Lo sdoppiarsi dell’eredità comboniana. Un centenario da ricordare o da dimenticare?

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Mercoledì 19 luglio 2023
Il 27 luglio 2023 decorre il centenario dello sdoppiarsi dell’eredità comboniana (che sussiste in due entità o modalità), con la firma del documento con cui Propaganda Fide ufficializzava la divisione dell’eredità di Daniele Comboni in due congregazioni: i Figli del Sacro Cuore di Gesù (FSCJ), con sede a Verona, e i Missionari Figli del Sacro Cuore (MFSC), con sede a Brixen (Bressanone). [Foto dei due superiori generali, P. Tarcisio Agostoni e P. Georg Klose, il giorno della riunificazione, festa del Cuore di Gesù, il 22 giugno 1979 a Roma]

LO SDOPPIARSI DELL’EREDITÀ COMBONIANA
UN CENTENARIO DA RICORDARE O DA DIMENTICARE?

Il 27 luglio 2023 decorre il centenario dello sdoppiarsi dell’eredità comboniana (che sussiste in due entità o modalità), con la firma del documento con cui Propaganda Fide ufficializzava la divisione dell’eredità di Daniele Comboni in due congregazioni: i Figli del Sacro Cuore di Gesù (FSCJ), con sede a Verona, e i Missionari Figli del Sacro Cuore (MFSC), con sede a Brixen (Bressanone). Propaganda Fide era arrivata a questa decisione il 27 novembre 1922, in seduta plenaria[1]; ma ha aspettato a renderla pubblica, dato che occorreva, prima, risolvere la questione di un territorio di missione per i MFSC (la questione si è risolta con l’assegnazione ai MFSC della Prefettura Apostolica di Lydenburg, nel Sudafrica).

Un centenario, questo, non certamente da celebrare, ma comunque da ricordare per due motivi: primo, per capire come si è arrivati a questo sdoppiamento (le cause e i protagonisti); secondo, per imparare le lezioni che s’impongono da questa tappa della storia dell’Istituto e dalla convivenza, a volte tumultuosa, tra le varie culture e le varie anime che compongono l’eredità comboniana.

Il contesto storico

Il lettore che si sia familiarizzato con gli sviluppi degli Istituti comboniani (comboniani e comboniane) dalla loro fondazione (1° giugno 1867, i comboniani; 1° gennaio 1872, le comboniane) fino all’anno 1923[2], troverà sorprendente l’approdo della divisione (che, in questo testo, preferiamo indicare come riconfigurazione[3]).

L’inattesa scomparsa del fondatore Daniele Comboni (10 ottobre 1881, a Khartoum) ha lasciato la sua eredità in una situazione d’incertezza che viene superata con la prima riconfigurazione: cioè, con la trasformazione dell’Istituto missionario fondato da Comboni in Congregazione Religiosa, per mano dei Gesuiti della Rifondazione, a Verona, nel 1885[4]. Sul finire dell’Ottocento gli eredi maschi del Comboni appaiono consolidati internamente, con due passi importanti: riassumono la direzione dell’Istituto divenuto congregazione religiosa e realizzano il primo Capitolo Generale (1899), in cui eleggono padre Angelo Colombaroli come Superiore Generale. I FSCJ sono 91 missionari: 21 sacerdoti, 42 scolastici e 28 fratelli.

Nel frattempo, l’espandersi della rivoluzione mahdista nel Sudan (1881-1898) ha cancellato i segni della presenza missionaria nel paese e spazzato via le fondazioni comboniane a Khartoum, a El Obeid e sui Monti Nuba, lasciando un gruppo di missionari e missionarie comboniani prigionieri del Mahdi (a El-Obeid, prima, e poi a Omdurman). Ma l’esito della rivoluzione a favore degli inglesi (1898) ha aperto di nuovo le porte alla presenza in Sudan degli eredi del Comboni, con il ritorno dei primi FSCJ a Omdurman, nel 1899, e l’intensificarsi della presenza comboniana nel sud del Sudan, sotto la guida di un FSCJ, Mons. Antonio Roveggio (nominato nel 1895 per sostituire Mons. Francesco Sogaro, successore del Comboni a Khartoum e Vicario Apostolico dal 1882 al 1894)[5]. Mons. Roveggio muore esausto a Berber, il 2 maggio 1902, ma la sua morte prematura non ferma lo sviluppo della missione nel Vicariato, che passa ad essere guidato da Mons. Franz X. Geyer, il quale spinge la presenza missionaria verso il sud del Vicariato, fino al suo confine, il nord Uganda (17 febbraio 1910).

