Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo re dell’universo

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Stiamo per celebrare la Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. In cosa consiste la qualità della regalità? «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori» (Lc 22,25); i governanti della terra, avendo potere, si sono rivelati spesso niente altro che schiavi del loro potere. (...)

Le pietre possono restare pietre

La tentazione ama il periodo ipotetico: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Ma Cristo non trasformerà le pietre in pane, perché «sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). Se mangiare è necessario per vivere, ancor più necessario sarà dialogare con Dio, che dà la vita.

«Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Ma Cristo non salverà sé stesso, perché ha altro da fare. Dirà poco dopo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Perché la carne umana possa salvarsi ha bisogno di ritrovare la via al Padre, e allora serve che qualcuno gliela consegni.

Gesù Cristo non salva sé stesso, non è venuto per questo. Infatti «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso» (Fil 2,6-7).

Stiamo per celebrare la Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. In cosa consiste la qualità della regalità? «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori» (Lc 22,25); i governanti della terra, avendo potere, si sono rivelati spesso niente altro che schiavi del loro potere. I re della terra, in genere, sono re minuscoli, uomini preoccupati di farsi tornare i conti. Eppure promettono talvolta di trasformare le pietre in pane…

La qualità del vero Re è di essere in mezzo a noi «come colui che serve» (Lc 22,27).

Non è sceso dalla croce, ma «offrendosi liberamente alla sua passione» (Preghiera eucaristica II) è salito sulla croce pregando per chi lo crocifiggeva.

Mostrando così che le pietre possono rimanere pietre, che sulla croce si può restare e che i disegni del Padre possono essere accolti.

Per la sua potestà non avremo maggior comodità, ma sarà dischiusa una «via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne» (Eb 10,20). Ha aperto, quindi, il sentiero che, passando per il suo corpo, conduce al Padre. Non ha salvato sé stesso. Ha salvato noi.
[Fabio Rosini – L’Osservatore Romano]

Gesù ascolta come un vero re

Il ladrone non poteva dire a Gesù: ricordati di me perché ti ho seguito, perché ti ho ascoltato o ti ho ubbidito. Gli poteva dire solo: ricordati di me perché sono un bisognoso, non sono mai stato capace di amare davvero, ho sempre cercato di salvare me stesso anche a costo di far soffrire gli altri con le mie pretese. Ricordati di me che non ho nessun dono da portare con me nell'al di là, dove nessuno mi attende. Ricordati di me che ho le mani vuote, e nel cuore soltanto brutti ricordi.

E Gesù? Gesù ascolta come un vero re. Come un re egli promette le cose più belle. Gesù diventa bello per questa sua promessa: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”! Gesù non salva se stesso, ma salva noi, donandoci una speranza che va oltre il pensabile. E il suo volto diventa il più bello. In questo momento nessuno è più amabile di Gesù, nessuno è più re di lui, anche se la sua corona rimane insanguinata e pungente. In questo momento Gesù è la porta del cielo, ci apre il regno più bello e più duraturo, quello del nostro Dio e Padre! Grazie, Signore Gesù!
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Il Regno è in mezzo a noi

2Sam 5,1-3; Salmo 121; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

Siamo giunti all’ultima domenica dell’anno liturgico, Anno C. Domenica prossima comincia un nuovo anno. Intanto l’anno si chiude con una bellissima festa in onore di nostro Signore: la festa di Gesù Cristo re dell’universo. L’espressione “Cristo re” risulta dell’accostamento di due titoli che in realtà indicano la stessa cosa. Cristo è la traduzione greca del termine ebraico “Massiah”, che designa il re, in quanto eletto e consacrato col gesto simbolico dell’unzione. Nella prospettiva veterotestamentaria questo titolo è riservato al discendente davidico che realizza il regno di Dio di giustizia e di pace. La primitiva comunità cristiana riconosce e proclama Cristo e Signore, Gesù, il discendente della stirpe di Davide, scelto da Dio per realizzare il suo regno e il dono della salvezza a favore di tutti gli esseri umani.

Si tratta essenzialmente della signoria, del dominio, della sovranità di Dio sul mondo. Il regno di Dio non è dunque un luogo, una situazione o un gruppo di persone, ma è il fatto che Dio regna e le potenze che gli si oppongono (peccato, morte, satana) sono vinte.

