fuoco dello Spirito è il contrario di lasciar andare avanti le cose senza far nulla”. Serve una “prudenza audace”, per rinnovare i cammini per la Chiesa in Amazzonia”.

Il fuoco che divora e il sapore del martirio. “Dio ci preservi dall’avidità dei nuovi colonialismi”. Nell’ultima parte dell’omelia, il Papa fa riferimenti puntuali alla condizione attuale dell’Amazzonia: “Il fuoco di Dio è calore che attira e raccoglie in unità. Si alimenta con la condivisione, non coi guadagni. Il fuoco divoratore, invece, divampa quando si vogliono portare avanti solo le proprie idee, fare il proprio gruppo, bruciare le diversità per omologare tutti e tutto”. “Quando senza amore e senza rispetto si divorano popoli e culture, non è il fuoco di Dio, ma del mondo”, il monito di Francesco: “Eppure quante volte il dono di Dio non è stato offerto ma imposto, quante volte c’è stata colonizzazione anziché evangelizzazione!”. Annunciare il Vangelo, invece, “è testimoniare fino in fondo, è farsi tutto per tutti, è amare fino al martirio”, ribadisce il Papa. E aggiunge a braccio: “Ringrazio Dio perché nel Collegio cardinalizio ci sono alcuni fratelli cardinali martiri, che hanno saggiato, nella vita, la croce del martirio”.

“Tanti fratelli e sorelle in Amazzonia portano croci pesanti e attendono la consolazione liberante del Vangelo, la carezza d’amore della Chiesa. Per loro, con loro, camminiamo insieme”, conclude il Santo Padre, subito dopo aver citato, fuori testo, l’ invito dell’”amato cardinale Hummes” ad andare a visitare, in Amazzonia, le tombe dei missionari, che “meritano di essere canonizzati”.
[
M. Michela Nicolais – SIR]

Apertura del Sinodo Amazzonia
Omelia

Questa mattina, 6 ottobre, il Santo Padre Francesco ha celebrato la Santa Messa nella Basilica Vaticana in occasione dell’apertura dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, che si svolge in Vaticano, nell’Aula Nuova del Sinodo, dal 6 al 27 ottobre 2019, sul tema: Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale. Alla Celebrazione Eucaristica erano presenti anche i Cardinali di nuova creazione.

Omelia del Papa

L’Apostolo Paolo, il più grande missionario della storia della Chiesa, ci aiuta a “fare Sinodo”, a “camminare insieme”: quello che scrive a Timoteo sembra rivolto a noi, Pastori al servizio del Popolo di Dio.

Anzitutto dice: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani» (2 Tm 1,6). Siamo vescovi perché abbiamo ricevuto un dono di Dio. Non abbiamo firmato un accordo, non abbiamo ricevuto un contratto di lavoro in mano, ma mani sul capo, per essere a nostra volta mani alzate che intercedono presso il Signore e mani protese verso i fratelli. Abbiamo ricevuto un dono per essere doni. Un dono non si compra, non si scambia, non si vende: si riceve e si regala. Se ce ne appropriamo, se mettiamo noi al centro e non lasciamo al centro il dono, da Pastori diventiamo funzionari: facciamo del dono una funzione e sparisce la gratuità, e così finiamo per servire noi stessi e servirci della Chiesa. La nostra vita, invece, per il dono ricevuto, è per servire. Lo ricorda il Vangelo, che parla di «servi inutili» (Lc 17,10): un’espressione che può voler dire anche “servi senza utile”. Significa che non ci diamo da fare per raggiungere un utile, un guadagno nostro, ma perché gratuitamente abbiamo ricevuto e gratuitamente diamo (cfr Mt 10,8). La nostra gioia sarà tutta nel servire perché siamo stati serviti da Dio, che si è fatto nostro servo. Cari fratelli, sentiamoci chiamati qui per servire mettendo al centro il dono di Dio.

Per essere fedeli a questa nostra chiamata, alla nostra missione, San Paolo ci ricorda che il dono va ravvivato. Il verbo che utilizza è affascinante: ravvivare letteralmente, nell’originale, è “dare vita a un fuoco” [anazopurein]. Il dono che abbiamo ricevuto è un fuoco, è amore bruciante a Dio e ai fratelli. Il fuoco non si alimenta da solo, muore se non è tenuto in vita, si spegne se la cenere lo copre. Se tutto rimane com’è, se a scandire i nostri giorni è il “si è sempre fatto così”, il dono svanisce, soffocato dalle ceneri dei timori e dalla preoccupazione di difendere lo status quo. Ma «in nessun modo la Chiesa può limitarsi a una pastorale di “mantenimento”, per coloro che già conoscono il Vangelo di Cristo. Lo slancio missionario è un segno chiaro della maturità di una comunità ecclesiale» (Benedetto XVI, Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 95). Perché la Chiesa sempre è in cammino, sempre in uscita, mai chiusa in sé stessa. Gesù non è venuto a portare la brezza della sera, ma il fuoco sulla terra.