Le prime due decadi del Novecento, così, un tempo d’intenso sviluppo nell’Africa Centrale, seguito anche dell’espandersi degli eredi del Comboni in Europa: oltre a Verona, Brixen (Bressanone) e Trento, si aprono Brescia e i FSCJ aprono una comunità in Inghilterra (Sidcup, nel 1903, per lo studio dell’inglese) e in Austria (Messendorf, nel 1908). Nel secondo Capitolo Generale (3-12 ottobre 1909) i FSCJ sono già 127: 64 sacerdoti, 46 fratelli e 17 studenti; in questo Capitolo, oltre a eleggere la Direzione Generale (P. Federico Vianello è scelti come superiore generale), verificano la loro vita e missione e preparano le Costituzioni che le guidano (sono approvate il 19 marzo 1910). Nel terzo capitolo generale, nel settembre del 1919, sono 150.

Questioni non risolte

Questo contesto esterno di sviluppo favorevole, tanto in Europa come nell’Africa centrale, non aiuta gli eredi del Comboni a trovare uno sbocco alle questioni non risolte, lasciate dalla prima configurazione dell’Istituto comboniano in Congregazione religiosa o emerse negli anni successivi. Anzi, sembra che la crescita dei FSCJ, in Africa (con l’espandersi nel Sud del Sudan e la creazione di un nuovo vicariato) e in Europa (con l’affermarsi della formazione impartita a Brixen e in Austria), le intensifichino.

Vediamo, in una breve rassegna, queste questioni. Prima, la differenza di vedute tra i missionari religiosi FSCJ e i missionari del Comboni, cioè, i sacerdoti che non sono entrati nella congregazione religiosa e hanno continuato a lavorare nel Vicariato dell’Africa Centrale, sia al Cairo che a Khartoum (differenti vedute sulle priorità nella missione: battezzare o promuovere, rigenerare?). Seconda, la formazione e il coinvolgimento dei laici (fratelli) nella missione. Terza, il rapporto tra l’autorità religiosa (il superiore della comunità religiosa nella missione) e l’autorità apostolica (il Vicario Apostolico responsabile per l’apostolato nelle missioni). Quarta, l’inarrestabile tendenza dei missionari a raggrupparsi secondo linee culturali o etniche, sia in Africa che in Europa, e il conseguente emergere di personalità di spicco che cavalcano l’onda (generalmente dell’insoddisfazione) e diventano personalità di riferimento per ciascun gruppo. Quinta, la propensione a cedere allo spirito nazionalista e ai pregiudizi reciproci tra i vari gruppi di missionari (neanche l’insistenza di P. Colombaroli sulla carità fraterna è riuscita a porre fine a questo elemento corrosivo della convivenza tra i missionari FSCJ).

I protagonisti

Nella vicenda che porta allo sdoppiarsi dell’eredità comboniana non pesano solo le questioni irrisolte. Dalla lettura di queste pagine della storia comboniana emerge il ruolo svolto da alcune personalità di spicco. Ricordiamo le più importanti.

