Martedì 1 ottobre 2019
“Noi missionari, in profonda sintonia con gli intenti di Papa Francesco, auspichiamo che questo Ottobre Missionario Straordinario diventi per tutti noi occasione privilegiata per rinnovare lo slancio missionario ad gentes, così che tutta la nostra vita, i nostri programmi, il nostro lavoro, le nostre stesse strutture traggano dalla missione e dalla proclamazione del Vangelo linfa vitale e criteri di rinnovamento”, scrivono i rappresentanti degli Istituti missionari di fondazione italiana.

Istituti Missionari, di fondazione italiana, maschili e femminili
(Comboniani, Consolata, PIME e Saveriani)

Prendendo avvio dal centenario della Lettera apostolica Maximum Illud (1919) di Benedetto XV, Papa Francesco ha indetto l’ottobre 2019 Mese Missionario Straordinario «al fine di risvegliare maggiormente la consapevolezza della missio ad gentes e di riprendere con nuovo slancio la trasformazione missionaria della vita e della pastorale» (Lettera del Santo Padre al Card. Filoni)».

Anche noi missionari, in profonda sintonia con gli intenti di Papa Francesco, auspichiamo che questo Ottobre Missionario Straordinario diventi per tutti noi occasione privilegiata per rinnovare lo slancio missionario ad gentes, così che tutta la nostra vita, i nostri programmi, il nostro lavoro, le nostre stesse strutture traggano dalla missione e dalla proclamazione del Vangelo linfa vitale e criteri di rinnovamento.

Come rappresentanti degli Istituti missionari di fondazione italiana, maschili e femminili (Comboniani, Consolata, PIME e Saveriani), desideriamo pertanto far udire la nostra voce condividendo gioie, speranze e preoccupazioni in un’epoca di cambiamento in cui – di fronte alle inedite sfide del mondo attuale – anche noi missionari ci troviamo, a volte, disorientati ma anche stimolati a percorrere percorsi nuovi.

Scriviamo a nome di tanti confratelli e consorelle (missionari e missionarie), cui siamo immensamente grati, che lavorano con passione e dedizione, nei luoghi impervi e pericolosi, in solidarietà con popolazioni di cui condividono, spesso a rischio della propria vita, angosce e pericoli. Il loro esempio, la loro passione e abnegazione, la loro vita spesa per gli altri in “uno sforzo crocifiggente” ci consolano e ci incoraggiano a continuare. Sono loro che ci testimoniano che è bello donare la vita per l’annuncio del Vangelo del Signore Gesù, morto e risorto per la nostra salvezza ed è bello spendersi per gli altri. Sono loro che ci ricordano che la vita si ritrova solo donandola.

Siamo grati particolarmente ai tanti missionari africani, asiatici e latinoamericani che hanno ridato linfa vitale ai nostri Istituti. La nuova geografia vocazionale ci obbliga a ripensare la nostra vita comunitaria e il nostro modo di convivere con persone di culture diverse. Sappiamo, infatti, che un’importante sfida dell’immediato futuro sarà quella di costruire comunità interculturali.

1. Un incontro che ci ha cambiato

All’inizio della nostra vocazione, il cui fondamento comune sono il Battesimo e la Confermazione, vi è l’esperienza trasformante che ha cambiato la vita di ciascuno di noi: l’incontro con Gesù Cristo che, come scrisse Papa Benedetto XVI, «dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva» (Deus Caritas est, n.1). È da questo che è nata, infatti, la nostra passione per la missione perché un incontro vero, che trasforma la vita e il modo di pensare e di sentire, non può che sfociare nell’annuncio. 

Le parole che S. Paolo VI pronunciò a Manila nel 1970 hanno per noi un’eco particolare e ben riassumono il senso della nostra vita e della nostra vocazione:

«Sì, io sento la necessità di annunciare Gesù Cristo, non posso tacerlo […]. Io devo confessare il suo nome: Gesù è il Cristo, Figlio di Dio vivo […]. Egli è il rivelatore di Dio invisibile, è il primogenito d’ogni creatura, è il fondamento d’ogni cosa; Egli è il Maestro dell’umanità, è il Redentore; Egli è nato, è morto, è risorto per noi; Egli è il centro della storia e del mondo; Egli è Colui che ci conosce e che ci ama; Egli è il compagno e l’amico della nostra vita; Egli è l’uomo del dolore e della speranza; è Colui che deve venire e che deve un giorno essere il nostro giudice e, noi speriamo, la pienezza eterna della nostra esistenza, la nostra felicità. Io non finirei più di parlare di Lui: Egli è la luce, è la verità, […]; Egli è il Pane, la fonte d’acqua viva per la nostra fame e per la nostra sete; Egli è il Pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello».

