L’Amazzonia e il futuro dell’Occidente di fronte alla sfida di custodire e rendere fecondo ciò che ci è stato dato gratuitamente

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Sabato 21 settembre 2019
La riserva amazzonica ci salverà con le sue foreste, la sua acqua, la sua biodiversità. Ci salverà con la fraternità e la spiritualità delle sue genti. Come pure ci salverà con la deferenza dei suoi popoli verso la Madre Terra. È questo il messaggio che fa da filo conduttore al libro di Giuseppe Buffon Perché l’Amazzonia ci salverà. [Sito ufficiale del Sinodo per l'Amazzonia]

Francesco, la Madre Terra e il futuro dell’Occidente (Milano, Edizioni Terra Santa, 2019, pagine 111, euro 12), da poco in libreria, di cui pubblichiamo l’introduzione. L’autore si richiama al magistero di Papa Francesco che sottolinea come l’Amazzonia rappresenti una prova decisiva per verificare se la nostra società, quasi sempre ridotta al materialismo e al pragmatismo, è in grado di custodire ciò che ha ricevuto gratuitamente, non per saccheggiarlo, ma per renderlo fecondo. Giuseppe Buffon — professore ordinario di storia della Chiesa presso la Pontificia Università Antonianum di Roma e nostro collaboratore — è attualmente decano della facoltà di teologia, direttore scientifico del progetto di ricerca Verso una rete internazionale per l’ecologia integrale e direttore del percorso professionale in ecologia integrale dello stesso Ateneo. Buffon parteciperà come esperto al sinodo «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale», in programma in Vaticano dal 6 al 27 ottobre. Il libro verrà presentato il prossimo 26 settembre a Roma in Senato, a Palazzo Giustiniani: moderati da Massimo de Maio, assieme con l’autore interverranno Patty L’Abbate e Gianluca Perilli.

La riserva idrologica amazzonica rappresenta indubbiamente la salvezza dell’intero pianeta. La sua foresta è il polmone d’ossigeno dell’umanità: combatte l’accumulo di CO2 nell’atmosfera, uno dei principali fattori del surriscaldamento, in quanto causa dell’effetto serra.

L’Amazzonia, però, costituisce un capitolo importante della crisi ecologica non solo sul versante dello stravolgimento climatico, ma anche su quello della biodiversità. Con il suo 30-50 per cento delle specie animali e vegetali del pianeta, rappresenta una delle maggiori riserve di flora e fauna del mondo.

Ci salverà la sua cosmovisione

L’Amazzonia è un territorio non solo privilegiato dalla biodiversità, ma anche ricco di culture ancestrali: 340 comunità indigene con oltre 200 lingue aborigene. Tra di loro non possono comunicare, ma hanno un asse trasversale che è il rispetto per la vita, l’acqua, l’aria e il suolo, perché sono in armonia con tutti questi elementi.

L’acqua scorre lungo le vallate, dentro l’alveo dei fiumi e il bacino dei laghi per congiungere i popoli che vivono in simbiosi con il Rio delle Amazzoni, spina dorsale dell’intero territorio: il fiume che è madre e padre di tutti. I popoli delle acque amazzoniche si sono sempre sentiti accompagnati dalle vie fluviali in un mutuo rapporto di fraternità. Per questo i contadini e le famiglie si affidano alle risorse delle terre inondabili, cullati dal movimento ciclico dei loro fiumi — inondazioni, riflussi e periodi di siccità — in un’alleanza fondata sulla consapevolezza che “la vita dirige il fiume” e “il fiume dirige la vita”. Anche i popoli della foresta, raccoglitori e cacciatori, vivono della terra e del bosco. Riconoscenti per la generosità dell’acqua e della foresta, vigilano sui fiumi e si prodigano per la cura della terra. Si sentono custodi della foresta e delle sue risorse.