Come prima figura, ricordiamo il missionario Franz Xavier Geyer, il dinamico superiore della comunità di Brixen, sotto il quale la presenza comboniana in questa città conosce un periodo di espansione e sviluppo, e che (finalmente) viene eletto successore del Comboni a Khartoum e Vicario Apostolico (consacrato l’8 novembre 1902, a Monaco). A lui si deve lo sviluppo della missione dell’Africa Centrale verso sud e nord Uganda. Ma a lui si deve anche una mossa che ha molto influito sul processo che stiamo analizzando: il raggrupparsi dei missionari secondo la nazionalità. Nella riorganizzazione esterna della missione dell’Africa centrale, già nel 1913, Mons. Geyer propone la creazione dei gruppi di missionari secondo la nazionalità, con l’assegnazione dei missionari a vicariati specifici: quelli di lingua tedesca al Vicariato di Khartoum, quelli italiani al Vicariato del Sud.

Il superiore generale, P. Vianello, che inizialmente si oppone a questa proposta, deve cedere, in parte, accettando che, senza nuocere all’autorità del superiore generale su tutti i missionari, i tedeschi vengano destinati prevalentemente a Khartoum, sotto Mons. Geyer, e gli italiani alla prefettura apostolica del Bahr El Ghazal, sotto Mons. Stoppani. Con l’evolversi degli eventi, Mons. Geyer diventa il catalizzatore del gruppo dei missionari tedeschi a Khartoum e, lasciando il Vicariato nel 1922, dopo una vita intensa spesa per il suo sviluppo, si schiera con questo gruppo che reclama la divisione e la totale indipendenza. Nel rapporto che prepara per Propaganda Fide e che presenta personalmente al Cardinale Van Rossum (aprile 1922) dice che in cuor suo non può dare torto a quelli di Khartoum e alla loro posizione favorevole alla divisione.

La lettura del carteggio tra il Vicario Apostolico e il Superiore Generale, per l’accordo del 1913, mostra che il superiore religioso dei FSCJ a Khartoum, P. Paolo Meroni, finisce con l’appoggiare la proposta della divisione in gruppi, per motivi suoi e opposti a quelli del Geyer, rispecchiando le difficoltà d’intesa tra i due.

Con P. Paolo Meroni arriviamo al secondo personaggio di spicco in questa vicenda. Il superiore generale, P. Vianello, lo chiama a Verona come segretario generale, per curare l’organizzazione del terzo capitolo generale – il primo dopo la guerra – che si svolge nel 1919. In questo capitolo, P. Meroni viene eletto Superiore Generale. Verso la fine del capitolo, «padre Alois Wilfling propose che fosse creata una provincia per le case di lingua tedesca: il Capitolo approvava e il presidente (padre Meroni) assicurò che ne avrebbe trattato appena si fosse chiarito l’orizzonte politico»[6].

Nel settembre del 1921, P. Meroni promuove un’inchiesta tra i FSCJ austro-ungarici e tedeschi (20 risposte favorevoli alla creazione della provincia, 5 contrarie, 3 voti nulli). Ma neanche davanti a questo risultato mette in atto la decisione capitolare, chiudendosi nella convinzione che la creazione della provincia sia un peso insopportabile per la Congregazione. Cerca, invece, un rimedio radicale: «porre gli austro-tedeschi davanti all’alternativa di un completo assorbimento (soppressione delle case di formazione già esistenti per dare a tutti i membri un’unica formazione nel comune noviziato) o della completa separazione»[7].

Meticoloso e tenace, P. Meroni non impone il suo punto di vista ma aspetta che emerga come esigenza che scaturisce dalla complessa situazione della missione e della congregazione, e/o dai confratelli stessi – cosa che accadrà quando, da Khartoum, P. Kauczor gli scriverà una lettera (2 febbraio 1922), difendendo la separazione e facendola passare come desiderio dei confratelli di Khartoum. La sensibilità del gruppo dei FSCJ di lingua tedesca di Khartoum sembra, infatti, giocare un ruolo nell’avanzata del processo che porta alla divisione, tanto che il gruppo può essere anche considerato protagonista nella vicenda.