Il fuoco che ravviva il dono è lo Spirito Santo, datore dei doni. Perciò San Paolo continua: «Custodisci mediante lo Spirito Santo il bene prezioso che ti è stato affidato» (2 Tm 1,14). E ancora: «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza» (v. 7). Non uno spirito di timidezza, ma di prudenza. Qualcuno pensa che la prudenza è la virtù “dogana”, che ferma tutto per non sbagliare. No, la prudenza è virtù cristiana, è virtù di vita, anzi, la virtù del governo. E Dio ci ha dato questo spirito di prudenza. Paolo mette la prudenza all’opposto della timidezza. Che cos’è allora questa prudenza dello Spirito? Come insegna il Catechismo, la prudenza «non si confonde con la timidezza o la paura», ma «è la virtù che dispone a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati» (n. 1806). La prudenza non è indecisione, non è un atteggiamento difensivo. È la virtù del Pastore, che, per servire con saggezza, sa discernere, sensibile alla novità dello Spirito. Allora ravvivare il dono nel fuoco dello Spirito è il contrario di lasciar andare avanti le cose senza far nulla. Ed essere fedeli alla novità dello Spirito è una grazia che dobbiamo chiedere nella preghiera. Egli, che fa nuove tutte le cose, ci doni la sua prudenza audace; ispiri il nostro Sinodo a rinnovare i cammini per la Chiesa in Amazzonia, perché non si spenga il fuoco della missione.

Il fuoco di Dio, come nell’episodio del roveto ardente, brucia ma non consuma (cfr Es 3,2). È fuoco d’amore che illumina, riscalda e dà vita, non fuoco che divampa e divora. Quando senza amore e senza rispetto si divorano popoli e culture, non è il fuoco di Dio, ma del mondo. Eppure quante volte il dono di Dio non è stato offerto ma imposto, quante volte c’è stata colonizzazione anziché evangelizzazione! Dio ci preservi dall’avidità dei nuovi colonialismi. Il fuoco appiccato da interessi che distruggono, come quello che recentemente ha devastato l’Amazzonia, non è quello del Vangelo. Il fuoco di Dio è calore che attira e raccoglie in unità. Si alimenta con la condivisione, non coi guadagni. Il fuoco divoratore, invece, divampa quando si vogliono portare avanti solo le proprie idee, fare il proprio gruppo, bruciare le diversità per omologare tutti e tutto.

Ravvivare il dono; accogliere la prudenza audace dello Spirito, fedeli alla sua novità; San Paolo rivolge un’ultima esortazione: «Non vergognarti di dare testimonianza ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo» (2Tm 1,8). Chiede di testimoniare il Vangelo, di soffrire per il Vangelo, in una parola di vivere per il Vangelo. L’annuncio del Vangelo è il criterio principe per la vita della Chiesa: è la sua missione, la sua identità. Poco dopo Paolo scrive: «Sto per essere versato in offerta» (4,6). Annunciare il Vangelo è vivere l’offerta, è testimoniare fino in fondo, è farsi tutto per tutti (cfr 1Cor 9,22), è amare fino al martirio. Ringrazio Dio perché nel Collegio Cardinalizio ci sono alcuni fratelli Cardinali martiri, che hanno saggiato, nella vita, la croce del martirio. Infatti, sottolinea l’Apostolo, si serve il Vangelo non con la potenza del mondo, ma con la sola forza di Dio: restando sempre nell’amore umile, credendo che l’unico modo per possedere davvero la vita è perderla per amore.

Cari fratelli, guardiamo insieme a Gesù Crocifisso, al suo cuore squarciato per noi. Iniziamo da lì, perché da lì è scaturito il dono che ci ha generato; da lì è stato effuso lo Spirito che rinnova (cfr Gv 19,30). Da lì sentiamoci chiamati, tutti e ciascuno, a dare la vita. Tanti fratelli e sorelle in Amazzonia portano croci pesanti e attendono la consolazione liberante del Vangelo, la carezza d’amore della Chiesa. Tanti fratelli e sorelle in Amazzonia hanno speso la loro vita. Permettetemi di ripetere le parole del nostro amato Cardinale Hummes: quando arriva in quelle piccole città dell’Amazzonia, va nei cimiteri a cercare la tomba dei missionari. Un gesto della Chiesa per coloro che hanno speso la vita in Amazzonia. E poi, con un po’ di furbizia, dice al Papa: “Non si dimentichi di loro. Meritano di essere canonizzati”. Per loro, per questi che stanno dando la vita adesso, per quelli che hanno speso la propria vita, con loro, camminiamo insieme.

Parole del Papa dopo l’Angelus:

Cari fratelli e sorelle!
Si è da poco conclusa, nella Basilica di San Pietro, la celebrazione eucaristica con la quale abbiamo dato inizio alla Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica. Per tre settimane i Padri sinodali, riuniti intorno al Successore di Pietro, rifletteranno sulla missione della Chiesa in Amazzonia, sull’evangelizzazione e sulla promozione di una ecologia integrale. Vi chiedo di accompagnare con la preghiera questo evento ecclesiale, affinché sia vissuto nella comunione fraterna e nella docilità allo Spirito Santo, che sempre mostra le vie per la testimonianza del Vangelo.