Sì, solo da Lui prende senso la nostra vita e la nostra missione perché – come ancora scrive S. Paolo VI – «Non c'è vera evangelizzazione se il nome, l'insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati.» (Evangelii nuntiandi n. 22).

Tutto ciò che viviamo: le gioie e le speranze, il dolore, le lacrime di coloro a cui siamo inviati, le paure dei sofferenti e dei perseguitati; tutto ciò che facciamo: il curare le ferite del corpo e dell’anima, il restare accanto a questi nostri fratelli e sorelle anche a costo della nostra stessa vita, tutto è animato dal desiderio di condividere la Vita di Gesù Cristo, il Suo sogno di un mondo giusto e fraterno, la Sua passione per il Regno.

1.1 Comunità missionaria

Consapevoli che la missione non è un fatto individuale ma ecclesiale, riaffermiamo l’importanza di vivere la nostra vocazione missionaria in comunione con coloro che condividono il nostro stesso carisma e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà che aspirano per vocazione a costruire il Regno di Dio. Sappiamo, infatti, che il servizio alla missione è evento di comunità in quanto il nostro incontro con Gesù, che sfocia nell’annuncio, si manifesta nella storia condivisa del carisma particolare dei nostri Istituti e nella partecipazione al carisma dei nostri Fondatori. Per questo, ribadiamo che la missione non può essere un fatto individuale e solitario ma, essenzialmente, un evento di comunione, un sentire cum ecclesia: con la Chiesa universale e particolare di cui noi missionari siamo espressione e da cui siamo inviati, e con la Chiesa particolare alla quale siamo mandati. Crediamo inoltre che la testimonianza della vita comune e fraterna delle nostre comunità in missione sia già un primo annuncio del Vangelo di Gesù Cristo:

«La comunione genera comunione e si configura essenzialmente come comunione missionaria... la comunione e la missione sono profondamente congiunte, si compenetrano e si implicano naturalmente, al punto che la comunione rappresenta la sorgente e insieme il frutto della missione, la comunione è missionaria e la missione è per la comunione”. Ogni comunità religiosa, […] non è ripiegata su se stessa, ma si fa annuncio, diaconia e testimonianza profetica. Il Risorto, che vive in essa, comunicandole il proprio Spirito, la rende testimone della risurrezione.» (Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, La vita fraterna in comunità, n. 58)

2. Gli Istituti Missionari ad gentes

I nostri Istituti, pur condividendo la comune passione per la missione, hanno modi diversi di viverne le esigenze, in fedeltà all’eredità carismatica di ciascun Istituto. Tale eredità, vissuta in circostanze di tempo, di luogo e di cultura diverse è grazia ‘multiforme’ dell’unica missione della Chiesa, segno e strumento della Missione del Figlio di Dio che prende carne e si fa storia nelle molteplici situazioni dei popoli.  

Accogliamo l’invito di Gesù a essere con Lui per essere inviati in missione. In Lui, con Lui e per Lui, la Chiesa ci invia a essere segno di comunione e di speranza come consacrati per la missione ad gentes, mettendoci a servizio specialmente dei poveri e degli emarginati, in fedeltà allo spirito e al carisma dei nostri Fondatori. Siamo riconoscenti a Dio del percorso che ci ha fatto compiere in questi anni. Ringraziamo il Signore per il dono della vocazione missionaria che riceviamo e che cerchiamo di approfondire e modellare alla luce delle sfide dell’oggi, vivendola con apertura all’universalità.   

2.1 Disagio

Non possiamo tacere che molti di noi vivono con un certo disagio le sfide a cui, oggi, è sottoposta la missione ad gentes. Per alcuni l’affermazione che “tutto è missione e dovunque è missione” rivela, in realtà, stanchezza e mancanza di motivazioni per la missione ‘ad gentes’ la cui complessità e varietà (cfr. AG 6), se soggettivamente interpretata, diventa spesso motivo per rivendicare una “propria” missione.

Il disagio investe anche la formazione e l’animazione missionaria, dove criteri e metodi sono messi in discussione dai cambi epocali e repentini. Analogamente nella vita religiosa, constatiamo un indebolimento del senso di appartenenza, accompagnato da un drastico calo ed invecchiamento del personale (in particolar modo nei Paesi occidentali).

Stiamo attraversando un tempo di crisi che coinvolge tutte le dimensioni della nostra vita: identità, senso di appartenenza, modalità e luoghi di impegno, strutture.

Di fronte a queste difficoltà oggettive che provocano instabilità e insicurezza, non vogliamo scoraggiarci. Vogliamo piuttosto coglierle come invito dello Spirito Santo a discernere la volontà di Dio per il nostro tempo. Per questo si avverte anche il bisogno di una formazione iniziale più esperienziale e meno teorica, attenta agli aspetti umani, relazionali, motivazionali dei candidati. Fin dagli inizi dell’itinerario formativo, occorre chiarezza circa il carisma ad gentes, ad extra, ad vitam e le sue implicazioni.

