Giovedì 7 novembre 2019
L'assemblea dei vescovi rinnoverà la Chiesa alla luce del Vangelo e cambierà la nostra mentalità ecclesiale, liturgica e teologica. Tre argomenti, in particolare, si presentano radicalmente innovativi e richiedono quella conversione pastorale, culturale, ecologica e sinodale invocata dai padri. [Pino Lorizio – Famiglia Cristiana]

Il Sinodo speciale per la regione panamazzonica, appena concluso, ha elaborato un documento finale, che per alcuni aspetti ha fatto molto discutere, ma che non possiamo considerare normativo, in quanto esso è stato consegnato al Papa, che si è impegnato, entro l’ anno, a pubblicare una Esortazione apostolica, nella quale raccoglierà le istanze sinodali e offrirà indicazioni alla Chiesa per la loro attuazione. Tre argomenti, in particolare, si presentano radicalmente innovativi e richiedono quella conversione pastorale, culturale, ecologica e sinodale invocata dai padri.

La più rilevante e significativa di queste tematiche riguarda l’ auspicio che venga istituita una speciale competente commissione, chiamata a studiare la possibilità di realizzare per quelle popolazioni un nuovo “rito cattolico-amazzonico”, in cui si valorizzino le peculiarità teologiche, liturgiche, disciplinari e spirituali di quelle terre. Di per sé non si tratterebbe di una vera e propria novità, in quanto, come sappiamo, nella Chiesa cattolica non esiste solo il rito latino, ma si dà una pluralità di presenze e appartenenze cultuali ed ecclesiali, soprattutto nell’ Oriente cristiano. E non si tratta soltanto di diversità liturgiche, ma che riguardano la forma stessa dell’ ecclesialità. Si pensi ad esempio al peculiare modo di intendere e vivere la sinodalità nelle Chiese orientali cattoliche rispetto a quella latino-romana, che solo di recente (e a partire dal Vaticano II) sta mettendo in atto una modalità autenticamente sinodale di governo e di partecipazione alla vita della comunità credente. All’ interno di queste forme ecclesiali, pienamente cattoliche, è tra l’ altro presente il sacerdozio uxorato, ossia il conferimento del presbiterato a persone sposate. L’ innovazione consiste piuttosto nel fatto che, mentre per le attuali Chiese di altro rito, si è trattato di riconoscere le differenze e peculiarità proprie di comunità cristiane, che, fin dalle loro origini, hanno vissuto in tali forme, ora bisognerà, invece, istituire un rito particolare per Chiese evangelizzate nel rito latino e che ad esso appartengono fino ad oggi.

Un ulteriore passo in avanti riguarda non solo l’ istituzione di ministeri ordinati, cui possano accedere uomini e donne, ma la riapertura della commissione, a suo tempo istituita, per lo studio del diaconato femminile. Tale commissione non aveva pronunciato un diniego di tale possibilità, semplicemente si era conclusa con uno stallo, che papa Francesco, non senza una certa amarezza, aveva dovuto constatare. Le differenti posizioni dei membri di quella commissione hanno riguardato da un lato la possibilità stessa del conferimento dell’ ordine del diaconato alle donne, ma anche la differenza fra il ruolo dei diaconi dei due sessi, fin dall’ antichità, nonché la presenza solo in alcune regioni (in particolare la siriaca) di tale prassi ecclesiale. Ora il Papa ha promesso di riconvocare la commissione, allargandola ad altri membri e tenendo conto della richiesta avanzata nel documento di poter interloquire su questo argomento.

