Sabato 3 agosto 2019
Padre Giuseppe Scattolin, missionario comboniano, è nato a Pinzolo (Trento), nel 1942. Nel 1968 è stato ordinato sacerdote. Dal 1969 ha vissuto, studiato ed insegnato nel mondo arabo, in Libano, Sudan e Egitto. Nel 1986 ha ottenuto il dottorato in mistica islamica con una tesi sul poeta sufi egiziano ‘Umar Ibn al-Fārid (m. 632/1235), presso il PISAI (Pontificio istituto di Studi Arabi e d’Islamistica) a Roma, dove ha poi insegnato dal 1988 al 2016.

Intervista con il comboniano Giuseppe Scattolin da 50 anni missionario nel mondo arabo
La rivoluzione della misericordia

Rossella Fabiani

Giuseppe Scattolin, sacerdote e missionario comboniano, vive nel mondo arabo da 50anni, di cui 40 in Egitto. Ha vissuto, studiato e insegnato anche in Libano e in Sudan. È considerato uno dei maggiori esperti della mistica islamica — la sua tesi di dottorato discussa al Pisai (Pontificio istituto di Studi Arabi e d’Islamistica) a Roma nel1987, è stata sul poeta sufi egiziano ‘Umar Ibn al-Farid (m. 1235). A breve è prevista la pubblicazione in italiano del primo dei tre volumi della sua opera Manifestazioni spirituali nell’islam, un’antologia di testi sufi tradotti per la prima volta dall’arabo. Ha insegnato, oltre che al Pisai e alla Gregoriana, al Dar Comboni Center for Arabic Studies e al Centro teologico a Sakakini al Cairo, dove anche collabora con l’Ideo (Institut dominicain des études orientales) e l’Ifao (Institut français d’archéologie orientale). Sempre al Cairo è membro della Società Filosofica Araba — unico cristiano a farne parte — e dell’Accademia della Lingua Araba — dove è il secondo italiano ammesso dopo l’orientalista Carlo Alfonso Nallino negli anni Trenta del secolo scorso.

Padre Giuseppe Scattolin è stato docente anche alla Pontificia Università Gregoriana
negli anni 2003 e 2004. Collabora con alcuni istituti di ricerche scientifiche del Cairo,
in particolare con l’IDEO (Institut Dominicain des Études Orientales) e l’IFAO
(Institut Français d’Archéologie Orientale), e insegna presso il Dar Comboni Center for Arabic Studies.

Padre Scattolin, lei ha dedicato la vita allo studio del mondo islamico, portando la sua testimonianza di fede cristiana tra i musulmani e lavorando quotidianamente al dialogo interreligioso. Un’esperienza non comune che può essere utile per avere un giudizio certamente non superficiale sulla situazione in Medio oriente.

È inutile dire che la situazione è complicatissima ed è difficile semplificarla in poche parole. Quello che in genere manca soprattutto nei media e negli scrittori che trattano del Medio oriente è una prospettiva storica. Questo è un punto su cui insisto molto. I fenomeni storici devono essere letti alla luce della storia. L’islam ha una storia. Il Medio oriente ha una storia. Molte volte i media riducono le loro analisi agli ultimi due secoli mentre, sia il cristianesimo che l’islam, hanno una lunga storia alle spalle con vari fattori che influiscono anche adesso. Certamente quando io sono partito nel 1969, 50 anni fa, per il Medio oriente la situazione era molto diversa. C’era ancora molta speranza di poter fare evolvere la società islamica verso l’accettazione, in linea di principio, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, promulgata dall’Onu nel 1948. Gli Stati islamici risposero con una “Dichiarazione islamica dei diritti umani”, proclamata nel 1981 presso l’Unesco a Parigi, in cui chiedevano che la Dichiarazione dell’Onu venisse limitata dai principi della legge islamica(shari’a). La situazione è cambiata per effetto di vari fattori: c’è il conflitto tra palestinesi e Israele, che è sempre stato un fuoco che ha animato diversi tipi di reazioni anche fondamentaliste. C’è il petrolio e le potenze che per questo sono intervenute nell’area.

Così dalla storia possiamo capire meglio la cronaca.

