Mercoledì 4 dicembre 2019
La 25° Conferenza mondiale sul clima (Cop25), iniziata il 2 dicembre a Madrid, suona l’allarme: non soltanto non le abbiamo ridotte, ma continuiamo ad aumentarle!

L’Accordo di Parigi, sottoscritto nel dicembre 2015 alla conclusione di Cop21, offriva chiare indicazioni (ridurre le emissioni del 45% entro il 2030, raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e stabilizzare l’aumento della temperatura globale a 1,5° C gradi entro fine secolo), ma delegava le azioni concrete ai singoli Stati firmatari che, a suo tempo, hanno presentato i rispettivi “impegni determinati a livello nazionale” (Ndc - Nationally Determined Commitments).

Impegni non mantenuti o, addirittura, cancellati, come avvenuto per Usa e Brasile con l’avvento di governi che, con Donad Trump e Jair Bolsonaro,  non credono al cambiamento climatico.

I dati, invero poco incoraggianti, derivano dal Global Carbon Project: «Le emissioni quest’anno saranno probabilmente superiori del 4% rispetto al 2015, anno dell’accordo Onu di Parigi».

Un ruolo determinante per contenere le emissioni spetta agli “amici alberi”: per questo, da Madrid, Cop25 deve guardare anche all’Amazzonia, polmone del mondo.

E una piccola consolazione spetta all’Unione Europea: al terzo posto nel mondo, dopo Cina e Usa, per emissioni prodotte, è riuscita a ridurne di più l’aumento e ha la ferma intenzione di azzerarle.

È, però, un successo amaro, perché tutti i governi dovrebbero passare dalle buone intenzioni ai fatti, e non è facile.

Come già anticipato nel 2015 dalle associazioni ambientaliste al termine di Cop21, è poco probabile che essi abbiano il coraggio di operare scelte onerose e, talvolta, anche molto impopolari, senza l’appoggio della cittadinanza.

Per questo mobilitazioni di piazza e scelte individuali di acquisto e “consumo” possono davvero fare la differenza per arrivare a invertire la tendenza ed evitare che il riscaldamento climatico superi 1,5°C entro fine secolo.

Il 2020 sarà l’anno decisivo: per i governi, e anche per noi.