Mercoledì 4 dicembre 2019
Ecco la storia di Piquiá de Baixo, un piccolo quartiere nel Nordest del Brasile dove la vita di 300 famiglie è stata travolta dall'arrivo delle industrie siderurgiche. Che lavorando 24 ore su 24 e 365 giorni l'anno hanno distrutto la natura e la salute degli abitanti. (Foto: Un papà tiene in braccio il figlio a Piquiá. © Marcelo Cruz).

Dona Tida, Joselma, Flavia, William non sono solo nomi. Portano con sé il peso della lotta di tutta una comunità dell’Amazzonia che da 30 anni  è devastata dagli effetti devastanti dell’inquinamento ambientale prodotto dalle siderurgiche. Vivere a Piquiá de Baixo, un quartiere della città di Açailândia, nello stato del Maranhão, nel Nordest del Brasile, è un atto di resistenza di fronte alla convivenza forzata con la polvere nera che esce dalle ciminiere, si deposita dappertutto ed entra nei polmoni, nelle pelle e negli occhi di chiunque viva da quelle parti.

Industria mineraria: le denunce di violazioni arrivano all’Onu e al Sinodo

E proprio Flavia Nascimento, un’abitante di Piquiá de Baixo, ha partecipato a un evento parallelo al Sinodo dell’Amazzonia dello scorso ottobre, prendendo parte a un dibattito sulle violazioni dei diritti umani delle popolazioni dell’Amazzonia e parlando del dramma e della resistenza della comunità di cui fa parte. Flavia, infatti, stava rappresentando l’Associazione comunitaria degli abitanti a Piquiá di Baixo. Un’organizzazione che da ormai 14 anni lotta per la giustizia e denuncia le violazioni subite insieme al Centro de Defesa da Vida e dos Direitos Humano Carmen Bascarán, ai missionari comboniani e alla rete Justiça nos Trilhos (Sui binari della giustizia).

E lo scorso mese Flavia ha partecipato anche a un altro evento, questa volta organizzato dalle Nazioni Unite a Ginevra, in Svizzera. Da dove ha denunciato, emozionata:

«Chiediamo aiuto perché stiamo lentamente morendo. Parliamo dei nostri problemi e le persone non ci ascoltano. Abbiamo un presidente terribile, l’Amazzonia non è niente per lui e se continua ad agire in questo modo perderemo tutto ciò che abbiamo raggiunto».

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In primo piano Piquiá de Baixo. Sullo sfondo il treno che trasporta ferro – Foto: © Marco Ratti

Piquiá de Baixo, dove la siderurgia inquina e devasta

Nel quartiere di Piquiá de Baixo vivono circa 300 famiglie, per un totale di 1.200 persone. Alcune di loro sono arrivate all’incirca 45 anni fa in quella zona, che hanno scelto a suo tempo per mettere su casa e famiglia. Un luogo incantevole, in quel periodo, in mezzo al verde della foresta amazzonica, circondato da fiumi con acque limpide e pieni di pesci. Loro non potevano immaginare che quel paradiso sarebbe diventato un posto invivibile, un simbolo mondiale della disuguaglianza.

È dalla fine degli anni Ottanta che l’inquinamento ambientale del fiume, dell’aria e del suolo causato dalle siderurgiche danneggia la salute dei residenti e provoca morte. Ad aprire la strada alle industrie è stata la costruzione della Strada di Ferro Carajás, una ferrovia che dal 1985 trasporta ferro dalle miniere dello stato brasiliano del Pará fino al porto di São Luis, capitale del Maranhão. La prima industria di ghisa ad arrivare in città è stata la Companhia Siderúrgica Vale do Pindaré. E a seguire sono arrivate le altre: la Siderúrgica do Maranhão, la Viena Siderúrgica, la Ferro Gusa do Maranhão, la Gusa Nordeste.

Oggi sono attive la Gusa Nordeste, che detiene le aziende Aço Verde Brasil e Cimento Verde Brasil, che producono rispettivamente acciaio e cemento. Appartengono tutte allo stesso gruppo Ferroeste. Inoltre sono in funzione la Viena Siderúrgica e il gigante mondiale dell’attività mineraria, la Vale SA, con il magazzino di ferro e la ferrovia.

