di p. Michael Jesto Bwalya

Nel Simposio missionario di Limone, al p. Michael Jesto Bwalya, comboniano del Malawi, reduce dal lavoro missionario in RDC, è stato chiesto di rileggere la sua esperienza missionaria alla luce del Piano e del Carisma di San Daniele Comboni.

Inserito. Roma, 21.08.2008

Questo intervento fa parte del 2° Simposio di Limone (28-31 Luglio 2008).

IL PIANO DI COMBONI NEL VISSUTO DI UN AFRICANO

Mi è stato chiesto di rileggere con voi la mia esperienza missionaria alla luce del Piano e del Carisma di San Daniele Comboni. Cercherò, in questo intervento, di identificare e passare in rassegna alcuni elementi chiave del Piano e del Carisma di Comboni e di vedere come essi hanno influito sul mio servizio missionario. Non ho la pretesa di esaurire tutti gli elementi elaborati nel Piano ma soltanto di toccare in modo globale quelli che io ritengo importanti. Mi limito, poi, alle situazioni vissute nella varie tappe della mia vita, come formando e come prete missionario, nello Zambia, in Malawi, nella Repubblica democratica di Congo, nell’Uganda, in Francia e in Italia.
Parto dall’esperienza spirituale di Comboni: sia il Piano che il carisma mettono in rilievo l’aspetto mistico di Comboni. È interessante notare come l’attività missionaria, la passione per i popoli africani, per la situazione di Nigrizia, nascono a partire dalla contemplazione di Gesù morto e risorto cioè tramite il mistero del Cuore trafitto di Gesù. Io credo che è questo fuoco, questo calore della carità del Cuore di Gesù che ha trasportato e sedotto Comboni. Comboni cercava sempre di capire questo mistero di Dio che muore sulla croce. Afferrato e trasfigurato dalla presenza dell’amore di Cristo nel suo cuore, Comboni voleva che l’amore di Cristo raggiungesse l’uomo africano. È quindi la passione per la missione nata dall’esperienza di amore di Cristo che determina tutta la vita e l’agire di Comboni. Da lì, deriva anche il suo amore pieno di entusiasmo per la croce e la disponibilità ad accogliere ogni tipo di sofferenza.
Tutto questo è il punto forte di riferimento sia per la mia vita spirituale che per il servizio missionario. Oggi posso dire che questo aspetto mi ha aiutato molto a verificare il motivo e la ragione d’essere missionario, mi ha sostenuto soprattutto nei momenti di fatica, di scoraggiamento, d’incomprensione o d’insuccesso, nella vita missionaria e comunitaria, nel vivere la sfida dell’internazionalità e cosi via. Mi piace tanto vedere che Comboni fa la sua esperienza di Cristo in modo tale che lo ama e lo identifica nell’africano. E’ un’esperienza che s’incarna nel vissuto. Egli ha coltivato molto rispetto e fiducia nei popoli africani a partire da questo elemento mistico ed era convito che pure il popolo africano faceva parte della chiesa di Gesù Cristo. Questa esperienza spirituale era la forza della sua vita per cui nessun ostacolo poteva scoraggiarlo di fronte alla carità divina da portare ai più abbandonati e bisognosi. Alla luce di questa dimensione spirituale e dalla mia esperienza, credo che se manca un confronto continuo con questo cuore di Gesù è molto facile diventare un operaio sociale o evangelizzare allo stile di altri… senza avere la specificità comboniana.
Analizzando ancora di più l’identificazione che Comboni faceva di Cristo con il popolo africano, egli ha saputo trasmettere l’amore di Cristo attraverso il processo del fare causa comune con la situazione africana. Mi colpisce questo legame tra la contemplazione del Cuore di Cristo e il vissuto, cioè l’incarnazione del mistero contemplato. Durante l’esperienza con i bambini di strada in Uganda, come pure fra il popolo Acholi (nel nord dell’Uganda) con i ribelli di Joseph Kony, in seguito nel periodo della guerra in Congo, ho osservato che il messaggio evangelico e la testimonianza dell’amore di Cristo diventano più vivi nella misura in cui si vive concretamente condividendo le situazioni concrete delle persone a cui uno è inviato: i momenti di lutto, di angoscia, di dolore, di lotta, di speranza e di gioia. Queste situazioni sono stati i momenti forti per verificare l’autenticità del mio essere missionario e della mia vita spirituale e mi hanno aiutato di entrare facilmente nella vita delle gente e soprattutto di ridurre la distanza fra me e loro nonostante le difficoltà.
