Martedì 24 novembre 2020
Nel solco delle due lettere encicliche di papa Francesco, Laudato si’ (sulla cura della casa comune, 2015) e Fratelli tutti (sulla fraternità e l’amicizia sociale, 2020), la Chiesa italiana vuole dare un contributo alla formazione di un nuovo modello di sviluppo che risponda ai grandi problemi del mondo rivelati dal Coronavirus.

Con un Instrumentum laboris, approntato dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani presso la CEI (segretario è il sociologo Mauro Magatti), si offrono dunque alle comunità ecclesiali e all’intera società una serie di riflessioni e di piste di azione per avviare un “tempo di transizione” ispirato dalla prospettiva dell’ecologia integrale. In questo senso sono andate le osservazioni di mons. Filippo Santoro – arcivescovo di Taranto e presidente del suddetto Comitato –: «Il nostro cammino è volto alla ricerca di risposte adeguate alle grandi sfide del nostro tempo: tutti siamo invitati a riflettere sul “Pianeta che speriamo” con uno sguardo capace di tenere insieme ambiente e lavoro nella evidenza, resa ancora più chiara dalle drammatiche vicende della pandemia, che tutto è connesso».

Nodi da sciogliere

Diviso in sette capitoli, il documento parte dai volti feriti dal Coronavirus, ricordando la profezia della Laudato si’, che obbliga a riflettere sull’ecologia integrale e su alcuni nodi da sciogliere (cf. capp. III e IV): la formazione di un nuovo modello di sviluppo capace di ridefinire il rapporto tra economia e ecosistema, ambiente e lavoro, vita personale e organizzazione sociale. Qui l’indice è puntato contro il cambiamento climatico, il modello di sviluppo consumistico, lo sfruttamento della natura e delle persone (con conseguente “cultura” dello scarto e dello spreco).

Di seguito si evidenziano: la relazione tra degrado ambientale e cambiamenti climatici con conseguenti flussi migratori, l’inquinamento atmosferico che incide sulla salute della popolazione, la questione della sostenibilità umana e personale (inconciliabilità tra professione e vita affettivo-familiare, costi psicologico-spirituali di una competizione basata sull’unico principio della performance).

Verso la transizione ecologica

È possibile tenere insieme tutti questi obiettivi se c’è il fermo proposito di cercare il bene comune. «La profonda connessione e interdipendenza tra le tre dimensioni del lavoro, dell’ambiente e della salute rende urgente e improcrastinabile la promozione di una società resiliente e sostenibile dove creazione di valore economico e creazione di lavoro siano perseguite attraverso politiche e strategie attente all’esposizione a rischi ambientali e sanitari» (cap. 6).

La via del futuro è dunque quella di una transizione ecologica nella prospettiva dell’«ecologia integrale». Tale transizione ecologica è insieme sociale ed economica, culturale e istituzionale, individuale e collettiva. Riguarda le organizzazioni internazionali, gli Stati, le imprese così come i consumatori, i ricchi come i poveri. «È il momento di superare l’idea che, per far progredire la società, sia sufficiente perseguire il proprio interesse senza preoccuparsi degli effetti diretti e indiretti sulle vite altrui e sull’ambiente circostante». Perciò, nell’enciclica Fratelli tutti, il papa invoca la necessità di dar vita a un «patto sociale» (FT 218).

Al n. 8 dell’Instrumentum laboris troviamo un aforisma di Luigi Einaudi: “Chi cerca rimedi economici a problemi economici è sulla falsa strada. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema spirituale e morale”. Infatti, la grande ecologia comprende sempre un aspetto educativo che sollecita la conversione del cuore: «senza un cambiamento degli stili di vita individuali e senza la creazione di consuetudini e norme sociali virtuose… persino norme giuridiche che muovono nella direzione giusta saranno inefficaci (cf. LS 211)».

Una vera transizione ecologica è possibile a condizione di contrastare le forme di monopolizzazione del potere e di finanza speculativa, lottando nel contempo per l’inclusione contro le disuguaglianze, per una tecnologia e un’economia digitale al servizio dell’umanità; con un ripensamento delle forme delle città e delle abitazioni insieme alla riqualificazione di lavoratori e imprese sviluppando incessantemente la formazione continua.

Il caso emblematico della città di Taranto

A detta della CEI, l’emergenza Covid-19 – insieme alle decisioni sul Recovery Fund (strumento della Commissione europea per rilanciare le economie dei paesi membri dopo la pandemia) – «rappresenta un’occasione unica per accelerare in positivo il cambiamento del paradigma economico basato sulla convinzione che “ci si salva solo insieme”. “Insieme” è la parola chiave per costruire il futuro: è il “noi” che supera l’io per comprenderlo senza abbatterlo, è il patto tra le generazioni che viene ricostruito, è il bene comune che torna ad essere realtà e non proclama, azione e non solo pensiero».

Come quella di Cagliari (sul tema del lavoro nel 2017) così anche la Settimana Sociale di Taranto (2021) vuole caratterizzarsi per uno stile sinodale. «Quello che più conta è il cammino di cambiamento che sapremo realizzare insieme: famiglie, comunità amicali e di vita, aziende, istituzioni, amministrazioni pubbliche, associazioni… mentre l’ordine mondiale esistente si mostra impotente ad assumere responsabilità, l’istanza locale può fare la differenza».

In questo contesto, Taranto diventa una città simbolo. Essa è da molti punti di vista esemplare, perché permette di capire che «mettere in alternativa ambiente e lavoro crea un’ingiusta contrapposizione con ricadute disastrose sia dal punto di vista ambientale che sociale»; ma anche perché, «capitale dell’acciaio italiano, la città di Taranto, mostra concretamente in che consiste il “debito ecologico”: una interminabile sequela di morti insieme a profonde ferite ambientali».

Di fronte a queste sofferenze, a Taranto come altrove, l’urgenza della transizione ecologica diventa ancora più impellente. «Si pone l’esigenza di arrivare a decisioni coraggiose che puntino a sostituire il ciclo completo del carbone con l’introduzione di fonti di energia verde, a protezione del bene della salute e in vista del mantenimento dei livelli occupazionali».

La soluzione ai tanti problemi con cui dobbiamo confrontarci, a Taranto come in tutta Italia, non è, dunque, la decrescita felice, ma la sostenibilità integrale – nelle sue dimensioni economica, sociale, ambientale e umana – raggiunta attraverso una virtuosa combinazione di economia di mercato, tecnologie pulite, coscienza ecologica e azione dei governi.

Dall’Instrumentum laboris possiamo mutuare infine i quattro pilastri in cui l’economia si ripensa nella prospettiva dell’ecologia integrale:

  1. l’economia circolare e la bio-economia;
  2. la digitalizzazione e la dematerializzazione (che contiene ma non si limita alle pratiche di smart working);
  3. l’efficientamento energetico di aspetti fondamentali del vivere sociale;
  4. l’investimento sulle persone (in termini di consapevolezza e di competenze) e sulla qualità del capitale sociale (sussidiarietà e beni comuni).

«In tutti e quatto i casi siamo in presenza di vie che contribuiscono a creare valore economico e lavoro facendo però attenzione a non aumentare, anzi contribuendo a ridurre rischi ambientali e di salute… Non è più il tempo della separazione, o peggio contrapposizione, tra l’impresa e il suo contesto sociale/ambientale».

La promozione di società guidate dalla prospettiva di un’ecologia integrale deve avere chiara la meta ma, al tempo stesso, deve saper cogliere i segni che si stanno sviluppando nella giusta direzione e farli germogliare.
[Mario Chiaro - Settimananews]