Ci salverà la fraternità delle sue genti

Il loro “buon vivere” (come descritto in Instrumentum Laboris 12) si alimenta della comunione con gli altri, con il mondo, con gli esseri circostanti e con il Creatore. La vita dei popoli amazzonici fiorisce nella dimora edificata per loro da Dio stesso: la Terra. La comunione con la terra, l’acqua, gli alberi, gli animali, con il giorno e con la notte forma la loro peculiare spiritualità, una mistica dell’interconnessione, dell’interdipendenza, della solidarietà. I loro saggi — payés, mestres, wayanga o chamanes — coltivano e insegnano l’armonia delle persone tra loro e con il cosmo.

Ci salverà la spiritualità di quei popoli

La saggezza maturata dalle popolazioni amazzoniche può essere utile e forse indispensabile per rivedere il rapporto tra l’essere umano e la Madre Terra, il rapporto tra l’essere umano e il proprio fratello, e il rapporto dello stesso essere umano con se stesso. La spiritualità di quella popolazione può condurci verso una nuova antropologia, una nuova politica, una nuova società e cultura, e una nuova teologia. «La loro visione del cosmo, la loro saggezza hanno molto da insegnare a noi che non apparteniamo alla loro cultura. Tutti gli sforzi che facciamo per migliorare la vita dei popoli amazzonici saranno sempre pochi. (...) Quanti non abitiamo queste terre abbiamo bisogno della vostra saggezza e delle vostre conoscenze per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione. E risuonano le parole del Signore a Mosè: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai, è suolo santo” (Esodo 3, 5)» (Papa Francesco, Discorso ai popoli dell’Amazzonia a Puerto Maldonado, 19 gennaio 2018).

Ma noi, popoli dell’Occidente industrializzato, popoli del pragmatismo finanziario e dell’efficienza tecnocratica (Laudato si’ 189), ci lasceremo ammaestrare dall’Amazzonia, ci lasceremo “amazzonizzare”? Ci lasceremo salvare dalla sua visione della vita?

Noi occidentali, pervasi da una mentalità “estrattivista” che produce una deforestazione finalizzata alla monocoltura agricola e allo sfruttamento degli idrocarburi. Noi che costruiamo cantieri per l’estrazione mineraria, danneggiando il sistema idrologico e contaminando le acque con mercurio e cianuro. Noi che imponiamo l’esportazione di prodotti poco lavorati, creando dipendenza dal sistema economico occidentale che stabilisce i prezzi dei prodotti, riducendo le popolazioni locali in uno stato di ancora maggiore miseria. Noi che sorvoliamo sul dramma della deforestazione, fingendo di ignorare l’estrema fragilità del suolo amazzonico, detto Scudo Guaianese. Povero di nutrienti acidi e con una bassa capacità di scambio cationico, si insterilisce irreversibilmente e diventa un deserto nel momento in cui viene eliminata la foresta che lo alimenta con i residui depositati sulla superficie.

Noi che sottraiamo l’acqua alla foresta per impiegarla negli abnormi progetti di centrali idroelettriche, finalizzate a produrre energia per l’attività estrattiva, condannando così a morte non solo la foresta, ma le popolazioni che vivono lungo il fiume e in simbiosi con essa, immersi nella “comunità terrestre”. Negare loro la terra, l’ambiente della foresta con i suoi fiumi, significa infatti negare loro il diritto all’esistenza, negare loro il diritto alla dignità, perché le compagnie estrattive, e gli Stati che le appoggiano, non riconoscono il diritto di proprietà collettiva, che costituisce la base della relazione con la terra e della relazione tra di loro.

Noi Chiese occidentali, già vittime di una mentalità colonizzatrice che ha generato fenomeni di disprezzo e di demonizzazione delle culture indigene, impedendo la costruzione di reti di solidarietà e di inter-culturalità. Noi cristiani occidentali, ancora conniventi con i nuovi «colonialismi ideologici mascherati da progresso, che a poco a poco entrano e dilapidano identità culturali e stabiliscono un pensiero uniforme, unico... e debole».

E allora: chi potrà condurci alla scoperta della foresta amazzonica?