Il 24 gennaio 1922, comunque, P. Paolo Meroni ha già completato il suo rapporto a Propaganda Fide e parte per Roma, dove rimane fino a giugno, per perorare la sua causa. La sua azione si rivela efficace, poiché riesce a far cambiare opinione a Propaganda Fide. Il Cardinale Prefetto, Van Rossum, nel primo incontro, si manifesta ancora a favore della costituzione di una provincia tedesca e contrario alla divisione; in seguito, scrive una lettera a P. Meroni con delle domande su provincia / separazione da inviare a tutti i FSCJ, proposito che P. Meroni contesta, sostenendo la tesi che la parte italiana è all’oscuro della problematica.

In aprile, Van Rossum incontra anche Mons. Geyer e si arriva al cambio di opinione. La strada è aperta alla presentazione del problema nella plenaria dei cardinali del novembre 1922 e ai successivi passi, fatti nella prima parte del 1923. Risulta sorprendente il fatto che Propaganda Fide, che, per tradizione e con i suoi tempi, accompagnava da vicino le vicende comboniane sia in Africa che in Europa, cambi parere in un breve lasso di tempo e in base all’opinione di due dei protagonisti, andando ad aggiungersi così alla lista dei protagonisti di questa vicenda col decreto del 27 luglio del 1923.

Condizionamenti esterni

Anche alcuni elementi esterni, nell’ambito politico, hanno giocato un ruolo nel processo che ha portato a questo sdoppiamento. È doveroso ricordarli, anche se brevemente. Il primo è dato dalle cosiddette interferenze del governo austro-ungarico sul Vicariato dell’Africa centrale. Un’interferenza facilitata dalla protezione richiesta dai missionari, praticamente dall’inizio del vicariato[8], e che ha offerto all’Austria la possibilità di cercare un’influenza diplomatica in uno spazio geografico strategico, già conteso dagli inglesi (sull’Egitto e il Sudan) e dai francesi (sui territori della Palestina e con la protezione dei Luoghi Santi).

Il secondo elemento esterno, più determinante, è l’esplodere della Prima Guerra mondiale (1914-1918) che ha visto lo schierarsi della Germania e dell’Austria contro l’Inghilterra e l’Italia. L’impatto sui FSCJ è negativo sotto un duplice aspetto: da una parte, esaspera i sentimenti patriottici collegati ai rispettivi nazionalismi, aggiungendo tensione nei rapporti tra missionari italiani e tedeschi; dall’altra, mentre i missionari italiani al Cairo e in Sudan possono proseguire le loro attività, i missionari tedeschi incontrano crescenti difficoltà (infatti, vengono fatti prigionieri). Col finire della guerra questa situazione perdura e si aggrava per i missionari tedeschi, non voluti e non ben visti dalle autorità inglesi.

Il grande dimenticato

Il lettore di questa storia comboniana[9] (dal 1895 al 1923) e di questo singolare approdo dell’eredità comboniana, anche il più distratto, rimane sorpreso nel non trovare nessun accenno, nessun riferimento a Daniele Comboni. Il grande missionario dell’Africa centrale, fondatore dell’Istituto comboniano, è il grande assente in tutta questa vicenda e nelle pieghe della storia che ha condotto ad essa i suoi eredi.

Non che la sua posizione sulle questioni che hanno portato a questa seconda riconfigurazione del suo Istituto non gli fosse chiara: il suo ideale dell’Istituto come cenacolo di apostoli accentua la dimensione comunitaria dell’evangelizzazione, una missione da svolgersi nella fraternità, al di là delle origini culturali ed etniche di ogni missionario; l’accento sulla cattolicità della missione e della sua opera era chiaro abbastanza da non essere dimenticato nel momento in cui doveva essere tenuto presente; l’invito a ogni missionario a essere pietra nascosta[10] scongiurava ogni tentazione di leadership e ricerca di popolarità e predominio sugli altri; l’ideale di una missione vissuta nella collaborazione e nella sussidiarietà, nella convergenza di ministeri e carismi diversi[11], era antidoto contro ogni frazionismo; la convinzione che «l’opera deve essere cattolica, non spagnola, francese, tedesca o italiana»[12] scongiurava ogni nazionalismo.