Unito al far causa comune con la gente, c’è un altro aspetto caro al Piano di Comboni: egli sognava di poter rigenerare in Cristo tutte le componenti culturali del popolo africano : spirituale, morale, materiale e cosi via. Per lui, la fede doveva portare con sé una profonda e totale trasformazione della gente : sociale, economica, culturale ecc. Tante volte le mie preoccupazioni pastorali erano rivolte a questa dimensione: come invitare la gente a far entrare nel loro vissuto i suggerimenti del messaggio di Cristo. Ho guardato al Comboni, al suo modo di vivere in mezzo alla gente, e questo mi ha aiutato ad assumere un metodo che stimolasse le persone a prendere in mano la propria vita, a svegliarsi per rendersi conto delle situazioni vissute. Mi sono reso conto che spesso regnava uno spirito di rassegnazione: per esempio, nei bambini di strada come pure in chi ha tanto sofferto a causa della guerra, giovani, donne, anziani.
Condivido con voi che ci sono stati anche dei momenti di desolazione e di frustrazione, soprattutto nei primi tempi della mia esperienza missionaria come prete. Forse questa esperienza oscura era il frutto di avere ridotto l’esperienza missionaria maggiormente alla celebrazione dei sacramenti. Ricordo le domande che mi ponevo circa il mio servizio missionario. Ne condivido alcune: a che serve andare a135km di distanza, in una cappella soltanto per celebrare la messa, dove non esiste la scuola, un dispensario, dove non c’è nessuna infrastrutture, quando la strada è quasi inesistente, laddove i soldati molestano le genti giorno e notte? Che posso dire alla gente quando mi parla delle tasse per le biciclette, il campo e gli animali che devono pagare ai capi locali, ai militari? A che serve fare degli incontri con i giovani quando non vanno a scuola e quindi non sanno né leggere né scrivere, non lavorano mai? Tutta questa serie di domande mi ha fatto ricordare il modo del Comboni di collegare la fede e la promozione umana.
Ciò spiega la sua lotta contro la schiavitù e anche la sua intuizione di creare delle scuole di specializzazione, di formazione di artigiani, maestri, leaders nei vari settori della vita economica e sociale, delle università. Egli pensava di formare i futuri missionari africani e i laici cristiani come base di una nuova sociètà africana. La mia paura e tentazione era quindi di compiere un’opera evangelizzatrice che ignorava la vita concreta delle persone. Ringrazio il Signore perché ho sempre lavorato con dei confratelli sensibili a questo aspetto. Insieme abbiamo iniziato, senz’altro con la collaborazione della popolazione locale, dei capi dei villaggi ecc, il processo di formazione dei leaders a tutti i livelli, la creazione di centri d’alfabetizzazione, di scuole, di sessione di coscientizzazione, soprattutto circa la giustizia e la pace. Ho imparato anche l’importanza di fare dei progetti secondo la portata della gente con la loro attiva partecipazione e coinvolgimento. Come l’esperienza ha sempre insegnato, tutti i progetti che sono fatti senza la partecipazione dei cristiani, nei momenti di difficoltà e sbandamento, anch’essi partecipano nella loro distruzione.