Crediamo che ci sia richiesta l’‘audace umiltà’ di tentare vie nuove e di lasciarci interpellare dalla missione, dai poveri, dalla gente con cui condividiamo la vita.

2.2 I nostri Istituti e la Chiesa Locale

I nostri Fondatori hanno avuto un forte radicamento nella Chiesa da cui provenivano: ricordiamo mons. Angelo Ramazzotti, vescovo di Pavia; mons. Guido M. Conforti, vescovo di Parma; Giuseppe Allamano e mons. Daniele Comboni. Dobbiamo, però, riconoscere che nei riguardi della Chiesa locale d’origine – in una sorta di autosufficienza carismatica – abbiamo, a volte, dimenticato  di essere espressione della sua missionarietà e martyria.

Per questo, con più viva consapevolezza, desideriamo ribadire che il nostro contributo si configura come annuncio missionario ai lontani, alle periferie esistenziali e al di là dei confini geografici della nostra Chiesa di appartenenza. Nonostante la riflessione missionaria recente parli anche di missione inter gentes, cioè di una missione globale non legata a criteri geografici e giuridici, per noi la qualifica ad gentes mantiene tutta la sua validità, come autorevolmente afferma anche l’Enciclica missionaria Redemptoris Missio (n. 34) di S. Giovanni Paolo II:

«La missione ad gentes […] si distingue dalle altre attività ecclesiali, perché si rivolge a gruppi e ambienti non cristiani per l'assenza o insufficienza dell'annunzio evangelico e della presenza ecclesiale. Pertanto, si caratterizza come opera di annunzio del Cristo e del suo vangelo, di edificazione della chiesa locale, di promozione dei valori del regno».

Crediamo, inoltre, che nostro compito – soprattutto oggi in cui sempre più forte si sta insinuando la paura e il sospetto verso lo straniero e il migrante – sia anche quello di favorire l’incontro tra persone e il dialogo tra culture e religioni diverse; di facilitare uno scambio fecondo tra le Chiese locali nei diversi Continenti e – lo diciamo con umiltà – di richiamare la Chiesa locale al suo compito missionario contro la tentazione dell’autoreferenzialità. Riecheggia qui lo stesso appello che Papa Benedetto XV lanciò con la Lettera Apostolica Maximum Illud, quando – a seguito della crisi missionaria provocata dalla I Guerra Mondiale– chiedeva alle Chiese europee di aprirsi di nuovo e con coraggio alla Missione.  

3. La missione

Per noi, come già affermava S. Paolo VI, evangelizzare è la grazia e la vocazione propria dei nostri Istituti, la loro identità più profonda (cfr. EN n.14).  E’, infatti, la scelta missionaria che rende capaci «di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per la evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione», come sottolinea Papa Francesco (Evangelii gaudium n.27).

Questa missione però – è bene sottolinearlo – non ci appartiene perché essa sgorga dalla grazia di Dio: «la prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera, scrive ancora Papa Francesco riportando le parole di Benedetto XVI, viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire – con Lui e in Lui – evangelizzatori» (EG n.112).

3.1 Ripensare la missione

Oggi, le mutate situazioni del mondo e della Chiesa ci obbligano a ripensare le modalità di fare missione. Per questo motivo abbiamo bisogno di nuovi paradigmi che diano un quadro di riferimento all’azione missionaria.

Il Concilio Vaticano II ha approfondito il concetto di missione indicando come suo orizzonte l’edificazione del Regno di Dio nella storia, del quale la Chiesa è «germe e inizio» (Lumen gentium n.5) e «sacramento visibile» (LG n.9) e del quale è a servizio, come ci ricorda S. Giovanni Paolo II nella Redemptoris Missio:

«La Chiesa è effettivamente e concretamente a servizio del regno. Lo è, anzitutto con l'annunzio che chiama alla conversione: è, questo, il primo e fondamentale servizio alla venuta del regno nelle singole persone e nella società umana… A questo itinerario di conversione al progetto di Dio la chiesa contribuisce con la sua testimonianza e con le sue attività, quali il dialogo, la promozione umana, l'impegno per la giustizia e la pace, l'educazione e la cura degli infermi, l'assistenza ai poveri e ai piccoli tenendo sempre ferma la priorità delle realtà trascendenti e spirituali, premesse della salvezza escatologica» (RM n.20)

3.2 In contesto

In questo orizzonte, la missione deve tener conto dei diversi contesti incarnandosi nelle varie situazioni. Essa richiede l’impegno a inserirsi in ambienti sociali, culturali e religiosi differenti, come ci ricorda Papa Francesco:

«Le domande del nostro popolo, le sue pene, le sue battaglie, i suoi sogni, le sue lotte, le sue preoccupazioni, possiedono un valore ermeneutico che non possiamo ignorare se vogliamo prendere sul serio il principio dell’incarnazione. Le sue domande ci aiutano a domandarci, i suoi interrogativi ci interrogano» (Gaudete et exsultate, n. 44).