Naturalmente non è questo il momento per chiarire le ragioni di questa dimenticanza di Daniele Comboni. Ci basta evidenziare quanto lontani si era dai sentimenti e atteggiamenti di quelli che hanno raccolto e vissuto all’insegna della testimonianza di Daniele Comboni: «Quando sopravvengono momenti difficili, allora chiedo consiglio al mio indimenticabile Episcopus Daniel e penso: che cosa farebbe lui e come mi risponderebbe. Inoltre, c’è la promessa, che sei ore prima della sua morte egli ricevette da me, e questa è per me un vincolo sacro»[13].

La dimenticanza di Daniele Comboni ha portato anche alla dimenticanza della metodologia comboniana per il discernimento missionario: «Venuta la sera, noi teniamo consiglio sul come uscire da questo frangente. Si propone, si discute, si prega»[14] («vademecum della solidarietà tra credenti che condividono una stessa impresa» e cercano una soluzione[15]). Sorprende il fatto che la riconfigurazione dell’Istituto è stata operata senza la convocazione di un capitolo generale e senza la consultazione generalizzata dei FSCJ.

Nel capitolo generale che la segue, nel 1925, la persona a cui in buona parte viene addossata dalla storia la responsabilità della divisione, la assume con queste parole: «Si era giunti ad un punto in cui non si poteva più andare avanti – non intendo fare colpa a nessuno di tale stato di cose. La separazione fu una necessità per salvare l’Istituto: era assolutamente necessario che le due parti, che già esistevano in seno alla Congregazione, come Esaù e Giacobbe mentre stavano nel seno materno, uscissero e avessero ciascuna la loro libertà di vita e di movimento. Fu un passo doloroso; una dura lex sed lex. Furono due anni di tormenti e angosce per i dirigenti dell’Istituto. Ma fu la salvezza per tutti. Ora, i tedeschi si sono costituiti in una fiorente congregazione; a essi, io, interpretando i sentimenti di tutti, mando un saluto ed augurio di vita prosperosa; e l’istituto nostro fondamentale di Verona si trova ora restituito a sé e ad una nuova vita»[16].

La storia comboniana, comunque, ha le sue sorprese… e la sua ironia: P. Paolo Meroni è anche la persona che decide l’introduzione della causa di beatificazione di Daniele Comboni[17]. Il processo della ricerca storica e della riscoperta del Fondatore ha riportato i FSCJ e i MFSC su un percorso di riunificazione, avvenuta e sigillata nel capitolo generale del 1979 – evento che gli eredi di Daniele Comboni (ribattezzati MCCJ) ritengono una grazia, questa sì, da ricordare e da celebrare, nella memoria del Fondatore riconosciuto dalla Chiesa, con la canonizzazione del 2003, come maestro di vita e di missione cristiana.

Conclusione: imparando la lezione

Come conclusione, non è fuori luogo chiedersi quali lezioni si possano trarre dalla rivisitazione – seppur breve, come quella che qui facciamo – di questa pagina della storia comboniana. Indichiamone alcune, lasciando al lettore interessato il compito di individuarne altre.

Prima lezione: i problemi, quandunque e comunque sorgano, devono essere riconosciuti e risolti; se non lo si fa, tendono a diventare mine vaganti che possono esplodere in ogni momento.

Seconda: l’unità e la comunione tra persone di culture diverse non sono da considerarsi scontate nel contesto interculturale in cui viviamo, ma possono essere messe alla prova da tanti elementi (culturali, linguistici, politici, sociali, ecclesiali…).

Terza: l’esercizio dell’autorità va regolato ed esercitato secondo regole chiare e secondo i principi della sussidiarietà e del rispetto delle competenze; calpestare le regole non lascia mai prevedere un bene, come si può vedere in questo processo (decisioni capitolari non eseguite, capitolo non convocato, risultati d’inchieste non tenuti in conto, raduni di consulta senza minute, ecc.): un fine considerato buono non può giustificare la cancellazione temporanea delle procedure.

Quarta – e più importante – lezione: nella risoluzione di contrasti bisogna tornare sempre (oltre al Vangelo, naturalmente) al fondatore e al carisma fondazionale, che sono garanzia di fedeltà e fonte di fecondità.