Alla figura ideale del re Davide rimanda la prima lettura dal secondo libro di Samuele. Davide dimostra di essere non solo un valido comandante, ma anche un abile uomo politico che riesce ad ottenere il consenso dei suoi oppositori. Su quest’immagine idealizzata di Davide si innesta la speranza di un re che istaurerà il regno di Dio. Davide divenne quindi “figura” del messia atteso dal popolo eletto: figura del Signore Gesù.

Di questa regalità di Gesù, Figlio di Dio, parla anche il brano ai Colossesi. San Paolo ricorda che il Padre ha liberato gli uomini dal potere delle tenebre, e li ha introdotti nel regno del suo Figlio diletto. Questa liberazione o redenzione cristiana consiste nella remissione dei peccati. Quindi Paolo traccia un grandioso ritratto in cui si celebra il primato di Cristo nella creazione e nella redenzione. Egli come primogenito è il mediatore di tutte le cose e di tutti gli esseri viventi. Perciò tutta la realtà creata ha la sua coerenza e consistenza nel Figlio, che è l’icona del Padre.

Il brano evangelico ci parla del compagno di patibolo di Gesù, ossia del “buon ladrone”. Le ultime parole di questo malfattore pentito suonano come un’implicita professione di fede messianica: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Questo criminale riconosce o scopre in Gesù il Dio nascosto sotto l’immagine di un malfattore comune, sfigurato e non trasfigurato; egli si raccomanda a Gesù, che riconosce come il Messia del futuro regno di Dio. Gesù gli promette una salvezza immediata dopo la morte associandolo al suo destino di giusto salvato da Dio: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel mio paradiso”. Nelle parole di Gesù risalta l’attualità, l’oggi della salvezza. La salvezza è per oggi e adesso, e non per domani.

Gli altri erano là per giudicare e condannare Gesù, il buon ladrone invece ha avuto il coraggio e la forza morale di avere uno sguardo indagatore su di sé e su Cristo, di giudicare se stesso, di riconoscere il proprio peccato. Il riconoscimento dei peccati è ciò che la nostra società odierna rifiuta. Il peccato è il grande escluso da una certa società cosiddetta “laica”, e non si sente il bisogno di chiedere perdono a Dio e ai fratelli. Eppure il regno di Dio, considerando bene la figura del buon ladrone, riguarda un popolo di peccatori, pentiti e riconciliati. Perciò, come dice il prefazio di questa solennità, è “Regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. Dobbiamo essere lieti di appartenere a un tale regno.
Don Joseph Ndoum

L’annuncio missionario di un Re finito in croce

2Samuele 5,1-3; Salmo 121; Colossesi 1,12-20; Luca 23,35-43

Riflessioni
Conosciamo le “Sette Parole di Gesù in croce”. Ma ci sono anche le “sette parole dette a Gesù in croce”. Le prime sono tema di abbondanti predicazioni e scritti spirituali. Ma anche le seconde si prestano per commenti e riflessioni feconde. Nel Vangelo lucano di oggi troviamo quattro parole pronunciate verso Gesù: dai capi (v. 35), dai soldati (v. 36-37) e dai due malfattori crocifissi accanto a Gesù (v. 39-42). Queste quattro parole hanno in comune, sia pur con sfumature diverse, la sfida rivolta a Gesù: ‘dimostra chi sei (il Cristo, il re…), salva te stesso, scendi dalla croce…’ Le parole dei capi, dei soldati e di uno dei malfattori sono ingiuriose, sprezzanti, senza pietà, mostrano una totale incomprensione e stravolgimento della identità di Cristo.

La scritta sopra il capo di Gesù parla da sola: “Questi è il Re dei Giudei” (v. 38). Dice tutto di quella condanna. Ma come decifrarla? Chi la capisce nella sua verità? Per i capi religiosi e politici sono parole da burla; ma per Dio e per il cristiano sono parole vere, che centrano in pieno l’identità di quello strano condannato. Quella lapide è una sfida che attraversa i secoli: o la si accetta o la si rifiuta. Con alterne conseguenze! “Il popolo stava a vedere” (v. 35): muto e perplesso, fra curiosità e impotenza, non capiva cosa stava succedendo, non sapeva cosa fare… Poco dopo, però, quando lo spettacolo si concluse in orrenda tragedia, quelle folle “se ne tornavano percuotendosi il petto” (v. 48).