Ultimo, ma non meno importante, il passaggio del documento in cui si apre alla possibilità di conferire l’ ordine del presbiterato a diaconi permanenti, in casi di particolare necessità e a condizione che i candidati abbiano esercitato in maniera feconda il servizio diaconale, siano adeguatamente formati e abbiano una famiglia stabile e legittimamente costituita. Questa scelta si fonda su un duplice principio teologico. In primo luogo il diritto della comunità alla celebrazione eucaristica, in quanto, come sappiamo è “l’ Eucaristia che edifica la Chiesa e la Chiesa fa l’ Eucaristia” (Ecclesia de Eucharistia, n. 26). Questo diritto spesso non può trovare riscontro in comunità che, data la configurazione geografica del territorio amazzonico, possono parteciparvi solo qualche volta all’ anno. L’ altro principio su cui si fonda la possibilità di tale opzione, che non riguarda l’ accesso dei preti al matrimonio, ma l’ ordinazione presbiterale di persone sposate (già diaconi permanenti), è ben descritta dalla citazione del Presbyterorum ordinis (decreto del Vaticano II sul presbiterato) riportata nel documento, che al n. 16 recita: “La perfetta e perpetua continenza per il regno dei cieli […] non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali, nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i vescovi scelgono con l'aiuto della grazia il celibato, vi sono anche degli eccellenti presbiteri coniugati. Come più volte nel corso del sinodo è stato sottolineato, il valore del celibato ecclesiastico viene ampiamente riconosciuto e l’ eventualità dell’ ordinazione dei diaconi permanenti non la rinnega o misconosce affatto. Qualora poi si giungesse all’ istituzione di un “rito amazzonico”, quello latino, cui apparteniamo, non sarebbe implicato affatto in questa prassi.

In conclusione: il Sinodo intende attivare dei processi di rinnovamento ecclesiale, alla luce del Vangelo, che riguardano in primo luogo la Chiesa presente in quei territori, ma interessano anche noi, in quanto dovrà cambiare la nostra mentalità circa il fatto che le diversità, anche intraecclesiali, non costituiscono un ostacolo, bensì una vera e propria ricchezza per la fede che si esprime, pur rimanendo la stessa, in differenti modalità ecclesiali, liturgiche e teologiche non sempre e solo coincidenti col modello occidentale e latino.
[Pino Lorizio – Famiglia Cristiana]

Sinodo per l’Amazzonia:
“Sarebbe un segno molto forte
se la Chiesa riuscisse a limitare l’uso dell’oro
nei suoi sacramenti e liturgie”.
P. Dario Bossi

P. Dario Bossi, missionario comboniano.

Briefing sui lavori sinodali, Sala Stampa della Santa Sede, luned“ 21 ottobre 2019. P. Dario Bossi, M.C.C.J., Missionari Comboniani del Cuore di Ges; Superiore Provinciale dei Missionari Comboniani in Brasile, Membro della REPAM e della Rete Iglesias y Miner’a (Brasile).

“Sarebbe un segno molto forte se la Chiesa riuscisse a limitare l’uso dell’oro nei suoi sacramenti e liturgie”. A lanciare la provocazione, durante il briefing odierno in Sala stampa vaticana sul Sinodo per l’Amazzonia, è stato padre Dario Bossi, superiore provinciale dei Missionari Comboniani in Brasile, membro della Repam e della Rete Iglesias y Minería, che ha messo in guardia dal pericolo che i “cercatori d’oro” rappresentano per la regione amazzonica.

“Per un anello d’oro vengono spostati quintali di terra”, ha reso noto il missionario ponendo l’accento sulle conseguenze che tutto ciò ha per l’ecosistema amazzonico: “Fiumi inquinati, pesci con una quantità enorme di mercurio, che contaminano intere comunità”. Sono i danni dell'”estrattivismo predatorio” delle multinazionali.

“Nel nostro territorio – ha raccontato – c’è la più grande miniera a cielo aperto di estrazione di ferro del mondo, con un processo di esportazione lungo 900 chilometri, che attraversa più di 100 comunità” e nella sua rotta incrocia anche l’Ilva. “Da 30 anni l’Amazzonia soffre di inquinamento dei fiumi, di rifiuti tossici e di rumori”, ha fatto notare il religioso citando tra i frutti di questa politica dissennata il disboscamento e l’inquinamento.

“L’associazione tra governo e grandi imprese è molto pericolosa”, la denuncia di padre Bossi: “Si modificano le leggi e si riducono i controlli ambientali”. Anche la Chiesa, l’appello del missionario, può fare la sua parte per combattere questa deriva: “Esiste una riflessione sull’uso dell’oro, che è quello che più evidentemente ne illustra l’illogicità. Solo il 10% dell’oro viene usato per processi effettivamente utili, come l’impiego in medicina, il resto viene stoccato e usato per l’oreficeria”. [SIR]

Il fiume del Sinodo inonda di vita la Chiesa
Dario Bossi, missionario comboniano e padre sinodale

Le acque del grande fiume sinodale sono sfociate nell’oceano: siamo giunti alla conclusione di tre settimane di intenso discernimento.

