Sabato 26 settembre 2020
“Siamo qui, quasi incapaci di respirare a causa del fumo degli incendi nelle nostre foreste o della forza del Covid-19”: in questo passaggio della missiva inviata alle Nazioni Unite, i popoli dell’Amazzonia racchiudono le loro grandi difficoltà e chiedono di essere considerati nelle decisioni future. [Foto: Popoli dell’Amazzonia (AFP or licensors). Anna Poce –
Vaticannews].

“Anche in Amazzonia non riusciamo a respirare”, inizia così la lettera inviata dal Coordinamento delle Organizzazioni Indigene del Bacino Amazzonico (COICA) ai leader presenti alla 75.ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un “Grido della Foresta”, affinché si possano adottare misure concrete per la protezione della Casa Comune. Il 22 settembre si è tenuta una riunione del Coordinamento delle Organizzazioni Indigene del Bacino Amazzonico (COICA) per lanciare il “Grido della Foresta”. L’evento ha visto la partecipazione del cardinale Cláudio Hummes, presidente della REPAM, con il coordinamento di José Gregório Diaz Mirabal. Il tema dell’incontro: “L’Amazzonia di fronte alla sua peggiore crisi: Covid-19, incendi, violenza e cambiamenti climatici”.

Ascoltare la nostra voce

Al termine dell’incontro è stata presentata una lettera aperta a tutti i leader riuniti alla 75.ma Assemblea generale dell’Onu: “Anche in Amazzonia non riusciamo a respirare”. La lettera chiede fondamentalmente che le decisioni non siano prese invano e soprattutto che le popolazioni indigene siano consultate. I popoli amazzonici ricordano alle Nazioni Unite: “Siamo qui, quasi incapaci di respirare a causa del fumo degli incendi nelle nostre foreste o della forza del Covid-19 nel nostro corpo. Tuttavia, stiamo facendo tutto il possibile per contenere contemporaneamente l’avanzata degli incendi, dei virus e delle invasioni, in una battaglia ineguale per sopravvivere e garantire la sopravvivenza di tutta l’umanità”.

Uso delle risorse naturali

Commentando le decisioni che possono essere prese in relazione all’ambiente in Amazzonia, il Coordinamento chiede ai leader delle Nazioni Unite “di impegnarsi a rispettare e incorporare le nostre pratiche sostenibili nell’uso delle risorse naturali se vogliamo sopravvivere”. Omettere

questo sarebbe cadere in un discorso disonesto e vuoto, perché non ci sarà un altro modo per recuperare le nostre economie se non prendiamo sul serio il recupero dei nostri ecosistemi naturali”.

Deforestazione zero

“Chiediamo che si impegnino a mantenere intatto almeno l’80% dell’Amazzonia e che i nostri territori siano riconosciuti in modo da poter salvaguardare almeno la metà della terra nel prossimo decennio. Abbiamo solo 10 anni per riforestare e allo stesso tempo ottenere una deforestazione zero. È difficile, ma non impossibile”.

Azioni concrete

Infine, il Coordinamento delle Organizzazioni Indigene del Bacino Amazzonico ricorda ai leader che “di fronte a un’Amazzonia al punto di non ritorno e alle sue gravi implicazioni per il clima e la sicurezza alimentare globale, chiediamo responsabilità, un discorso sostenuto da azioni concrete”, con le seguenti misure fondamentali per la sopravvivenza: “dobbiamo rilanciare l’Accordo di Parigi ed evitare accordi commerciali estrattivi, e che le banche smettano di finanziare progetti dannosi per l’Amazzonia”. Concludendo, il gruppo di coordinamento COICA ricorda al mondo: è ironico che in Amazzonia “indossiamo maschere per affrontare il fumo mentre cerchiamo di controllarlo o cerchiamo ventilatori polmonari affinché il nostro popolo sopravviva al crudele Covid-19. Perché dobbiamo dirlo: anche in Amazzonia non riusciamo a respirare”. La Carta è firmata dal Coordinamento e dai rappresentanti di oltre 3 milioni di indigeni che costituiscono più di 500 popoli del bacino amazzonico e del bioma.
[Anna Poce – Vaticannews]