Mercoledì 11 dicembre 2019
890 milioni di euro in quattro anni, 360 nel solo 2018. A tanto ammontano le autorizzazioni concesse dall'Italia per esportare armi in Turchia. Il governo di Ankara – per citare solo il più recente dei conflitti armati che insanguinano il pianeta, anche molto vicino a noi – è uno dei maggiori acquirenti di sistemi d’arma italiani, in compagnia di altri Paesi che non brillano certo per rispetto dei diritti umani. Nel 2018 prima della Turchia figuravano il Qatar e il Pakistan.

La finanza è etica
solo se ripudia il business delle armi

890 milioni di euro in quattro anni, 360 nel solo 2018. A tanto ammontano le autorizzazioni concesse dall'Italia per esportare armi in Turchia. Il governo di Ankara – per citare solo il più recente dei conflitti armati che insanguinano il pianeta, anche molto vicino a noi – è uno dei maggiori acquirenti di sistemi d’arma italiani, in compagnia di altri Paesi che non brillano certo per rispetto dei diritti umani. Nel 2018 prima della Turchia figuravano il Qatar e il Pakistan.

L'Italia ha una Legge, la 185/90, che è una delle più avanzate a livello internazionale, e che proibisce l'esportazione di materiali di armamento verso Paesi che, tra le altre cose, si trovino “in stato di conflitto armato” o “responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”.
Sulla base di tali disposizioni diverse organizzazioni, tra cui la Rete Italiana per il Disarmo, hanno chiesto l'immediato blocco delle operazioni di esportazione verso la Turchia.

Il ruolo delle banche nel business delle armi
La responsabilità principale per l’export delle armi italiane è del governo, dunque. Ma una delle disposizioni più innovative della Legge 185/90 riguarda la trasparenza bancaria e in particolare il fatto che gli istituti di credito coinvolti in operazioni di import-export siano tenuti a comunicare il loro coinvolgimento. Quando parliamo di esportazione di sistemi d'arma, parliamo infatti di operazioni complesse, di durata spesso pluriennale e dove il ruolo delle banche in sostegno alle industrie belliche è di enorme rilevanza.

E i legami tra finanza e armi non finiscono certo qui. La Legge 185/90 disciplina appunto l'export di sistemi d'arma, ma non include le armi leggere, di cui l'Italia è tra i maggiori produttori ed esportatori al mondo. Inoltre per le banche rimangono esclusi dal monitoraggio delle legge tutti i rapporti finanziari con i produttori di armi – e sono la grande maggioranza – diversi dall'appoggio per le operazioni di import-export. Pensiamo alle linee di fido e alle altre operazioni creditizie; agli investimenti in azioni e obbligazioni; ai più diversi servizi di consulenza finanziaria.

È legittimo temere che molte banche che negli ultimi anni hanno dichiarato di essere uscite dall'elenco delle “banche armate” continuino in realtà a intrattenere lucrosi rapporti con il settore.

Nonostante questi limiti, la 185/90 rimane uno strumento fondamentale per garantire un minimo di trasparenza e per capire dove finiscono le armi italiane e quali banche aumentano i loro profitti grazie a queste esportazioni.

Sulla base di tale normativa è nata anni fa la “Campagna di pressione sulle banche armate” che ha portato moltissime persone a interrogarsi sull'uso che le banche fanno del proprio denaro.

Da subito Banca Etica, tramite la sua Fondazione culturale, ha aderito alla Rete per il Disarmo e ha sostenuto le iniziative della Campagna contro le banche armate, anche in un'ottica di educazione critica alla finanza. Un lavoro culturale che si affianca alle scelte operative e di business del gruppo. Inoltre, Fondazione Finanza Etica (in Italia e in Spagna) svolge attività di azionariato critico su alcune imprese produttrici ed esportatrici di armi (Leonardo, Rheinmetall, Indra) in collaborazione con campagne e ong impegnate per il disarmo e contro il commercio di armi.

Banca Etica ed Etica Sgr escludono ogni finanziamento al settore delle armi. Questo significa miliardi di euro che - una volta affidati al circuito della finanza etica da famiglie, organizzazioni e imprese grazie ai conti correnti per persone fisiche e conti correnti aziendali  - vengono sottratti a impieghi letali per le persone e per l'ambiente e vengono invece investiti in progetti imprenditoriali diversi, fondati sul rispetto per il pianeta e i diritti umani.

È tempo di disarmare le banche, davvero!
Tra gli obiettivi di Banca Etica c’è anche la contaminazione del settore finanziario nel suo insieme, a partire dal dialogo con le banche socie di Banca Etica e quelle con le quali Banca Etica ed Etica Sgr collaborano a diverso titolo. Ovviamente non possiamo imporre la nostra visione o decidere per loro, possiamo tuttavia sollecitarle e - quando possibile -  accompagnarle in un percorso comune.

Oggi tutte le imprese, con quelle finanziarie in prima linea, vogliono mostrarsi “responsabili” per intercettare fasce crescenti di clientela sempre più attente agli impatti sociali e ambientali dei propri acquisti e dei propri risparmi e investimenti.

La recente ondata di iniziative di “sostenibilità” è per ora limitata quasi esclusivamente agli aspetti ambientali e di contrasto ai cambiamenti climatici, come richiesto da milioni di giovani che scendono in piazza in tutto il mondo e da eminenti istituzioni a partire da quelle religiose.

Ma ora che il ruolo della finanza nel costruire l’ecosistema economico e sociale in cui viviamo è stato compreso dall’opinione pubblica, è prevedibile e auspicabile che le richieste si allargheranno presto dalla de-carbonizzazione alla tutela dei diritti umani, a partire da quello all’incolumità.

Dopo anni di dialogo con le banche socie e partner di Banca Etica ed Etica Sgr, noi riteniamo che sia arrivato il momento di prendere decisioni coraggiose e dare una svolta sostanziale dell'operato di queste banche, a cui chiediamo di rinunciare una volta per tutte a intrattenere rapporti con l’industria delle armi.
Andrea Baranes, vicepresidente di Banca Etica