Sabato 9 luglio 2022
La guerra che dal 24 febbraio scorso insanguina l’Ucraina sta suscitando grande preoccupazione tra gli osservatori, per il forte impatto economico che sta avendo sul continente africano, vanificando la traiettoria di ripresa post-pandemica che doveva profilarsi con il sostegno dei grandi attori internazionali. [L'Osservatore Romano]

Il continente è alle prese con gli effetti della crisi economica globale

L’Africa, già nel passato, ha fatto fronte a crisi economiche di vario genere, superandole a testa alta — e questo è di buon auspicio — ciò non toglie che occorre essere comunque realisti. Ad esempio, l’Africa Continental Free Trade Area (AfCFTA), entrato in vigore formalmente il primo gennaio 2021, sta subendo forti contraccolpi proprio in quella che doveva essere la sua fase di lancio. Si tratta di un’area di libero scambio che è condizionata dalla crisi economica che, nell’attuale congiuntura, attanaglia molti Paesi del continente. Al momento, risultano ratificati gli strumenti giuridici dell’AfCFTA (i protocolli sugli scambi di beni e servizi e sulle risoluzioni delle controversie), mentre sono tuttora in corso i negoziati sulle regole di origine dei prodotti, vale a dire quelle normative che preciseranno quali merci beneficeranno del trattamento preferenziale nell’ambito del mercato comune.

Da rilevare che questa iniziativa è stata fortemente voluta dai leader africani con l’intento di disegnare una nuova geografia economica a livello continentale. Purtroppo, in considerazione di quanto sta avvenendo nell’Europa orientale, i grandi player internazionali stanno incontrando non poche difficoltà nel sostenere il processo del libero scambio delle merci in Africa attraverso investimenti, commercio e assistenza. Cruciale, ad esempio, è la questione delle infrastrutture. Secondo uno studio di Baker McKenzie dal titolo «Nuove dinamiche: mutevoli modelli nel finanziamento delle infrastrutture in Africa» si legge che nel 2017 le banche cinesi hanno prestato 11 miliardi di dollari a progetti infrastrutturali africani, scesi a 4,5 miliardi di dollari nel 2018, 2,8 miliardi di dollari nel 2019 e 3,3 miliardi di dollari nel 2020. Nel complesso, i numeri mostrano che c’è stato un rallentamento nel numero di accordi infrastrutturali da parte della Cina, sebbene sia ancora di gran lunga il maggiore investitore nella macroregione. A breve termine, il rapporto rileva che sono attesi prestiti più mirati da parte del governo di Pechino.

Per quanto concerne i dati macroeconomici, invece, secondo l’amministrazione generale delle dogane cinesi, l’Africa, lo scorso anno, ha esportato in Cina merci per un valore di 105,9 miliardi di dollari, con un aumento del 43,7 per cento rispetto al 2020, importando sempre più prodotti agricoli e manufatti africani, oltre al petrolio, ai minerali preziosi e ai metalli rari. È evidente che il focus di Pechino, almeno per ora, è tutto concentrato sulle commodity africane, anche se poi l’industrializzazione dell’Africa, prevista dall’implementazione dell’AfCFTA, esige investimenti per rendere produttivi i singoli Paesi africani. A questo proposito, è bene ricordare l’opinione di Basil El-Baz fondatore, chairman e chief executive della Carbon Holdings il quale pubblicò il 30 aprile del 2020 sul «Financial Times» delle previsioni che potrebbero avere effetti benefici sull’AfCFTA di cui sopra.

Secondo El-Baz, entro 50 anni l’etichetta “made in Africa” prenderà il posto della più nota dicitura “made in China”. Questo in sostanza significherebbe che i prodotti cinesi a basso costo, quelli cioè che in questi anni hanno congestionato il mercato dei Paesi occidentali, saranno sostituiti da quelli africani.