È possibile cogliere il significato di quella morte dalle parole del secondo dei malfattori, il famoso ‘buon ladrone’, l’unico che riconosce il senso di quella scritta e l’identità di Gesù. Non gli chiede una clamorosa liberazione, ma solo di stare accanto a Lui nell’ultima fase della vita: “Ricordati di me…” (v. 42). Richiesta subito esaudita: “Oggi sarai con me nel paradiso” (v. 43). È la prima sentenza del nuovo Re! Gesù ha solo parole di salvezza piena: oggi, in paradiso! Il silenzio di Gesù, il suo gesto di perdono, le poche parole (con il Padre, la madre, gli amici…) svelano il mistero di un re splendido e potente, ma che finisce su una croce. La sua è una regalità atipica, nuova: ha mandato in tilt Erode, Pilato, Tiberio, i capi, il popolo… Una regalità difficile da comprendere e ancor più da accettare. Una regalità spesso incompresa e travisata!  Ma per chi l’accetta, è regalità vera, che dà senso pieno alla vita. “Gesù parla di un regno capovolto, dove l'ultimo diventa il primo e dove chi regna non comanda ma serve. La croce su cui Gesù muore è la sintesi di un cammino regale fuori dai luoghi comuni. È il compimento di un modo di regnare/servire che Gesù ha vissuto nel quotidiano” (R. Vinco). E ha inaugurato per noi.

La chiave del mistero di quella morte sta nella risposta alle domande ‘logiche’ di tutti: Perché non scendi dalla croce? Perché non chiarisci tutto facendo il miracolo? Ne hai fatti tanti di strepitosi, per gli altri… Se tu scendessi dalla croce, tutti ti crederebbero... Ma noi possiamo chiederci: in che cosa crederebbero? “Nel Dio forte e potente, nel Dio che sconfigge e umilia i nemici, che risponde colpo su colpo alle provocazioni degli empi, che incute timore e rispetto, che non scherza… Ma questo non è il Dio di Gesù. Se scendesse dalla croce, svuoterebbe il suo messaggio anteriore, tradirebbe la sua missione: avallerebbe l’idea falsa di Dio che le guide spirituali del popolo hanno in mente. Confermerebbe che il vero Dio è quello che i potenti di questo mondo hanno sempre adorato perché è simile a loro: forte, arrogante, oppressore, vendicativo, umano. Questo Dio forte è incompatibile con quello che ci è rivelato da Gesù in croce: il Dio che ama tutti, anche chi lo combatte, che perdona sempre, che salva, che si lascia sconfiggere per amore” (F. Armellini). (*)

La sfida del primo ladrone: “salva te stesso e noi” (v. 39) è quella che potremmo dire l'ultima tentazione. Gesù esprime la sua regalità restando sulla croce e da lì consegna la sua vita, cioè lo Spirito, come afferma Giovanni (19,30). Il buon ladrone invoca: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (v. 42). Un riconoscimento importante per Gesù, perché gli viene proprio da uno scartato, che, a sua volta, si sente accolto e salvato: “Oggi con me sarai in paradiso” (v. 43).

Tale riflessione ha ricadute immediate sul terreno della missione: Quale Dio annunciamo? Quale volto di Dio rivela la missione che portiamo avanti: un Dio dalla povertà e debolezza o un dio alla ricerca di riconoscimenti e di potere? Quest’ultimo sarebbe in sintonia con la logica umana e con i re di questo mondo. Nel modo di far missione, a volte ci sono concessioni, c’è timore nell’annunciare, con le parole e con i fatti, un Dio che è sconfitto, che perde, soffre, perdona… E quindi non si favorisce la crescita di una Chiesa povera, umile, disposta a perdere… L’abbondanza di mezzi umani rischia di togliere trasparenza all’annuncio. È più conforme al Vangelo una missione che si realizza con mezzi deboli, che annuncia Dio dalla povertà, dall’umiltà, espulsione, persecuzione, distruzione… Perché è nella logica del Re che vince e regna dalla croce! Un re così disturba i nostri piani, perché esige un cambio di vita, capacità di perdono, accoglienza di chiunque, tempi più lunghi, prospettive scomode… Le condizioni sono esigenti, ma con Lui l’esito della missione è assicurato.

Parola del Papa
(*) “Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte… Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini”.
Benedetto XVI
Omelia all’inizio del Pontificato, 24 aprile 2005

Sui passi dei Missionari

-24/11: Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo.

