P. Vittorio Farronato: Il prete, il missionario, il popolo sacerdotale

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Mercoledì 4 novembre 2020
Sono P. Vittorio, missionario in Congo; in breve vacanza; ripartirò presto. Penso che il carisma missionario significhi pure questo: essere memoria viva che la Chiesa, Popolo di Dio, è la famiglia del Padre “diffusa su tutta la terra”, in una comunione di comunità; e ancora, il missionario testimonia il cammino della Chiesa lungo i secoli, il suo “prendere volto” nelle culture altre. Come diciamo noi in Congo: Da Gesù e gli Apostoli, il filo non si è rotto.

P. Vittorio Farronato, comboniano,
nella Repubblica Democratica del Congo.

La Chiesa, qui in Italia e in Africa, ha forme diverse e uguale dignità. Non facciamo confronti su dove è meglio, ma vorremmo vivere uno scambio di doni. Qui mi soffermo sulle riflessioni e le scelte pastorali derivanti dalla presenza o meno dei preti nelle comunità. Ci può aiutare il fatto di riprendere in mano l’esperienza delle Comunità cristiane dei primi secoli, dagli apostoli fino al cominciare del Medio Evo, in Europa, nel Nord Africa, nel Medio Oriente. In particolare qui guardiamo al “Sacerdozio ministeriale” di alcuni, e al “Sacerdozio dei Fedeli” che riguarda tutti.

Sappiamo che al centro della nostra vita c’è il Signore Gesù, la sua vita in noi, il nostro vivere in lui. “Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”. In ogni celebrazione eucaristica “rendiamo grazie al Signore nostro Dio” per questo mistero pasquale che permea la nostra vita. S. Martino di Tours, agli albori della Chiesa in Gallia, quando il cristianesimo era fenomeno cittadino, ha manifestato il bisogno di creare comunità cristiane in ogni villaggio rurale, “tutti i 5 kilometri”, affinché non mancasse il Vangelo e l’Eucaristia. La tradizione latina si è diversificata rispetto alla tradizione orientale: lo Spirito ci ha accompagnato con diversità di doni. Oggi vediamo rapidi cambiamenti e siamo all’ascolto di ciò che lo Spirito dice alle chiese.

L’Europa è stata in gran parte evangelizzata a partire dalle abbazie e dall’itineranza dei monaci. Guardando al Congo, la “missione” aveva l’aspetto di un centro di spiritualità, di cultura, di sviluppo, e irradiava verso i villaggi lontani. C’erano scuole, sanità, opere sociali, vissute come “opere di misericordia”. La missione, come l’abbazia, era una cittadella religiosa con numerose succursali, visitate nella misura del possibile. In ogni villaggio si cercava di avere la presenza di un catechista per il catecumenato e la preghiera. “Occupare il territorio” significava pure vincere la concorrenza di protestanti o musulmani. Ogni missionario ricordava la parrocchia dove era stato chierichetto e provava a ripetere le esperienze più positive.

Abbiamo avuto tanti battezzati; abbiamo cercato di organizzare le comunità cristiane in loco, preparare ai sacramenti, e arrivare di tanto in tanto per la Messa. Il “catechista” era visto come l’uomo del padre piuttosto che l’uomo della comunità; ma non poteva fare la Messa. Poi abbiamo organizzato una celebrazione di preghiera domenicale, ricca di vita e di partecipazione. Era soprattutto una celebrazione della Parola. Vicino a noi c’erano comunità protestanti, pure centrate sulla celebrazione della Parola. Ci siamo trovati imparentati: per ragioni diverse, a tutti noi mancava l’Eucaristia. L’abitudine ci ha portati a trovare normale che ci siano tante comunità cristiane senza Eucaristia. Solo, ogni tanto arrivava il prete e prendeva il posto del catechista: c’era festa.