3.3 Uno stile all’insegna della reciprocità

«Evangelizzatrice la Chiesa comincia con evangelizzare sé stessa» (EN n. 15). Desideriamo, pertanto, dar vita a comunità inserite in una realtà missionaria, a contatto con la gente che siamo chiamati a servire e che ci sfida sulla genuinità della nostra testimonianza. Aneliamo ad uno stile di missione all’insegna della reciprocità, dove il missionario/la missionaria è allo stesso tempo evangelizzatore e evangelizzato.

3.4 Toccare la carne sofferente del fratello

Ricordiamo tanti nostri missionari e missionarie che, in questo momento, toccano «la miseria umana e la carne sofferente degli altri» (EG n. 270) anche a costo della propria vita: in alcune nazioni africane dove persistono violenza e guerra; in Asia dove i cristiani sono un’infima minoranza, spesso perseguitata, e i nostri missionari costruiscono faticosamente una piattaforma di dialogo e di mutuo rispetto; in alcuni paesi del Sudamerica dove esistono gravi violazioni contro i diritti umani; ma anche nei paesi occidentali dove prevale la “dittatura del relativismo” e l’intolleranza, e dove la gente ricerca disperatamente il senso della vita «andando come a tentoni» (Atti 17,27).

Sono 40 i missionari uccisi nel 2018, il doppio del 2017; altri missionari sono stati rapiti. Ricordiamo, tra gli altri, p. Pierluigi Maccalli della Società della Missioni Africane e sr. Gloria Cecilia Narvaez delle Suore Francescane di Maria Immacolata. Fare memoria di tutti i religiosi e le religiose, i sacerdoti, i catechisti e i leader cristiani di comunità che soffrono per il Vangelo e per la difesa dei poveri sarebbe impossibile. La loro testimonianza che non fa rumore ma che è eloquente perché animata dall’amore e dalla compassione, è annuncio efficace di Gesù Cristo.

3.5 Perché abbiano la vita

Siamo convinti che ciò che portiamo, Gesù Cristo e il Vangelo del Regno, sia essenziale per la vita della gente in mezzo a cui viviamo e con cui lavoriamo: «Io sono venuto, dice Gesù, perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). È un annuncio che esige un cambiamento di cuore e di mente: non vi può essere annuncio del Vangelo senza metanoia, senza conversione (Mc 1,15; Mt 4,17), sia in chi lo proclama che in chi lo riceve: il Vangelo è una spada a doppio taglio che giudica e mi giudica. Non vi può essere annuncio del Vangelo senza parresia, il coraggio di proclamare la Verità e di giudicare strutture di morte e di alienazione che soffocano i più deboli: non c’è annuncio senza profezia.

3.6 Missione è collaborazione

Crediamo anche che l’azione missionaria non possa esistere senza collaborazione: tra gli Istituti missionari, la Chiesa locale, i laici e i leader di comunità, e tutte le persone di buona volontà.

Occorre, in particolare, trovare una migliore sinergia tra gli Istituti specificatamente missionari e le Chiese particolari nelle quali essi lavorano, così che il loro specifico carisma sia effettivamente a servizio anche della vocazione missionaria di quelle.  

La stessa lettera Apostolica Maximum Illud poneva l’accento sull’importanza della collaborazione tra le varie componenti ecclesiali: «Vi sono, infatti, sovente – scriveva Papa Benedetto XV – degli interessi che riguardano la stessa regione, i quali non possono essere ben curati senza il comune accordo».

Vorremmo sottolineare con soddisfazione come, negli ultimi anni, la collaborazione intercongregazionale, soprattutto nella gestione di progetti che richiedono personale numeroso e qualificato per servizi specifici, e un ingente sforzo economico, stia diventando prassi comune e metodo di missione che va, nondimeno, potenziato.

Conclusione

Noi, rappresentanti degli Istituti missionari di fondazione italiana, maschili e femminili, vogliamo far nostre le parole di S. Paolo: «Non è un vanto per me predicare il Vangelo; è un dovere: guai se non predicassi il Vangelo» (1 Cor. 9.16). L’evangelizzazione per noi è passione, passione per Cristo e il Suo Regno e, in modo particolare, passione per i ‘poveri’ della terra, gli sfruttati e gli esclusi. Possa il Dio della Vita sostenerci e che lo zelo per la missione che ha animato i nostri Fondatori possa essere anche per noi oggi fonte di ispirazione per la nostra azione missionaria.