- 24/11: Nel 2013 Papa Francesco pubblicò l’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, come documento programmatico del suo pontificato, per “l’annuncio del Vangelo nel mondo attuale”.

- 24/11: Bb. Pietro Kibe Kasui (1587-1639), gesuita giapponese, e 187 compagni martiri, uccisi fra il 1603 e il 1639; di essi, quattro erano sacerdoti e tutti gli altri laici, fra i quali anche coppie di sposi e mamme con bambini. È il terzo gruppo numeroso di martiri in Giappone (dopo quelli del 1597 e 1622).

- 24/11: Ss. Andrea Dung-Lac (+1839), sacerdote, e molti altri compagni martiri in Vietnam. Nel 1988 Giovanni Paolo II ne canonizzò 117; fra essi 96 vietnamiti e 21 missionari stranieri (11 domenicani spagnoli e 10 francesi delle Missioni Estere): vescovi, sacerdoti e laici uccisi in vari luoghi e modi fra 1745 e 1862.

- 25/11: Giornata Internazionale per l'eliminazione della Violenza contro le Donne (ONU, 1999).

- 26/11: S. Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751), sacerdote francescano italiano, itinerante, dedicato alle missioni popolari. È l’ideatore della Via Crucis.

- 26/11: B. Giacomo Alberione (1884-1971), fondatore della Famiglia Paolina (una decina di istituzioni), per diffondere il Vangelo con i mezzi di comunicazione sociale e per le vocazioni.

- 26/11: Memoria di Charles Lavigerie (1825-1892), vescovo francese di Algeri e cardinale, fondatore (1868 in Algeria) della Società dei Missionari d’Africa (Padri Bianchi) e delle Missionarie di Nostra Signora d’Africa.

- 26/11: Memoria di Joseph-P. Wittebols (1912-1964), dehoniano belga, vescovo missionario di Wamba (Rep. dem. del Congo), ucciso durante la ribellione dei simba. Intorno a questa data furono uccisi a Wamba e a Kisangani 28 missionari dehoniani; come pure 22 domenicani e domenicane in diocesi di Isiro, 33 missionari crocigeri a Bondo, spiritani, oblati, comboniani, ecc. (Vedi 1/12).

- 26/11: Sig. Adolfo Pérez Esquivel (n. 1931, Argentina), artista e scrittore, animatore di comunità e promotore dei diritti umani con la nonviolenza; ricevette il Premio Nobel della Pace (1980) per la sua opposizione alla dittatura militare, durante la quale fu detenuto, torturato e imprigionato. 

- 28/11: Apparizioni della Madonna Addolorata ad alcune studentesse in un collegio di Kibeho (Gikongoro, Rwanda, 1981), con un messaggio di consolazione, preghiera e conversione. Sono fra le prime apparizioni mariane verificatesi in Africa e riconosciute autentiche dalla Chiesa.

- 29/11 (e giorni vicini): Ss. Cutberto Mayne (+1577), Edmondo Campion (+1581) e compagni; Bb. Riccardo Langley (+1586), Edoardo Burden (+1588), Giorgio Errington (+1596) e compagni; e tanti altri sacerdoti e laici martirizzati in Inghilterra sotto la regina Elisabetta I.

- 29/11: Bb. Dionigi Berthelot (francese) e Redento Rodrigues (portoghese), religiosi carmelitani, fatti schiavi e poi martirizzati da musulmani (+1638) ad Aceh (Sumatra, Indonesia).

- 30/11: S. Andrea, apostolo, è il primo discepolo che incontriamo nei Vangeli assieme a Giovanni (Gv 1,37-42); era nativo di Betsaida come suo fratello Simon Pietro; predicò il Vangelo in Grecia, ove morì crocifisso. La Chiesa di Costantinopoli lo venera come suo patrono insigne.

- 30/11: Nel 1919 Papa Benedetto XV pubblicò la Lettera apostolica Maximum Illud per rilanciare la missione della Chiesa di annunciare il Vangelo ad gentes, libera da ingerenze dei poteri politici e coloniali, lontana da interessi nazionalisti, impegnata a preparare un clero indigeno, ispirandosi unicamente all’amore di Cristo.

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A cura di: P. Romeo Ballan – Missionari Comboniani (Verona)

Sito Web:   www.euntes.net    “Parola per la Missione”

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