Vorrei rileggere con voi la mia esperienza missionaria alla luce anche del sogno di Comboni che voleva che gli africani imparassero a diventare autosufficienti, a costruire una comunità cristiana autonoma, dei centri per l’irradiazione della fede e della cultura cristiana. La gente a cui siamo inviati qualche volta é furba! Sa giocare con i missionari soprattutto con coloro che non capiscono la realtà e la mentalità di alcuni luoghi e popoli africani. Un africano è sempre capace di “debrouillardisme”come si dice nella R.D.Congo cioè un africano per lo più è capace di andare avanti anche nei momenti più neri della sua vita. Tuttavia un africano, perlomeno secondo la mia esperienza, sa anche dimostrare la sua capacità di trasformarsi e di superare la sua difficoltà nella misura in cui un straniero gli dà fiducia, lo considera come soggetto capace cioè quando uno straniero non esercita lo spirito di paternalismo verso di lui. Altrimenti, egli è capace di vivere la situazione di dipendenza finché le risorse dei suoi padroni rimangono. Il missionario nel suo impegno può contribuire o ignorare la strada per promuovere l’autosufficienza della gente a secondo delle sue prese di posizioni. Quante volte, nei primi momenti d’incontro, la gente mi ha raccontato le cose grande che i miei predecessori missionari comboniani avevano fatto per loro: costruzioni, donazione di cose materiali e così via. Erano dei discorsi accalappianti e pieni di trappole. Essendo africano come loro anche se di cultura e nazionalità differenti, ma vivendo con dei confratelli europei, la gente si aspettava molto da me, direi anche un’esagerata simpatia, comprensione e aiuto a tutti i livelli. Conoscendo e leggendo i sentimenti delle persone non mi sono piegato. Ho preso sempre la linea dura cioè la mia metodologia mirava a sollecitare la collaborazione della gente in tutto. E’un programma che ti fa perdere spesso gli amici, la simpatia della gente, ma io ritengo che è la medicina per fare prevalere il sogno di Comboni e di promuovere così l’uomo africano.
In quest’ottica del sogno e del Piano di Comboni e secondo la mia esperienza, io posso affermare che il metodo del paternalismo è un grande ostacolo per promuovere l’autosufficienza delle gente. L’opera missionaria non è soltanto il luogo per guadagnare la simpatia e l’amicizia della gente. Questo non significa essere insensibili alla situazione della gente, anzi il Piano ci insegna a intervenire con saggezza, intelligenza e nei momenti di grande difficoltà. Le esperienze vissute mi hanno convinto dell’importanza di mettere sempre in risalto la possibilità e la capacità delle persone ad assumere e affrontare le loro difficoltà.
Con uno sguardo retrospettivo al mio servizio pastorale, mi sono accorto, e ne sono convinto, che le cappelle, i movimenti laicali sia per i giovani sia per gli adulti, andavano avanti nella misura in cui c’era la presenza di un gruppetto di responsabili ben formati e stabili. Questo per me è il fondamento su cui si costruisce una vera comunità cristiana. Un fondamento che dovrebbe spingere l’impegno missionario ad avere un carattere di provvisorietà e rendere il più presto possibile sempre meno necessaria la presenza di un missionario. Ciò vale anche per i nostri impegni a livello diocesano cioè nella nostra collaborazione con la chiesa locale. L’esperienza vissuta sia con i laici sia con altri agenti pastorali, mi dice che la gente si ritira in se stessa nel momento in cui un missionario, si presenta con un atteggiamento di superiorità, di conoscere tutto, di non avere bisogno di aiuto. In questo caso è anche molto difficile di avere una qualsiasi collaborazione.
Vorrei toccare un altro elemento che Comboni inserisce sia nel suo carisma missionario che nel suo piano. Si tratta della sua passione per la chiesa e la responsabilità di quest’ultima per l’evangelizzazione dell’Africa. Mi colpisce tanto il fatto che Comboni voleva che quello che Cristo aveva operato sulla croce, fosse manifestato ai popoli africani, cioè che pure l’Africa diventasse chiesa al cento per cento. Egli era convinto che la missione fosse un’opera di Dio ed un impegno di tutta la chiesa universale. Egli non esita di collaborare con gli altri istituti della chiesa universale per la causa dell’Africa, senza dimenticare di invitarli a favorire sempre la metodologia per cui l’africano diventa il protagonista del suo mondo. Da qui capisco l’importanza dell’inserimento attivo e della collaborazione nelle chiese locali o province in cui lavorano i missionari, di amarle e fare proprie le loro preoccupazioni evangelizzatrici. La partecipazione agli incontri a livello delle commissioni di decanato o di diocesi sia con gli agenti pastorali incaricati della pastorale dei giovani, i gruppi laicali, sia anche con i preti diocesani e religiosi della diocesi di Isiro (nella R.D.Congo), mi hanno permesso di capire e entrare nella profondità circa le problematiche, le speranze, le preoccupazioni urgenti, ecc. della vita della chiesa locale. I problemi dell’evangelizzazione che la chiesa dell’Africa sta affrontando non possono essere risolti da un singolo istituto. Questi incontri mi hanno pure allargato la visione con cui dovevo affrontare alcuni problemi pastorali della mia parrocchia. Trovo molto pertinente l’idea di Comboni secondo cui è la chiesa universale che evangelizza, tramite le chiese locali. Quando penso ai problemi della salute, della scolarizzazione, delle infrastrutture, soprattutto nelle situazione di post-guerra, l’esperienza mi dice che il missionario dovrebbe lasciarsi guidare anche dall’esperienza e dalle capacità degli altri. La configurazione attuale della missione in Africa richiede sempre un lavoro e un impegno congiunto, la valorizzazione della complementarità dei ruoli e dei carismi, la capacità di evangelizzare come una sola comunità ecclesiale ed evitare a tutti i costi la dispersione e l’individualismo.
