Mercoledì 5 dicembre 2018
Ultimo progetto visitato dai giornalisti della Fisc in Egitto: centri e scuole al Cairo per i rifugiati in fuga dal Sudan, dal Sud Sudan, dall’Eritrea. Padre Jonh Richard Kyankaaga, provinciale dei missionari comboniani di Egitto: “Ci sorprende ogni volta vedere come sono riusciti a sopravvivere ad un viaggio così lungo vissuto in condizioni estreme. Ci sorprende la loro capacità a superare la sofferenza con dignità”.

“Sammara”. Significa cioccolato. Li chiamano così qui al Cairo, in modo dispregiativo, le persone che arrivano dal Sudan e dal Sud Sudan. Vengono insultati. Talvolta addirittura presi a sassate. Sarà per il colore della pelle. Sarà perché nell’antichità gli abitanti di quelle terre del Sud erano gli schiavi del popolo del Sole, gli egiziani. Sta di fatto che oggi il razzismo alberga anche qui. L’ideologia “Egypt first” ha fatto presa anche nella cultura di questo popolo, nella culla di una delle più antiche civiltà della terra.

A raccontare ad un gruppo di giornalisti italiani della Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) cosa si prova ad essere bersaglio di insulti razzisti è padre Jonh Richard Kyankaaga, provinciale dei frati comboniani di Egitto. Una piccola comunità di 17 religiosi sparsi in tutto il Paese, più 24 in Sudan per un totale di 51 frati in tutta la Regione. Sono loro a prendersi oggi cura dei rifugiati sudanesi e sud sudanesi che arrivano in Egitto. Arrivano qui fuggendo da due Paesi messi in ginocchio da una guerra civile che dopo cinque anni in Sud Sudan non trova pace, costringendo oltre 2,5 milioni di persone a mettersi in fuga nei 6 Paesi limitrofi, pari ad un terzo dell’intera popolazione di questo Paese.

Rifugiati politici ma anche rifugiati economici a causa di una serie di carestie che si sono battute in queste terre impedendo ogni possibilità di sopravvivenza.

“Quando arrivano sono sfiniti”, racconta padre John. “Ci sorprende ogni volta vedere come sono riusciti a sopravvivere ad un viaggio così lungo vissuto in condizioni estreme. Ci sorprende la loro capacità a superare la sofferenza con dignità”. Nonostante questa forza interiore a guardare avanti, molti di loro arrivano qui con traumi psicologici profondi che lasciano, soprattutto nei bambini, cicatrici difficili a rimarginarsi, un atteggiamento di chiusura, paura e sospetto nei confronti dello straniero.

Sono anni che i comboniani qui in Egitto hanno fatto la scelta di mettersi al loro fianco. Anche loro sono sudanesi, anche loro sono “sammara”, anche loro sono insultati. Fratelli maggiori che aiutano fratelli in difficoltà. Hanno così realizzato 4 centri di accoglienza e 3 scuole (più un doposcuola pomeridiano per bambini eritrei). I centri nascono come punto di riferimento per trovare un alloggio e magari anche un lavoro. Le scuole invece offrono l’unica possibilità per far continuare gli studi ai loro bambini. Sono 1.300 gli studenti sudanesi e sud sudanesi che frequentano queste aule. Ad agosto 2018, sono stati censiti dal governo egiziano 13.400 studenti profughi: 9mila sono di nazionalità sudanese. Il governo sta diventando sempre più duro contro chi non ha i documenti in regola. “È difficilissimo se non impossibile iscrivere i bambini profughi nelle scuole egiziane”, racconta padre John.

“Nessuno li vuole. Non ci sono posti e la priorità viene data agli egiziani”.

Grazie però ad un accordo tra i governi egiziano e sud sudanese, il percorso di studio che i ragazzi fanno dall’asilo alle secondarie nelle scuole comboniane, viene riconosciuto in Egitto a livello statale e, quindi, al termine della secondaria e dopo un esame, gli studenti possono accedere all’università.

S’incastona dentro questo piccolo mondo ferito, l’8×mille della Chiesa italiana. Grazie ai suoi fondi i comboniani hanno potuto acquistare quest’anno il terreno dove sorge la scuola intitolata a Santa Bakita e dove ogni mattina la campanella suona per 460 studenti. Il progetto è uno dei 14 che la Cei finanzia con i fondi dell’8xmille in questa parte del Medio Oriente. Per raccontarli sono arrivati qui, in Egitto, un gruppo di 12 giornalisti della Federazione italiana dei settimanali cattolici (Fisc). Cinque giorni tra il Cairo, Ismaili, Port Said, Alessandria. Scuole, corsi di alfabetizzazione per donne, percorsi di avviamento al lavoro, ma soprattutto ospedali, poliambulatori, centri per rifugiati. Progetti aperti a tutti, senza distinzione di religione, pensati per i più poveri, per coloro che vivono ai margini e non riescono ad accedere ai servizi basilari della sanità, dello studio, del lavoro. A renderlo possibile, in questa terra dove tutto è difficile, un piccolo gruppo di religiosi e religiose, affiancati da centinaia di operatori, medici, infermieri, insegnanti, educatori. “Ho visto una chiesa fatta di piccoli numeri”, dice don Leonardo Di Mauro, responsabile del Servizio Cei per gli interventi caritativi nel Terzo Mondo. “Ma radicata nella propria fede, pronta a dare testimonianza del Vangelo fino al martirio e impegnata nella carità verso i fratelli indistintamente”. Chiese “sorelle in trincea”, dice don Leonardo, che la Chiesa italiana ha deciso di non lasciare sole.
[M. Chiara Biagioni – SIR]