Sabato 28 marzo 2020
Il cielo è fosco, la pioggia sferza l’abito bianco di Francesco, infligge nuovi tormenti al corpo di quello stesso Crocifisso che mezzo millennio fa venne invocato dai fedeli contro la peste. Ed ora se ne sta lì, le braccia stese, le labbra aperte, vicino all’icona di Maria “salvezza del popolo romano” che una pia leggenda vuole dipinta dall’evangelista san Luca.

 

Mentre il Papa sale da solo, a piedi, le gradinate di marmo della basilica una notifica sul cellulare riporta, gelida, il numero dei morti delle ultime ventiquattr’ore, altre 969 vite strappate all’affetto dei loro cari, il numero più alto dall’inizio dell’epidemia. Il cielo è fosco, la pioggia sferza l’abito bianco di Francesco, infligge nuovi tormenti al corpo di quello stesso Crocifisso che mezzo millennio fa venne invocato dai fedeli contro la peste. Ed ora se ne sta lì, le braccia stese, le labbra aperte, vicino all’icona di Maria “salvezza del popolo romano” che una pia leggenda vuole dipinta dall’evangelista san Luca.

Nel buio della piazza vuota la voce del Papa dà voce ai sentimenti di tutti.

“Da settimane sembra che sia scesa la sera… presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati…”. Impauriti. Ma forse più capaci, in questo tempo che smaschera le apparenze sociali, di riconoscere nell’inferno ciò che inferno non è: “Persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermieri e infermiere, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo”.

Il dolore e la preghiera. Perché il dolore, da solo, non ci salva e nemmeno ci rende migliori.

Di solito, anzi, incattivisce l’anima. L’esperienza dei discepoli con il Signore, durante la burrasca sul lago di Tiberiade. L’unico passo dei Vangeli in cui vediamo un Gesù che dorme, mentre la barca rischia di affondare. Ma non è vero che non gli importa nulla di noi, come viene da dire a quei discepoli dal temperamento istintivo così simile al nostro. Ci vuol solo far capire, amandoci, che noi senza di Lui non possiamo nulla.

“Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: ‘Voi non abbiate paura’. E noi, insieme a Pietro, ‘gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi’”.
[Lucio Brunelli - SIR]

Quaresima e Coronavirus: anche io, anche a me

Quanto dovrà ancora spremerci, questa maestra dura che di nome fa Pandemia, e che è sopraggiunta a noi con gli austeri colori violacei della Quaresima, perché impariamo che siamo davvero tutti sulla stessa barca, e che abbiamo tutti bisogno dell’amore e della cura gli uni degli altri?

“Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti.” Così Papa Francesco ieri sera, parlando a una Piazza San Pietro vuota, sotto un cielo nero e piovoso, mentre milioni di persone, credenti e non, lo ascoltavano dalle loro case chiuse da questa quarantena quaresimale.

“Tutti sulla stessa barca”.

“Non vado dal barbiere neanche io”, ha detto sempre ieri un altro augusto Anziano del Paese, il Presidente della Repubblica Mattarella, in un fuori onda emanato per sbaglio, e comunque accolto con molta simpatia dagli italiani, che al loro Presidente così umile e umano vogliono bene.
Neanche il Presidente va dal barbiere, perché siamo tutti sulla stessa barca: grandi e piccoli, preti e laici, immigrati e autoctoni, ricchi e indigenti… tutti poveri uomini mortali, atterriti dinanzi alla minaccia di una malattia che non fa differenze di ceto, popolo o cultura.

Il Papa e il Presidente: due grandi vecchi che ieri hanno provato, ognuno dalla sede della propria autorità, ad abbracciare l’Italia, a ringraziarla e a rincuorarla.
E da entrambi è venuto, sebbene con lessico differente, lo stesso invito a restare tutti uniti in questa crisi, in cui ognuno deve comprendersi sempre più come coessenziale all’insieme, affinché possiamo riportare la vittoria, e tornare a giorni sereni.

Perché la questione è molto semplice: questa cosa può capitare anche a me, anche io ci sono dentro. Anche io, se non sto attento e non ho cura, posso contribuire al dilagare del virus; anche a me può capitare di ammalarmi. Anche io devo accettare delle rinunce, perché anche a me, per la mia incolumità, può servire che gli altri le accettino.

Anche io, anche a me.

L’opposto di queste espressioni segnala un egoismo cieco e folle: “io no”, “a me no di certo”, “per me è diverso”.
“Sono forse io il custode di mio fratello?” chiede Caino a Dio per negare la sua colpa (Gen 4, 9). Sì, lo sei, e se ti neghi questo compito, tuo fratello lo ammazzi.
Anche io posso contribuire, in questi giorni tanto confusi, alla morte di qualcuno.
Può capitare anche a me di perdere una persona cara per l’incuria di qualche superficiale, di quelli che “eh, ma la legge dice che una passeggiata entro duecento metri posso farla”, e così le nostre piazze il sabato pomeriggio continuano a riempirsi, perché ognuno applica a sé questa dispensa, ritenendosi un caso a parte. L’autogiustificazione del peccato.

Quanto dovrà ancora spremerci, questa maestra dura che di nome fa Pandemia, e che è sopraggiunta a noi con gli austeri colori violacei della Quaresima, perché impariamo che siamo davvero tutti sulla stessa barca, e che abbiamo tutti bisogno dell’amore e della cura gli uni degli altri?
[Alessandro Di Medio - SIR]