Domenica 17 febbraio 2019
I vescovi già il 3 gennaio, a pochi giorni dal voto, padre Donatien Nshole, segretario generale della Conferenza episcopale nazionale del Congo (Cenco), aveva affermato che «i dati in nostro possesso confermano la scelta di un candidato quale presidente del paese». E aveva chiesto alla Commissione elettorale di rispettare «la verità e la giustizia». Nella foto: Nella foto un’immagine di Joseph Kabila in una strada della capitale Kinshasa. (Tony Karumba / AFP/Getty Images – latimes.com).

La Chiesa fa politica. Ad accusarla è Joseph Kabila, presidente della Repubblica democratica del Congo (Rd Congo) dal 2001 al 2018, irritato per il fatto che ancora una volta la Chiesa cattolica – nel cattolicesimo si riconosce il 40% degli 83 milioni di congolesi – si è messa di traverso e ha contestato l’esito delle elezioni presidenziali del 30 dicembre scorso. La stessa cosa avevano fatto i vescovi per le elezioni del 2006 e del 2011, che definirono «né secondo giustizia né secondo verità».

Questa volta, però, la Chiesa ha avuto in mano prove inconfutabili: i dati raccolti da 40mila osservatori, preparati e inviati nei seggi in tutto il paese per monitorare il voto, lo spoglio delle schede e la conta dei voti. Così, il 10 gennaio scorso, quando la Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) ha pubblicato i risultati parziali delle presidenziali, i vescovi hanno subito reagito, dicendo che non coincidevano con quelli in loro possesso.

Pochi giorni dopo anche i dati fatti trapelare da qualche “talpa” interna alla Ceni hanno convalidato ciò che i vertici della Chiesa andavano asserendo: il vincitore delle presidenziali è Martin Fayulu, non Félix Tshisekedi, dichiarato poi presidente della nazione dalla Corte costituzionale. Tshisekedi ha trovato un accordo fraudolento con Kabila che mantiene così il controllo delle stanze del potere (articolo a pag. 26 del numero di febbraio).

La Chiesa ha perso. Ha fatto politica sì, ma nel senso nobile della parola. Ha voluto partecipare al consolidamento della democrazia e garantire il rispetto del voto dei cittadini in elezioni libere e democratiche. Questo soltanto. Più di tutti ha perso il popolo congolese, che è stato derubato del sogno di rinnovamento, di una nuova classe politica, della possibilità di vivere in pace e godere delle straordinarie ricchezze naturali di cui è dotato il paese.

Il responsabile di questo rovesciamento del voto non è solo Kabila. Dietro a lui ci sono i governi di Rwanda e Uganda che, finanziati e assistiti militarmente da Usa e Gran Bretagna, possono continuare a saccheggiare le risorse minerarie nell’est del paese. Servendosi di centinaia di milizie armate responsabili di un “olocausto dimenticato”: 6 milioni di persone uccise negli ultimi 20 anni.

Dietro a Kabila ci sono anche le imprese multinazionali favorite da concessioni vantaggiose che proseguono nel depredare il paese di preziose risorse del sottosuolo. Corresponsabili del furto del sogno del popolo congolese siamo anche noi che beneficiamo di manufatti a basso prezzo frutto di sopraffazione e sangue.

Ecco chi fa politica nell’Rd Congo, per interesse economico. E non è la politica della Chiesa.
[Nigrizia, Editoriale Febbraio 2019]