Venerdì 21 agosto 2020
Intervista a Crescent Beninga, Dottore di Ricerca in Scienze Politiche e Portavoce di GTSC (Gruppo di lavoro della Società Civile sulla crisi centrafricana) che traccia un quadro del paese ad un giro di boa importante. Tra qualche luce e moltissime ombre legate a gruppi ribelli e presenze straniere che ancora tengono in scacco il sogno del padre della nazione, Barthelemy Boganda.

60 ANNI DI INDIPENDENZA PER LA REPUBBLICA CENTRAFRICANA

Ma quale libertà!

Dr. Beninga le chiediamo di tracciare brevemente l’eredità politica di Barthélemy Boganda, padre fondatore della Repubblica Centrafricana. Ci sono ancora ragioni per celebrare oggi 60 anni di indipendenza della Repubblica Centrafricana?

Oggi celebriamo 60 anni di indipendenza della Repubblica Centrafricana. 60 anni rappresentano l’età adulta. In un tempo normale 60 anni meriterebbero di essere festeggiati. Ma qui ci troviamo in una situazione molto complessa: ripercorriamola dall’inizio.

Parlare di Barthélemy Boganda, padre fondatore della Repubblica Centrafricana, è una questione difficile. Boganda in un primo momento non aveva pensato alla Repubblica Centrafricana come a uno stato indipendente, ma aveva concepito il progetto degli Stati Uniti dell’Africa Centrale. Il progetto della Repubblica Centrafricana è stato rimodellato, ritoccato in un secondo momento. Il nome iniziale del Paese Oubangui-Chari è diventato Repubblica Centrafricana nel 1958. Nel 1959  Boganda è morto. C’è da dire inoltre che Boganda non è il padre dell’indipendenza della Repubblica Centrafricana, è il presidente David Dacko che ha dato l’indipendenza alla Repubblica Centrafricana. Tuttavia per umiltà Dacko ha voluto che Boganda fosse riconosciuto come il padre dell’indipendenza.

Boganda ha lasciato un’eredità impressionante. Ricordiamo i 5 verbi fondanti del suo partito politico MESAN (Mouvement de l’Evolution Sociale en Afrique Noire): nutrire, abitare, vestire, curare, istruire. Boganda ha composto le parole dell’inno nazionale La Renaissance. Ha saputo guardare lontano rispetto ai suoi contemporanei, per cui quando si cerca di rivedere l’ideologia di Boganda si può facilmente comprendere la distanza che intercorreva tra il suo modo di pensare, di comportarsi e quello dei suoi contemporanei, in particolare Dacko e Goumba, che operavano al suo fianco. Oggi molte élite al potere dicono di rifarsi a Boganda, dicono di seguire la via tracciata dal padre della Nazione, ma in realtà nessun uomo politico si è mai veramente identificato come portatore dei valori che lui ha difeso. La loro è un’appartenenza di facciata. Non è sufficiente infatti conoscere a menadito le sue idee senza poi identificarsi a lui, concretizzando il suo pensiero. Che cosa si osserva di fatto? Quando i Capo di Stato arrivano al potere affermano di fare propria l’ideologia di Boganda, ma poi nei fatti si rivelano dittatori, capitalisti, persone autoritarie, che non pensano al bene comune, ma privilegiano gli interessi personali o quelli del loro clan. E’ pertanto difficile individuare nell’élite al potere in Centrafrica coloro che hanno valorizzato e fatto fruttificare il suo pensiero politico. Boganda aveva amore per la patria e per l’Africa, aveva un senso della patria molto forte. Oggi ci rendiamo conto che non abbiamo più il suo patriottismo. E questo spiega in parte la ragione della crisi che il Paese affronta sino ad oggi.

Ci sono ragioni fondate per celebrare oggi 60 anni di indipendenza della Repubblica Centrafricana? In un tempo normale si, bisogna festeggiare 60 anni di indipendenza. Ma quale indipendenza dovremmo celebrare? La domanda si pone a questo livello. La Repubblica Centrafricana non è stata pensata nella sua forma attuale. La Repubblica Centrafricana era stata pensata come uno Stato nello Stato, nella forma di una sorta di federalismo, di Stati Uniti d’Africa Centrale. Il nome stesso di Repubblica Centrafricana veniva da questa iniziativa. Ma dal momento in cui lo Stato centrafricano cosi come lo conosciamo oggi non è stato seriamente pensato, si può comprendere perché oggi abbiamo tanti problemi. C’è una sorta di frattura tra il modo di fare di Boganda e coloro che sono venuti dopo. A questo punto ci si può facilmente rendere conto come il Paese non sia stato costruito su un fondamento ideologico tale da sperare in uno sviluppo integrale e nella pace. Oggi non possiamo essere fieri e celebrare l’indipendenza. Perché? Parlare di indipendenza significa parlare di un certo numero di autonomie, autonomia da un punto di vista politico, securitario, alimentare, economico. La Repubblica Centrafricana è uno Stato che tende la mano, anche in quegli ambiti in cui non dovrebbe farlo.