Desidero affermare l’importanza del cenacolo. Mi sono piaciuti gli incontri dell’equipe apostolica la quale era composta dai noi sacerdoti e qualche volta dalle suore comboniane impegnate nella pastorale diretta della la parrocchia dove ho lavorato. Ho sperimentato quello che sottolineava Comboni nel suo piano: che il cenacolo è il luogo dove il missionario si forma, si alimenta di zelo missionario e dove si discerne sulle vere situazioni della nigrizia e anche dove cresce lo slancio e la forza apostolica per la missione. Il buon proseguimento dei piani pastorali dipende dalla capacità di condividere le esperienze vissute nella fede, i problemi personali e le altre problematiche che la strada della vita ci fa incontrare. Ho visto l’importanza dell’apertura verso gli altri, di saper condividere le proprie opinioni nella trasparenza. Ho sperimentato la necessità di vivere la vita comunitaria e internazionale con gli atteggiamenti di fede, di pazienza, di continua conversione e con un profondo senso di fraternità universale. Ho vissuto l’esperienza comunitaria come il momento di saper dare e ricevere dagli altri, di far prevalere i valori evangelici a quelli personali o della propria cultura. Questo l’ho vissuto anche con la gente. Essere africano non vuole dire capire e conoscere facilmente tutti i popoli africani. Ho cercato d’imparare e di avere molto rispetto per le lingue, la mentalità di tante tribù africane per poter evangelizzare in modo tranquillo. È un’esperienza interessante ed arricchente.
A proposito della collaborazione, Comboni dice che per una rigenerazione dell’Africa con l’Africa stessa, bisogna che ci sia un autentico dialogo tra Europa e l’Africa, un dialogo che si sviluppi su un piano di parità. L’ intuizione di Comboni è oggi più che necessaria vista la situazione che il continente africano sta percorrendo. Anch’io sono convinto dell’importanza di questo dialogo. I bisogni dei popoli sono talmente gravi che l’Africa da sola non potrebbe superarli. Tanti africani hanno bisogna della libertà, del riconoscimento della propria dignità umana e dei propri diritti (cibo, vita, educazione, famiglia, lavoro, libertà dalla paura), del rispetto, della solidarietà, della pace, di essere ascoltati, stimati, hanno bisogno di’autonomia e così via. Secondo me, il Piano potrebbe essere più attuale e più valido nella presente situazione africana se i missionari prendessero veramente a cuore gli atteggiamenti che animavano Comboni: il suo spirito di dialogo, di umiltà, d’accoglienza, di pazienza, la sua passione per Cristo e la capacità di vederlo e amarlo nelle persone concrete soprattutto i sofferenti, l’essere portavoce dei poveri e abbandonati, ecc.
Per questo, ci vuole una metodologia che presti attenzione alle radici dei mali e alle situazioni che continuano a impedire all’uomo africano di vivere pienamente la sua vita, una metodologia che favorisca sempre la sua piena partecipazione e coinvolgimento totale nella trasformazione dell’uomo e della realtà africana. Trovo, dunque, importante che il missionario sia sempre informato, aggiornato, sia in contatto con gli orientamenti del paese in cui lavora e del mondo in generale a tutti i livelli: sociale, economico, religioso, politico. L’ora attuale dell’Africa richiede degli evangelizzatori prudenti, santi, con l’Africa nel cuore, capaci di promuovere le potenzialità e le risorse che l’uomo africano racchiude in sé cioè dei missionari che non cercano le loro glorie ma che guardano l’Africa come un agente attivo di storia e non come un continente sotto tutela, dei missionari capaci di vedere nel popolo africano Cristo sofferente ed infine l’Africa ha bisogna di missionari che, come diceva Comboni, la considerino come il luogo in cui si incarna il loro amore verso Dio.