Oggi siamo di fronte a una catastrofe dal punto di vista umano e civile. Si pensi a paesi di civiltà antiche come l’Iraq, la Siria o lo Yemen, distrutte completamente dalle guerre, a paesi come la Libia ora divisa. Diversi fattori hanno animato gli elementi più estremisti — all’interno del mondo islamico e delle società del Medio oriente in generale — che sono ben finanziati da potenze interessate a tenere vivi questi movimenti fondamentalisti che fanatizzano milioni di persone. Purtroppo invece i movimenti più moderati, sia all’interno dell’islam come in genere nel Medio oriente, fanno fatica a sopravvivere in un mondo spinto all’estremo della violenza. E purtroppo non ci sono delle proposte concrete di soluzione perché tutto si riduce a grandi dichiarazioni di principio che lasciano però la situazione in mano a dei poteri guidati da grandi interessi per cui è difficile trovare un punto di incontro. Nel passato c’è stato un certo idealismo che spingeva tutti verso una direzione. Oggi prevale l’interesse, o gli interessi economici in conflitto nella regione, e quindi il problema è molto serio, è difficile dire se mai ci sarà una rinascita di un vero movimento antifondamentalista all’interno dell’islam, in particolare, ma anche all’interno di altre società, di altri gruppi locali, è difficile sapere se il conflitto tra Israele e i palestinesi troverà una soluzione concordata da tutti in modo che si estingua un focolaio di fondamentalismo che questo conflitto alimenta continuamente. Siamo di fronte a una situazione catastrofica. Mi chiedo, e questa per me è la questione, se ci sarà una possibilità seria di un movimento verso la realizzazione di una certa democrazia o, se non altro, del rispetto della carta universale dei diritti umani fatta dall’Onu nel 1948.

E qual è la sua risposta?

Ecco, questa è la seconda parte della questione su come vedo io la situazione oggi in Medio oriente. Credo che ci vorrebbe prima di tutto una presa di coscienza delle persone che possono portare avanti questo processo e parlo in particolare del mondo intellettuale arabo-islamico. La situazione odierna è veramente il fallimento di tutto un mondo intellettuale che non è stato capace di elaborare una prospettiva, un progetto sociale in cui si possa convivere insieme in modo pacifico tra musulmani, cristiani e altre minoranze. Il pensiero fondamentalista è quello che ha dominato in gran parte tutti questi ultimi anni a partire in particolare dalla rivoluzione iraniana del 1979 che è stata un elemento decisivo per far crescere il pensiero fondamentalista. Occorre una ripresa culturale forte, o meglio una rivoluzione culturale per fare evolvere concetti sociali che i salafiti e i fondamentalisti riferiscono al passato. Occorre prendere in considerazione le società moderne, la convivenza nelle società moderne in cui i principi della democrazia sono alla base di tutto. Fare questo è molto importante. Però esistono anche fattori economici e politici che sono difficili da controllare perché sono giochi che avvengono dietro le quinte e che muovono pedine e movimenti che creano i conflitti locali che vengono poi coperti con diverse etichette religiose, ma che in realtà sono lo scontro di grandi interessi internazionali. Che si tratti di potenze del capitalismo occidentale o del capitalismo cinese o del capitalismo arabo o islamico. Siamo veramente in una situazione drammatica. Per questo è urgente una ripresa seria del mondo culturale in cui, nel mondo islamico, venga presentato non solo il salafismo passato ma venga presentato anche un islam che è capace di assimilare i valori fondamentali dei diritti umani e che sia capace di rispettarli di farli rispettare da tutti. Un cambiamento culturale come è avvenuto in Europa durante l’Illuminismo.

Per questa rinascita culturale all’interno dello stesso islam quanto conta riprendere la questione dei versetti della Mecca, ritenuti più spirituali, e dei versetti di Medina, visti come politici e legalisti. E secondo lei è una strada percorribile o impossibile?