27 luglio 2023
P. Manuel Augusto Lopes Ferreira, mccj

 

[1] «Il 27 novembre la Sacra Congregazione di Propaganda Fide decideva, in seduta plenaria, di «separare completamente dalla parte italiana la parte austro-tedesca», previa la sistemazione di tutte le questioni economiche di qualunque genere fra le due parti, e nominava padre Filippo Maroto, dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria (claretiani), quale suo delegato nella soluzione delle dette pendenze». VITTORINO DELLAGIACOMA, Storia dell’Istituto dal 1881 al 1937. Manoscritto, Archivio Generale, Roma.

[2] Indichiamo alcune fonti per eventuali lettori interessati: REINHOLD BAUMANN, The Comboni Missionaries in Germany, Austria e South Tyrol, Roma, 2013, pagine 1-30; VITTORINO DELLAGIACOMA, Eredità del Comboni-Storia dell’Istituto dal 1881 al 1937, manoscritto conservato nell’Archivio Generale di Roma, verrà pubblicato nel prossimo numero della rivista Archivio Comboniano, LIV, anno 2024; TARCISIO AGOSTONI, The Comboni Missionaries-An Outline History 1867-1997, Rome 2003, pagine 207-232.

[3] Alcuni autori parlano di separazione, altri di divisione. In questo testo preferiamo usare la parola “riconfigurazione.” L’eredità di Daniele Comboni sussiste, infatti, in una doppia modalità, condizionata da fattori etnici e culturali.

[4] Per questa fase della storia comboniana, vedi ALDO GILLI, Storia dell’Istituto Comboniano dalla morte del Fondatore al cambiamento in Congregazione Religiosa 1881-1885, Roma 1981.

[5] Per la storia della mahdia, vedi CAMILLO BALLIN, Il Cristo e il Mahdi, EMI 2001, e JOSEF OHRWALDER, I miei dieci anni di prigionia, EMI 1998.

[6] VITTORINO DELLAGIACOMA, op. cit., p. 14.

[7] VITTORINO DELLAGIACOMA, op. cit., p. 15.

[8] Già nel 1852 Mons. Knoblecker aveva cercato la protezione ufficiale d’Austria sul Vicariato.

[9] VITTORINO DELLAGIACOMA, Storia dell’Istituto dal 1881 al 1937. Manoscritto, Archivio Generale, Roma.

[10] DANIELE COMBONI, Gli Scritti, numero 2701. VITTORINO DELLAGIACOMA, Storia dell’Istituto dal 1881 al 1937. Manoscritto, Archivio Generale, Roma.

[11] Dimensioni chiare nei documenti fondazionali: Piano per la Rigenerazione dell’Africa (1864), Lettera circolare ai Padri Conciliari (1870), Regole del 1871. Vedi JOAQUIM J. V. DA CRUZ, Tra Fedeltà e Alienazione: frammenti della storia di un dono. Il Carisma Comboniano nella Storia, in Archivio Comboniano 46, 2008, pp. 109-163.

[12] DANIELE COMBONI, “Rigenerazione dell’Africa con l’Africa”, in Museo delle Missioni Cattoliche 8 (1865), pp. 18-32.

[13] JOHAN DICHTL, Lettera a Mitterrutzner, da Khartoum nel gennaio 1883, in CPAE, Dichtl 09.

[14] DANIELE COMBONI, Gli Scritti, 261.

[15] MARIO TREBESCHI, La Missione come Pellegrinaggio, in San Daniele Comboni, pagine 45-46.

[16] PAOLO MERONI, superiore generale dei FSCJ. “Relazione sullo Stato della Congregazione”, fatta al IV Capitolo generale realizzato nel 1925. Archivio Comboniano Roma, Casella 272, 4, IV Capitolo Generale, Allegati ai Verbali.

[17] PAOLO MERONI, Lettera circolare Introduzione alla Causa di Beatificazione del nostro Fondatore, Mons. Daniele Comboni, Verona 19/03/1928.