Mercoledì 8 gennaio 2020
Le crisi armate che insanguinano l’Africa richiamano alla mente il pensiero di Frédéric Bastiat. Grande filosofo ed economista francese, egli sosteneva che «dove non passano le merci, passano gli eserciti». (…)

Dove non passano le merci
passano gli eserciti

Le crisi armate che insanguinano l’Africa richiamano alla mente il pensiero di Frédéric Bastiat. Grande filosofo ed economista francese, egli sosteneva che «dove non passano le merci, passano gli eserciti». Acceso sostenitore della libertà di scambio internazionale e strenuo oppositore di qualsiasi forma di protezionismo, Bastiat è stato certamente uno dei più importanti precursori delle moderne scuole di pensiero liberali e avrebbe sicuramente molto da dire sull’attuale crisi economico/finanziaria globale. Da rilevare che nel famoso «Racconto della finestra rotta», inserito in Quello che si vede e quello che non si vede (1850), Bastiat demolì il mito economico per cui «la distruzione spinge alla creazione di ricchezza» spiegando in modo alquanto convincente come la vittima di un danno patrimoniale (nella fattispecie il commerciante) debba, comunque, affrontare una spesa ulteriore e imprevista (la sostituzione del vetro rotto, appunto), rinunciando a un acquisto pianificato precedentemente (un paio di scarpe) o a un investimento futuro. La distruzione materiale, quindi, non genera nessuna nuova ricchezza, ma, come suggerisce il buon senso, diminuisce il valore complessivo netto di questa. Per intenderci, l’esatto contrario di ciò che affermano, ancora oggi, non pochi pensatori secondo i quali la spesa imprevista, conseguente al danno, promuoverebbe un circolo economico virtuoso.

La questione di fondo, comunque, tornando alla locuzione di partenza messa in positivo, è che «dove passano le merci gli eserciti passano un po’ meno». Da una parte allora dobbiamo riconoscere che il libero scambio delle merci rappresenta, in linea di principio, un fattore positivo per il mercato globale e dunque il nuovo African Continental Free Trade Area (Afcfta), entrato in vigore lo scorso 30 maggio, fa ben sperare. Dall’altra, però, l’economia non può continuare a essere un cane sciolto secondo la logica della de-regulation a tutti i costi. A questo proposito è emblematico quanto sta avvenendo ancora oggi proprio in Africa. La ricchezza di commodity (materie prime) di cui dispone il continente (es.: petrolio, gas, uranio, diamanti, cobalto, legname…) continua a rappresentare un fattore altamente destabilizzante in molti Paesi della fascia sub-sahariana. Dati e analisi mettono in evidenza la proliferazione in queste aree geografiche di formazioni ribelli più o meno autoctone e legami sempre più forti tra il crimine organizzato transnazionale e gruppi estremisti violenti di matrice religiosa. Ciò naturalmente comporta un notevole dispiegamento non solo di uomini e mezzi da parte dei cosiddetti eserciti convenzionali, ma anche l’utilizzo in netta crescita di aziende militari private. Queste ultime svolgono attività di addestramento militare e alla sicurezza, manutenzione dei sistemi di armi e protezione del personale delle imprese straniere. Da quanto detto si evince un aumento del numero degli attori coinvolti nei conflitti armati che, a loro volta, hanno sempre una forte valenza asimmetrica.

Gli attacchi perpetrati da gruppi jihadisti in Burkina Faso, Nigeria, Camerun e Niger sono infatti sintomatici di interferenze straniere di varia natura con effetti devastanti sui civili. A ciò si sommano la crisi centrafricana, congolese (nel settore nordorientale dell’ex Zaire), sud sudanese, somala e quella più recente che interessa la provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico dove si registra una presenza ben radicata di cellule eversive islamiste. Un capitolo a parte andrebbe dedicato alla crisi libica che è caratterizzata da una crescente parcellizzazione del territorio nel quale interagiscono le più svariate forze in campo: non solo quelle etniche, ma anche legate a movimenti di matrice mediorientale; per non parlare delle interferenze straniere, spesso in antagonismo perché rispondenti a visioni geostrategiche di parte. La natura in evoluzione di questo conflitto sta inoltre trasformando lo spazio di battaglia africano con l’uso più frequente di droni a lungo raggio (900 missioni dallo scorso aprile). Queste guerre africane — spesso “dimenticate” perché non sufficientemente mediatizzate dalla grande stampa internazionale — avvengono in un contesto geostrategico segnato dalle complesse interazioni di politiche di espansione delle varie sfere di influenza a livello globale. I vertici organizzati fuori del continente africano nel corso del 2019 sono sintomatici di questo indirizzo: dal Forum per la cooperazione Cina-Africa in agricoltura nella città di Sanya (Cina meridionale), alla Conferenza internazionale di Tokyo per lo sviluppo africano e al recente vertice Russia-Africa svoltosi a Sochi, con impegni di vasta portata nell’ambito dei diversi partenariati.

È difficile prevedere i futuri sviluppi, anche perché la geopolitica africana, per le ragioni di cui sopra, non può essere circoscritta all’interno di un perimetro determinista. In quanto l’Africa è un insieme di stati sovrani, molto dipenderà dalla capacità dell’Unione africana di farsi interprete delle istanze dell’agognato panafricanesimo inteso come esercizio condiviso di esplorazione e identificazione delle sfide che interpellano il continente nel suo insieme, dentro la cornice di un mondo globalizzato. Il successo dipenderà dallo sforzo comune di saper tradurre tutte le istanze in una causa politica unitaria in grado di trascendere classe, età e appartenenza etnica. D’altronde, come ebbe a dire il grande maestro della négritude, il senegalese Léopold Sédar Senghor: «In Africa Nera non ci sono frontiere, neppure tra la vita e la morte».
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]