Ci dobbiamo chiedere allora: chi potrà introdurci nella foresta amazzonica, per sedere ai piedi del suo popolo, in atteggiamento di ascolto, come indicato dai canoni del discepolato rabbinico? Lo stesso ascolto raccomandato ai monaci da Benedetto da Norcia, padre dell’Occidente?

Ce lo indica proprio Papa Francesco, venuto dal continente latinoamericano, che ha convocato il Sinodo sull’Amazzonia, ovvero un patto di alleanza che la Chiesa offre a tutta la popolazione del pianeta per un cambio di sistema economico e di stile di vita, per ridisegnare il piano delle nostre relazioni, per non imporre a quel territorio uno sfruttamento fatale per tutti e non solo per le popolazioni indigene.

«Ho preso il suo nome come guida e come ispirazione nel momento della mia elezione a Vescovo di Roma. Credo che Francesco sia l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità. È il santo patrono di tutti quelli che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia, amato anche da molti che non sono cristiani. Egli manifestò un’attenzione particolare verso la creazione di Dio e verso i più poveri e abbandonati. Amava ed era amato per la sua gioia, la sua dedizione generosa, il suo cuore universale» (Laudato si’ 10).

Potrà aiutarci Francesco, cantore della Madre Terra e della fraternità cosmica? Povero e mistico, riuscirà il Santo ad aprire la via dell’incontro con le genti amazzoniche a noi figli dell’epoca più rumorosamente antifrancescana? Chi se non lui, uomo dell’Occidente, ma disposto a scavalcare gli steccati confessionali, culturali, ideologici per incontrare, disarmato, il saggio sultano dell’Oriente islamico, al-Malik al-Kamil, e con lui condividere il pane, ci metterà in cammino?

Chi se non lui, l’unico tra gli occidentali che Lynn White, padre del moderno movimento ecologista, ammira per essersi sottratto dall’ideologia del dominio che manipola la natura. Chi se non il Santo che nel settembre del 1986 ha offerto la propria terra natale per un incontro tra scienziati e leader religiosi, occidentali e orientali, in vista di un’alleanza a favore dell’ambiente, prova generale all’appuntamento voluto nel novembre successivo da Giovanni Paolo II per intercedere la pace. Chi, se non lui, il fratello universale, «amato anche dai non credenti» (Laudato si’ 10), intercessore ad Abu Dhabi dell’incontro tra Oriente islamico e Occidente cristiano, potrebbe introdurci nella fraternità del popolo amazzonico?

Chi se non il Santo che, nella notte del dolore, cieco e torturato dal cancro, scopre l’ospitalità del concerto delle creature, che gli permettono di sciogliere la lode alla somma Bellezza? Chi se non lui, che in quella drammatica notte, tormentato dai topi, eleva il Canto della riconciliazione con sé, mortale e consapevole che «nullo homo ene digno Te mentovare». Cantico, a cui aggiungerà le strofe per la riconciliazione tra poteri civili e religiosi, vescovo e podestà, simbolo di ogni conflitto sociale e culturale? I topi dell’incubo notturno, nell’immaginario medioevale sono emblema del Maligno, chiamato divisore (diavolo, dal greco dia-ballo) oppure accusatore (satana), non solo perché mette in cattiva luce gli uomini davanti Dio, ma anche perché disonora Dio di fronte agli uomini. Solo il coro della Creazione permette a Francesco di superare l’angoscia della separazione da Dio, diventando un pacificatore sociale, colui che «viveva con semplicità e in una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso» (Laudato si’ 10).

Chi se non Francesco può offrire all’Occidente quella risorsa spirituale, culturale e antropologica che gli consente di aprirsi alla salvezza amazzonica? Chi se non Francesco, dunque, può fungere da intercessore e patrono per un Occidente che nella pretesa di soggiogare la natura smarrisce i segreti della sua misteriosa bellezza?

Chi se non il Francesco di Gilles Deleuze, il critico dell’Occidente moderno, che intravede nell’episodio delle stimmate la metafora del gioco dell’aquilone. Chi se non il Francesco che ritma i volteggi dell’artificio umano cinto dall’abbraccio della carezza celeste.
[Giuseppe Buffon – L’Osservatore Romano]