Sento che questo Sinodo offre un enorme contributo al mare della Chiesa cattolica, che si arricchisce con i colori e i sapori della vita dell’Amazzonia; proprio come il Rio delle Amazzoni raccoglie acqua da molti affluenti, questo Sinodo ha favorito anche l’incontro di molte esperienze, dall’America Latina e dalle Chiese di altri continenti. Esattamente come un fiume, questa Assemblea ha avuto i suoi alti e bassi, le sue accelerazioni e i suoi ostacoli. Ma lo Spirito di Dio l’ha guidata: abbiamo sentito questo Spirito presente, attivo e vivo, nel sentimento di fraternità e comunione con cui il Sinodo si è sviluppato.

La percezione dell’urgenza del dramma amazzonico e dell’emergenza socio-ambientale e climatica è chiara e forte. La Chiesa risponde con l’ascolto, che non è un atteggiamento passivo, ma una profezia di incontro, dialogo e alleanza con i più poveri, che questo modello economico condanna a morte. “Alleanza” è una parola chiave, che ha risuonato molto durante il periodo delle consultazioni sinodali, quando abbiamo ascoltato migliaia di persone e centinaia di comunità panamazzoniche. Sognavano una chiesa che si rendesse presente, che restasse accanto alle vittime. E il Sinodo ha risposto all’altezza. E con decisione.

A fianco delle comunità, a difesa dei loro diritti e territori, la Chiesa ora assume con maggiore consapevolezza e profondità il paradigma dell’ecologia integrale. Tuttavia, vivere l’ecologia integrale in Amazzonia significa, per la Chiesa, la società, la politica e per i diversi modelli economici, riconoscere l’urgenza della conversione. Ecco perché il Documento finale ha la conversione con un filo rosso, perché ritrae una Chiesa che ascolta e riconosce che ha ancora molto da cambiare e da imparare.

Piuttosto che insegnare la strada, la Chiesa amazzonica vuole essere la prima a cambiare: riconosce che deve essere più aperta al dialogo interculturale e interreligioso; assume l’impegno della conversione ecologica, per la quale esistono proposte molto concrete; e acquisisce il coraggio e la fermezza per avvicinarsi alle vittime e alle persone minacciate.

Inoltre, in questo atteggiamento di conversione, la Chiesa apre spazi per nuovi ministeri, nella creatività dello Spirito, con l’ispirazione e il costante nutrimento dell’Eucaristia, definito come un “sacramento dell’amore cosmico”, un incontro di tutte le creature nella celebrazione della Pasqua.
Nel Sinodo abbiamo anche riconosciuto una visione “corta” in relazione alle donne. Ecco un’altra conversione, urgente e necessaria. Papa Francesco si riferisce ad essa quando, nel discorso finale, ha accolto la sfida delle donne: ” vogliamo essere ascoltate!”.

Si chiude ora quella che possiamo considerare la seconda tappa del Sinodo: la prima è stata intessuta nell’ nell’ascolto delle comunità locali. Questa seconda fase è stata di discernimento, un incontro tra i pastori dell’America Latina e altri dal resto del mondo. Si apre quindi la terza fase, di restituzione dei risultati dell’assemblea sinodale a tutte le comunità. C’è ancora molto lavoro da fare. Ma siamo incoraggiati dalla forza della comunione ecclesiale che abbiamo vissuto in questo ottobre. Abbiamo sentito la forza dello Spirito Santo, che conferma i passi della Chiesa. Anche il vigore di Papa Francesco ha attirato la nostra attenzione. Ma soprattutto la voce delle donne e dei popoli indigeni, che ha risuonato con dignità e fermezza nelle sale del Vaticano e ha avviato nuovi processi, irreversibili, all’interno della Chiesa. Attendiamo ora l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco, promessa da lui entro fine anno; condivideremo con le comunità amazzoniche intuizioni, piste d’azione e di collaborazione. Cristo continua ad indicare l’Amazzonia, come sfida e opportunità. Ritorniamoci!