Industria mineraria brasiliana: il programma Grande Carajás

Piquiá si trova in mezzo al percorso tracciato dal programma Grande Carajás, un progetto di sfruttamento minerario che negli anni ha portato alla più grande miniera a cielo aperto di estrazione di ferro al mondo, che prende il minerale dalle viscere della foresta amazzonica per esportarlo in Europa, Stati Uniti, Cina.

Il progetto Grande Carajás è una delle eredità della dittatura militare brasiliana (1964-1985). È stato avviato durante il governo del generale João Batista Figueiredo (1979-1985) e la Vale SA, privatizzata nel 1997, ne è l’attore principale, la multinazionale che estrae il minerale dal cuore della foresta nazionale del Carajás.

Il prodotto viene quindi trasportato con i mega-treni della Vale, composti da più di 300 vagoni ciascuno, e attraversa 100 comunità – su un’area che corrisponde a un decimo del territorio brasiliano – fino ad arrivare, come detto, al porto di São Luis. Lungo i binari della Vale, dove circolano qualcosa come 200 milioni di tonnellate di minerale l’anno, spariscono la storia, la vita e la memoria delle popolazioni locali.

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Esplosione nella miniera di Parauapebas nello stato del Pará (Brasile) – Foto: © Marco Ratti

I danni alla salute: i tumori e la montagna “che brucia”

Una ricerca condotta sul campo nel 2013 e pubblicata tre anni più tardi dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano sulle condizioni di salute dei residenti di Piquiá su una rivista scientifica, ha rivelato che il 28% delle 220 persone analizzate soffre di patologie respiratorie. Secondo quanto riportato dalla ricerca, si tratta di un tasso di incidenza abnorme, che è fino a sei volte superiore a quello riportato in studi simili condotti in altri paesi.

Oltre ai gas e alla “polvere di ferro”, come è conosciuta da quelle parti, la comunità deve affrontare un’altra minaccia. Viene chiamata Munha e si presenta come piccole montagnette di terra nera. Ma appena ci si avvicina emana calore e basta gettarci un pezzo di legno sopra per vederlo prendere fuoco in un attimo.

Si tratta degli scarti incandescenti della lavorazione del ferro prodotti dagli altiforni che si depositano sul fondo delle caldaie e che vengono accumulati proprio dietro il cimitero di Piquiá. Una situazione ai limiti dell’incredibile, che in passato, nel 1993, ha ucciso anche un bambino di 8 anni, Gilson Alves Bezerra.

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Una manifestazione organizzata per chiedere al municipio il terreno per il nuovo quartiere di Piquiá – Foto: © Marco Ratti

Oltre l’industria mineraria: la lotta per una vita degna

Nonostante tutti i problemi, l’associazione dei residenti di Piquiá de Baixo e la procura hanno ottenuto una vittoria importante: entro la fine dell’anno, il sindaco di Açailândia dovrebbe trasferire alla comunità circa 1 milione di reais di risarcimento, pari a 215 mila europer lo sfruttamento delle risorse minerarie locali.

Oltre a questo, è in corso da tempo una lotta ancora più importante. La richiesta dei cittadini è quella che il quartiere sia dichiarato inabitabile a causa dell’incredibile inquinamento che caratterizza la zona, che tutte le case siano quindi abbattute e che, nel contempo, le abitazioni siano costruite in un altro quartiere della città, a circa 8 chilometri dalla posizione attuale, una distanza sufficiente affinché la “polvere di ferro” resti lontana.

Il nuovo quartiere ha già un nome, Piquiá da Conquista (Piquiá della Conquista), scelto con una votazione tra gli abitanti. Ed è anche stato approvato dalla autorità federali, che hanno previsto uno stanziamento economico per la sua costruzione, a cui si sommano i soldi ottenuti dal sindacato delle siderurgiche del Maranhão e dalle industrie della città. Anche se le difficoltà burocratiche e politiche da superare per arrivare alla fine di questo lungo processo sembrano non finire mai.

Questa sorta di progetto di “trasloco collettivo”, però, non risolve tutti problemi. Le siderurgiche sono alle prese con processi in cui si pretende perlomeno il pagamento dei danni causati ad ambiente e salute. E tra questi, fa sapere la rete Justiça nos Trilhos, esistono 21 cause vinte, non tutte arrivate ancora a sentenza definitiva, per ottenere risarcimenti per i danni causati.
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Janaina César – Osservatorio Diritti]