Forse non è normale. “Siamo orfani del prete ma non orfani del Signore Gesù”. Non il parroco, ma Gesù ci ha detto: “Sarò con voi tutti i giorni”. Il ruolo del prete ordinato ha sommerso la dignità di un popolo regale, profetico, sacerdotale. Non ci eravamo accorti che un clima clericale aveva impoverito un Popolo Sacerdotale. In “Evangelii gaudium” il Papa ci ha ricordato che un numero molto piccolo di preti ordinati è al servizio di un numero molto grande di fedeli cristiani. Di recente nelle nostre parrocchie tradizionali la mancanza di preti ci obbliga a trovare soluzioni. L’importante e riflettere su come il Popolo di Dio è chiamato a vivere “per Cristo, con Cristo e in Cristo”, affinché la nostra vita quotidiana diventi “eucaristia” che rende grazie e si fa offerta. Ci domandiamo se è sufficiente correre a celebrare la messa domenicale.

Il Papa ci ha invitati a celebrare i funerali dei nostri defunti in un contesto di comunità laicale. In Congo la nostra gente, cattolici e protestanti, sono abituati a farlo: quasi mai c’è un prete. Insieme abbiamo riflettuto, abbiamo preparato una celebrazione che riprende una tradizione del villaggio e la arricchisce. Ma soprattutto abbiamo parlato di come “celebrare la vita” nelle diverse situazioni, alla luce del Vangelo, sentendo il Signore presente.

Siamo abituati al calendario liturgico; il villaggio ha il calendario della vita, e c’era prima di noi. C’è il matrimonio dei giovani come fatto familiare; la presentazione del bambino nuovo nato; la festa della mamma che ha terminato l’allattamento; la preghiera presso il malato e la domanda di guarigione; il compiersi finale della vita e l’affidamento del defunto alla comunità degli antenati. Importante poi, nella malattia, una celebrazione di liberazione da ogni forza di male che minaccia la vita. Da tempo abbiamo cominciato queste “Celebrazioni della vita” a livello di comunità di villaggio o di clan familiare, illuminando e purificando il cammino della Tradizione. Il Vangelo è il dono più grande che possiamo offrire. L’essenziale non tocca il prete ma la presenza del Signore nella nostra vita personale e comunitaria.

Restando nel guscio della nostra tradizione, ci proteggiamo dal rischio di fare dei Laici dei “falsi preti”. Siamo invitati a prendere sul serio il Sacerdozio del Popolo di Dio, la sua relazione col sacerdozio ministeriale, sapendo che il significato originario di “ministro” è di essere al servizio. In Congo il prete è un uomo che ha studiato tanto, e nel villaggio c’è poca cultura: l’ambiguità di un ruolo sociale nobiliare inquina la fraternità. Siamo nella categoria degli intellettuali, della gente uscita dal villaggio. I preti desiderano tanto restare in città. Nei primi secoli i “pagani” abitavano il villaggio detto “pagus”. La malattia del clericalismo è spesso di origine sociale: il proprio ruolo. Ma oggi in Italia viviamo tra tante persone di cultura, che non aspettano di imparare da noi, e che danno risposte autonome alle situazioni che la vita presenta. L’importante è ascoltare sia la voce del Signore che la voce della gente, con rispetto e simpatia, senza offrire risposte già confezionate.

In Congo la comunità cristiana di villaggio vive insieme con i protestanti che hanno un pastore che guida il culto e l’istruzione. Hanno una Liturgia della Parola un po’ come noi; non sentono la mancanza del prete perché non è previsto; non sentono la mancanza dell’Eucaristia perché fanno memoria della Cena. A livello sociale, il pastore è molto vicino alla vita degli altri, partecipa alle stesse attività del villaggio. Dicono spesso che vogliono rifarsi allo stile di vita delle prime comunità cristiane dell’epoca apostolica; si sentono in dovere di prendere le distanze da uno stile cattolico fattosi troppo lontano dalle origini. Il missionario è invitato a leggere i segni dei tempi. Farlo è compito di tutta la Chiesa: lo facciamo insieme. Forse è importante porsi fuori di una storia locale per avere una visione più universale, più cattolica, e sentirsi più leggeri rispetto a una eredità a volte ingombrante. Quello che conta è riascoltare sempre le parole di Gesù: “Se tu conoscessi il dono di Dio!” E ogni Comunità di villaggio, ogni paese di cristiani è a suo modo una chiesa locale. Essere chiesa comporta vivere del Vangelo e dell’Eucaristia.
P. Vittorio Farronato, missionario in Congo