Direi che non solo è percorribile ma è obbligatoria e qui si tocca un punto fondamentale. Si tratta dell’interpretazione non soltanto del testo coranico, ma di tutta la storia dell’islam. La distinzione tra versetti della Mecca e di Medina è vera ed è il punto che viene preso in considerazione nei dibattiti, però la questione è vedere qual è il senso profondo di una religione. Cito sempre un detto attribuito al Dalai Lama che, quando gli chiesero qual è la religione migliore, lui, da buon saggio buddista, rispose: la religione migliore è quella che fa le persone migliori. Molte volte la religione è vista solo come un insieme di dogmi, di cerimonie, di riti, ma non è vista nella sua dimensione esistenziale. Difronte a un fenomeno come l’islam molte volte mi sono domandato quale fosse il nucleo fondamentale di questa religione. È il tal versetto, o il tal altro, o è la tal visione? Sono giunto alla conclusione — che vale non solo per l’islam ma per tutte le religioni — che una religione che non migliora le persone è inutile se non dannosa. E che cosa vuol dire rendere le persone migliori? E nel Corano qual è il messaggio fondamentale?

Ho individuato cinque punti che secondo me potrebbero costituire una base di collaborazione tra tutte le religioni: la misericordia, l’amore, la verità, la giustizia e la pace. Questi sono i valori fondamentali sia della Bibbia che del Corano, il resto sono tutte leggi e interpretazioni umane. Purtroppo storicamente è stata data del Corano un’interpretazione puramente giurista, legalista. Ma ora ci sono dei pensatori musulmani che cominciano a capire che il Corano non è prima di tutto una legge, che non è completa nel Corano, infatti i versetti legali nel Corano sono assai pochi rispetto agli altri. Il Corano è prima di tutto un libro di fede e ha alla base questi valori fondamentali della misericordia, dell’amore, della verità, della giustizia e della pace. Senza questi valori non c’è né ebreo, né cristiano, né musulmano, siamo tutti degli ipocriti perché pensare di fare della religione soltanto un teatro di cerimonie non vale niente e dunque abbiamo bisogno di una seria conversione di ogni religione ai suoi principi fondamentali. Credo che esaminando anche le altre religioni non sia difficile giungere alla conclusione che il nucleo fondamentale di ogni religione sono questi cinque punti, anzi, e vado ancora più in là, queste sono le qualità fondamentali di ogni essere umano. Un essere umano che non ha misericordia, non ha amore, non ha verità, non ha giustizia né pace, non è nemmeno un essere umano. Non solo non è un religioso, ma non è un essere umano. Scende al di sotto degli animali.

Che cosa, allora, si può fare?

Occorrerebbe impostare un’educazione di base nelle scuole, nei centri di formazione e in tutto il sistema educativo basando l’educazione non tanto su legalismi — lavarsi le mani o fare cerimonie — che non sono l’essenziale. Occorre ricordare che Gesù di fronte ai farisei citava il salmo: misericordia voglio e non sacrifici, e l’amore più che l’olocausto. Tutti i vari teologi e dottori della legge sono responsabili di questa corruzione della religione che è avvenuta sia nelle nostre comunità cristiane che nelle comunità musulmane. Hanno praticato questo legalismo cieco e vuoto per cui ci manca il senso profondo della religione. Nel Corano quante volte è prescritto di aiutare le persone deboli, rispettare ogni persona, eppure c’è un legalismo che ha soffocato tutto questo. È auspicabile che gli intellettuali musulmani si impegnino seriamente in questa riforma dall’interno della cultura islamica. Se questo non avviene, penso che tutte le dichiarazioni che si fanno e si faranno rimarranno inchiostro sulla carta.

E che cosa pensa della dichiarazione di Abu Dhabi?

Indubbiamente è stato un gesto simbolico forte. Non solo. La dichiarazione di Abu Dhabi fatta dall’autorità morale dell’islam sunnita, lo sheik di al Azhar, insieme con il Papa che afferma che lo scopo delle religioni è creare una fraternità universale è molto importante. Ma oltre questo è necessario un lavoro teorico per una reinterpretazione della tradizione islamica e anche di altre religioni. Se nella storia si sono introdotti elementi di violenza nella pratica della religione, occorre denunciare la violenza che c’è stata. Così come ha fatto Papa Giovanni Paolo II quando, durante il Giubileo del 2000, ha dichiarato che noi cristiani siamo stati responsabili di molta violenza. Il primo passo per mostrare che c’è una volontà seria di riforma è proprio riconoscere la violenza che c’è stata nella storia di ciascuno di noi e che c’è pure ora, una violenza molte volte incitata da predicatori che hanno una visione molto limitata della religione e che, purtroppo, fanatizzano milioni di persone. Da qui occorre partire per una formazione umana e religiosa perché una vera formazione religiosa è umana e viceversa. Occorre, come diceva il Dalai Lama, fare persone “migliori” che abbiano misericordia e amore, amino la verità contro tutto quell’insieme di menzogne in cui noi viviamo, amino la giustizia contro tutta la corruzione che c’è in tutte le società, amino la pace e cerchino tutte le vie per accordarsi e ricreare una nuova umanità. Si deve cominciare dalla scuola ma allo stesso tempo è necessario che gli intellettuali siano responsabili di quello che scrivono e non distruggano la misericordia, l’amore, la verità. Quanta letteratura menzognera esiste, siamo immersi nella menzogna, e quindi occorre avere il coraggio della verità, come dice Paolo: fate la verità nell’amore.