Comboni diceva che la fede cristiana deve diventare un giudizio (una coscienza critica) culturale, direi un giudizio di tutti gli aspetti della vita africana. Non è detto che avendo ricevuto l’evangelizzazione, tutti i popoli africani abbiano un giudizio che parta dall’esperienza cristiana. Questo può diventare attuale nell’Africa di oggi nella misura in cui un africano é aiutato a personalizzare la sua fede, quando cioè la fede prende un volto africano nelle sue espressioni e si manifesta nelle sue scelte, nelle decisioni, nel modo di concepire il mondo moderno e tradizionale, di relazionarsi, d’inserirsi nel mondo economico, politico e sociale, ecc. In altre parole la fede dovrebbe inglobare la promozione integrale della persona. I mezzi per promuovere la promozione integrale sono soprattutto la formazione dei leaders a tutti i livelli, la scolarizzazione, i mass media.
Per concludere, io sono convinto che l’intuizione, il sogno di Comboni è più che valido nel mondo africano di oggi, è uno stimolo, una provocazione che porta, soprattutto noi africani, ad una riflessione continua circa la validità della fede cristiana e la sua forza trasformatrice e redentrice. Nei villaggi, cioè le periferie delle città, dove ho avuto la grazia di offrire il mio servizio missionario, ho visto che c’è ancora da fare in proposito. Il Piano di Comboni è ancora pertinente e ci stimola a unire tutte le nostre forze per affrontare assieme le situazioni che impediscono la vera crescita dell’uomo. È un appello che chiama l’uomo e la donna africani a svegliarsi e a prendere in mano il proprio destino. È giunto il momento in cui un africano non può più essere considerato solamente come un oggetto dell’evangelizzazione. Con la sua povertà, con le sue risorse e tutto quello che Dio gli ha dato, egli può arrivare a partecipare in qualche modo alla missione globale del mondo, a dare il suo contributo per la giustizia, la pace e la dignità dell’uomo nel mondo intero. Egli ha qualche cosa da dare per la missione globale della chiesa e del mondo. Comboni non era un uomo bloccato localmente, egli pensava sempre universalmente, aveva sempre un sguardo aperto ed un orizzonte largo nel modo di analizzare le cose, non si é mai limitato alle cose di Verona. Egli teneva conto dei sogni, delle culture, delle realtà degli altri popoli. Ormai l’Africa dovrebbe intrattenere il linguaggio universale della missione, essa non può permettersi di rimanere chiusa in se stessa. È giunto il momento in cui l’africano deve essere aiutato a riacquistare la propria dignità e a riaffermare la sua capacità di un proprio sviluppo e di una propria compartecipazione in un piano di parità con gli altri popoli del mondo.
Per me, infine, il Piano spinge ancora di più il continente africano a impegnarsi in prima persona, con la collaborazione degli altri popoli, per scoprire il volto sofferente di Cristo nelle situazioni attuali della Nigrizia e non soltanto in Africa ma ovunque ci sia un uomo che soffre. I piani di evangelizzazione non potranno mai non indirizzare la loro attenzione alla lotta contro la fame, l’ingiustizia, la miseria, il problema dei rifugiati, il problema dell’Aids, la scarsità degli agenti pastorali, il problema interminabile della guerra e guerriglia, la sfida del dialogo con l’islam, l’approfondimento della problematica dell’inculturazione, la sfida della globalizzazione e le sue conseguenze, ecc. Occorre cercare i mezzi per un vero e giusto sviluppo sul continente che non porti alla dipendenza. Ecco alcune sfide che il Piano di Comboni ci stimola a tenere presenti nel nostro lavoro missionario. Concludo dicendo che la presenza di confratelli e consorelle africani che offrono diversi servizi nei campi della formazione, dell’evangelizzazione, dei mass media, della scuola, ecc. è già un’espressione di una vivace realizzazione del Piano di Comboni.
Sono arrivato al capolinea della mia condivisione, vi ringrazio per la vostra amabile attenzione. GRAZIE!

p. Michael Jesto Bwalya
Nel vissuto di un africano