L’Africa dunque potrebbe arrivare e basare la propria economia non solo sulle esportazioni di commodity, ma anche sui beni a basso costo, seguendo proprio l’esempio della Cina. Bisogna però dire che, almeno per ora, questo desiderata non ha trovato un felice riscontro dal punto di vista operativo, non solo per la crisi ucraina, ma anche per le dinamiche complesse e in prospettiva difficilmente prevedibili all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). La vera sfida — e qui sono chiamati in causa, oltre alla Cina, anche l’Unione europea, gli Stati Uniti e gli altri principali attori internazionali — è quella di promuovere l’industrializzazione dell’Africa che attualmente rappresenta appena l’1,9 per cento del valore aggiunto globale dell’industria manifatturiera, mentre il commercio intra-africano rappresenta solo il 2 per cento circa del commercio globale. Qualora l’AfCFTA dovesse effettivamente decollare, come si spera, le prospettive potrebbero essere molto positive; ma al momento, l’incertezza pesa sul futuro come una spada di Damocle. Anche perché regioni come il Corno d’Africa e l’Africa Occidentale sono sempre più vulnerabili all’insicurezza e alle crisi alimentari, i cui segnali di allarme, a seguito del global warming, stanno crescendo a livello globale. E mentre emergono nuove opportunità di partnership nel settore energetico scaturite dall’embargo sulle commodity russe, sorgono numerosi interrogativi sulle prospettive di una transizione verde nel continente che dovrebbe vedere il coinvolgimento dell’Unione europea (Ue). Stiamo parlando — è bene rammentarlo — di un continente giovane (oggi, un africano su due ha meno di 18 anni) con oltre 1,3 miliardi di abitanti. A metà di questo secolo, la popolazione mondiale vivrà per il 25 per cento in Africa (era il 13 per cento nel 1995 e il 16 per cento nel 2015) e solo per il 5 per cento in Europa. Il fatto che questo continente venga continuamente messo alla prova da pandemie d’ogni genere (ultima il covid-19, per non parlare delle malattie tropicali neglette e tante altre come Aids, Tbc e malaria) e che sia spesso ostaggio della speculazione finanziaria sulle materie prime alimentari e le fonti energetiche, la dice lunga. Pertanto s’impone un serio discernimento, non foss’altro perché, a livello politico, l’attuale congiuntura internazionale sta portando alla ribalta il posizionamento dei governi africani nell’arena globale.

Benché la geopolitica africana appaia condizionata dalle mutevoli relazioni con l’Occidente da una parte e il cartello dei Brics (Brasile, Russia, Cina, India e Sud Africa) dall’altra, non è facile fare previsioni. Anche perché i cinque membri attuali dei Brics mirano ad un allargamento del “club”, che qualcuno chiama già “Brics Plus”, cercando di coinvolgere Paesi come Argentina, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Kazakhstan, Nigeria, Senegal e Thailandia. Da rilevare che, in effetti, la lista dei potrebbe essere molto più lunga e includere, per quanto concerne l’Africa, non solo l’Egitto, la Nigeria e il Senegal, ma anche tanti altri Paesi africani che intrattengono proficue attività economiche e diplomatiche con l’aggregato geoeconomico delle potenze emergenti.

Sebbene sia ancora prematuro disegnare i futuri scenari all’interno dei quali si porrà l’Africa, non è esagerato ipotizzare un posizionamento del continente africano all’interno di un possibile ordine mondiale multipolare, cosa che francamente minerebbe l’auspicato multilateralismo della fraternità tanto caro a Papa Francesco e ben espresso dal Santo Padre nel discorso ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede lo scorso 10 gennaio: «La questione migratoria, come anche la pandemia e il cambiamento climatico, mostrano chiaramente che nessuno si può salvare da sé, ossia che le grandi sfide del nostro tempo sono tutte globali. Desta perciò preoccupazione constatare che di fronte a una maggiore interconnessione dei problemi, vada crescendo una più ampia frammentazione delle soluzioni. Non di rado si riscontra una mancanza di volontà nel voler aprire finestre di dialogo e spiragli di fraternità, e questo finisce per alimentare ulteriori tensioni e divisioni, nonché un generale senso di incertezza e instabilità. Occorre, invece, recuperare il senso della nostra comune identità di unica famiglia umana. L’alternativa è solo un crescente isolamento, segnato da preclusioni e chiusure reciproche che di fatto mettono ulteriormente in pericolo il multilateralismo, ovvero quello stile diplomatico che ha caratterizzato i rapporti internazionali dalla fine della seconda guerra mondiale». Sagge parole che non vanno disattese.

[Giulio Albanese - L'Osservatore Romano]