La Repubblica Centrafricana è un Paese in cui vige la co-gestione della res publica: questo significa che le autorità centrafricane non dispongono di un margine di manovra, che dia loro la possibilità di decidere cosa deve essere fatto, per cui non siamo indipendenti. Cito un paio di esempi. La politica della sicurezza, dei beni e delle persone è definita di comune accordo con le Nazioni Unite. Il nostro esercito fatica ad affermarsi sulla scena nazionale ed internazionale, poiché vi è una politica che tende a fagocitare e rendere fragile l’esercito. L’embargo sulle armi è appena stato rinnovato per un altro anno, per cui non disponiamo dei mezzi sufficienti per combattere i gruppi ribelli. Il Governo centrafricano divide il monopolio legittimo della forza con i gruppi armati. Oggi il Governo non può rivendicare soltanto per sé il monopolio legittimo della forza, poiché il territorio nazionale è diviso tra i gruppi armati. Il governo controlla appena il 20% del Paese, mentre i gruppi armati l’80%. I gruppi armati dispongono di prerogative che sarebbero di pertinenza di uno Stato sovrano. A questo punto non è per noi un orgoglio parlare di indipendenza. Noi dobbiamo ancora conquistarla. Per il momento non l’abbiamo.

Quel é il bilancio del regime dell’attuale Presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadéra, a 8 mesi dalla fine del suo mandato.

Per fare un bilancio del regime dell’attuale Presidente occorre rivedere il suo piano d’azione, nel momento in cui si è candidato nel 2015-2016. Touadera aveva fatto della sicurezza la sua priorità, vorrei quasi dire la priorità delle priorità. Se vogliamo valutare il regime del Presidente Touadera occorre quindi farlo sulla base dell’aspetto della sicurezza innanzitutto. Ebbene, la situazione della sicurezza si è degradata: se prima del 2016 c’erano 4-5 gruppi armati, a partire dal 2018-2019 il Paese conta più di 15 gruppi armati. La politica del Governo centrafricano per contenere l’espansione dei gruppi armati è fallita. E’ stato firmato un Accordo politico per la riconciliazione e la pace (APPR) con ben quattordici gruppi armati, con l’intento di arrivare ad un disarmo completo, alla dissoluzione dei gruppi armati entro 3 mesi dalla firma dell’accordo e alla reinserzione dei combattenti. Ma nulla di tutto questo è stato fatto.

Sul piano economico, ci era stato detto che avremmo avuto una crescita del 5-6%, ma queste cifre non rispecchiano la realtà. Da 7-8 anni il potere di acquisto delle famiglie non è cresciuto: se all’epoca bastavano 3-4.000 fr per nutrire una famiglia con 5, 6 bambini, oggi non è più possibile. A partire da questo esempio non si può dire che la situazione economica sia migliorata. Quindi anche sul piano economico molto ancora resta da fare. Sul piano delle infrastrutture ci sono molti progetti che erano stati pensati prima di Touadera e che l’attuale Governo sta portando avanti. Sul piano dell’energia resta ancora molto da fare, ma si stanno facendo sforzi per garantire energia e acqua potabile. Tuttavia nel XXI secolo non ci si può accontentare soltanto di scavare dei pozzi, bisogna che l’acqua arrivi effettivamente nelle case, cosa che ancora non succede. I pozzi che si stanno facendo sono un palliativo. Per questo dico che il Governo dovrebbe sforzarsi di più per dare soluzioni efficaci e non accontentarsi di offrire palliativi alla gente!

Secondo il calendario elettorale, il 27 dicembre 2020 sono previste le elezioni legislative e presidenziali. Quali sfide sta incontrando il processo elettorale in corso?