Può tracciare una road map del rapporto tra cristiani e musulmani in Medio oriente?

Molto dipende dal grado dei vari tipi di islam come sono applicati e vissuti nei diversi Paesi. Nel Libano esiste una situazione abbastanza paritaria, in Egitto un po’ meno perché la storia ha lasciato impronte di discriminazione in molte parti, poi ultimamente dopo la guerra in Iraq molti equilibri sono stati sconvolti dando mano in qualche modo alla spinta salafita fondamentalista per cui il pensiero che domina ora è quello salafita fondamentalista, e se non c’è una presa di posizione seria sarà difficile che nella pratica si cambi anche se la modernità inevitabilmente in qualche modo mette in crisi il vecchio sistema religioso fondamentalista. In alcuni Paesi è inutile negarlo esiste ancora un islam applicato nel modo più legalista e più stretto e anche peggiore possibile. Ci sono però anche Paesi come il Libano o la Tunisia che hanno fatto dei grandi passi avanti così pure la Giordania che è riuscita a mantenere un certo equilibrio interno e il Marocco. La Libia è caduta adesso in una guerra tribale che la dilania. Lo Yemen sta vivendo una tragedia umanitaria e in Sudan varie tribù stanno lottando per il potere. I Paesi del Golfo sono schierati praticamente su posizioni salafite, il Bahrein sembra essere quello più aperto, magli altri sono molto conservatori. E la religione da tutte le parti è sfruttata per il potere contro i pensatori liberi e riformisti che darebbero altre visioni dell’islam.

Il sufismo può essere un aiuto per una nuova visione dell’islam?

Storicamente il sufismo ha sempre rappresentato una certa alternativa all’islam legalista anche se i sufi non vivevano al di fuori della società islamica ma erano dentro la società islamica e quindi accettavano la legge tradizionale. Ma poiché mettevano i valori spirituali prima delle pratiche esterne — nel sufismo c’è sempre questa lotta tra esterno e interno— molti sufi hanno rappresentato una voce innovativa all’interno delle società arabe. Una voce che aveva il coraggio di parlare e di condannare le ipocrisie dei legalisti delle società islamiche. Sviluppando una comprensione della religione basata sui valori spirituali, il sufismo può aiutare a rompere il dogmatismo legalista tipico della cultura islamica e portare una nuova visione, soprattutto una nuova esperienza di Dio. Penso al grande martire sufi al Hallaj (m. 922), come pure al grande teologo al Ghazali (m. 1111) che hanno cercato seriamente di andare alla base dei valori della fede islamica, e a tanti altri. Esempi questi che possono ispirare una seria riforma della cultura islamica.
[Rossella Fabiani – L’Osservatore Romano, venerdì 2 agosto 2019, p. 6]

Fra le numerose pubblicazioni di Giuseppe Scattolin si ricordano in italiano: Esperienze mistiche nell’Islam, 3 voll., EMI, Bologna 2000; L’Islam nella globalizzazione, EMI, Bologna 2004; Dio e uomo nell’Islam, EMI, Bologna 2004; in inglese: The Dîwân of Ibn al-Fârid, (edizione critica), Institut Français d’Archéologie Orientale, Cairo 2004; in arabo: Al-Taǧalliyāt al-rūḥiyya fī'l-Islām (Manifestazioni spirituali in Islam), al-Hay’a al-Miṣriyya al-ʻamma li’l-kitāb, Cairo 2008.