La questione delle elezioni presidenziali in Repubblica Centrafricana è cruciale. Il Paese sta affrontando parecchie crisi, che provengono dal fallimento delle elezioni precedenti. Nel 1982-1983 elezioni mal organizzate sono sfociate in una crisi, di nuovo nel 1992 elezioni male organizzate stavano per provocare un’altra crisi, superata grazie all’intervento del Primo Ministro, nel 1999 brogli elettorali sono stati causa del colpo di stato nel 2003. Se ancora oggi si continua a organizzare malamente le elezioni, si rischia di avere una crisi post-elettorale. Tuttavia la particolarità di oggi è che rischiamo di avere una crisi prima, durante e dopo le elezioni. In questi mesi, in cui si stanno iscrivendo gli elettori sulle liste elettorali, ci sono stati parecchi rumeurs di casi di frode, dovuti alla produzione di falsi certificati di nascita. La credibilità dell’istituzione dell’ANE (Autorité nationale des elections), che ha il compito di organizzare le elezioni, è stata messa fortemente in discussione dalle forze vive della nazione. In questa fase pre-elettorale c’è una crisi latente. Anche durante e dopo le elezioni, se le condizioni di sicurezza non saranno mantenute, potrebbe scoppiare un’altra crisi. Prima delle elezioni c’è la grande questione dei gruppi armati da risolvere: non si può andare alle elezioni con gruppi ribelli che pullulano ovunque e che dispongono di arsenali ben riforniti. Bisogna innanzitutto disarmare i gruppi ribelli, che hanno firmato l’Accordo politico per la pace a Bangui (6 febbraio 2019). E’ imperativo pacificare innanzitutto il Paese. Se facessimo un’inchiesta e chiedessimo ai Centrafricani, ai figli e alle figlie di questo Paese che cosa vogliano tra l’alternativa delle elezioni e la sicurezza, la loro risposta sarebbe unanime: occorre la sicurezza dei beni e delle persone prima di andare allo scrutinio elettorale. Oggi non è più possibile andare avanti con le mezze misure. Punto il dito anche nei confronti della responsabilità della Comunità internazionale: non si può continuare a fare della Repubblica Centrafricana un laboratorio di missioni di mantenimento della pace. Bisogna che si inizino a prendere in considerazione i bisogni dei centrafricani. Non si può continuare a fare senza i Centrafricani!! E’ imperativo fare CON i Centrafricani!!

Quali sono le priorità sulle quali state lavorando come società civile? Qual è il contributo che lei darà al Paese?

Il GTSC (Gruppo di lavoro della società civile sulla crisi centrafricana) si interessa delle questioni politiche e in particolare delle numerosi crisi, che il Paese sta attraversando. Lavoriamo per accompagnare le forze vive della nazione, lo Stato per individuare delle vie di uscita ai problemi che affliggono il Paese. Oggi lavoriamo sul rapporto riguardante gli effetti nefasti dell’embargo sulle armi imposto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla Repubblica Centrafricana. Da una parte l’embargo, prorogato recentemente fino al 31 luglio 2021, impedisce allo Stato di procurarsi armi, dall’altra parte, però, i gruppi ribelli continuano a riempire i propri arsenali militari approfittando delle frontiere porose. Attraverso GTSC, di cui sono portavoce, stiamo realizzando un rapporto accurato perché il Consiglio di sicurezza disponga di elementi sufficienti per una visione esaustiva dei misfatti dell’embargo, primo fra tutti l’impossibilità per lo Stato centrafricano di esercitare il proprio potere sovrano su tutto il territorio nazionale.

Cosa sto facendo personalmente?

Questo Paese è a terra, non ha un’identità. Per prima cosa bisogna lavorare perché questo Paese assuma l’identità che gli è propria. Molte persone non arrivano neppure a rendersi conto di questo problema. In questo Paese, in cui il tasso di analfabetismo è superiore al 50%, qualsiasi programma politico è destinato al fallimento. Cruciale è l’educazione dei figli e figlie di questo Paese. Sto terminando la costruzione di un Istituto di insegnamento superiore chiamato Istituto centrafricano di scienze sociali e di gestione che prenderà avvio con il prossimo anno accademico 2020-2021 e che formerà gli studenti in Scienze Politiche, Relazioni Internazionali, Sociologia, Gestione, Trasporto Logistico. Questo Istituto formerà anche dei tecnici, poiché questo Paese non ha bisogno soltanto di intellettuali ma anche di tecnici, che possano portare il loro contributo alla ripresa del Paese. Credo che per risolvere i problemi a cui siamo confrontati, nei prossimi 15-20 anni bisogna investire moltissimo nell’educazione. Perché un giovane possa imparare a non lasciarsi manipolare, a non impugnare le armi, occorre che disponga di un solido bagaglio intellettuale, di un lavoro, di un ambiente favorevole al suo sviluppo. E’ soltanto a partire da questi presupposti che potrà evitare di arruolarsi nei gruppi armati e contribuire alla costruzione del suo Paese. Un ritornello che ascoltiamo spesso è che la responsabilità della crisi centrafricana ricade sull’Occidente. Questo è un discorso irresponsabile: non ci sono soltanto gli Occidentali. Da parte nostra, se noi non apriamo una breccia, nessuno dall’esterno potrà penetrare. Sono i figli e le figlie di questo paese che danno la possibilità di entrare e lasciano campo libero. Se riusciremo a formare la nuova generazione, tra una decina d’anni non vivremo più nella situazione in cui siamo oggi.
Nigrizia