Giovedì 5 marzo 2026
«Una nuova discesa nell’abisso della depravazione umana, dove la sacralità della vita, dono di Dio, viene calpestata con allarmante impunità». Con queste parole i vescovi del Sudan e del Sud Sudan hanno condannato i recenti massacri avvenuti nella contea di Abiemnhom, nell’area amministrativa di Ruweng, e nella contea di Ayod, nello Stato di Jonglei, dove numerose persone sono state uccise all’interno delle loro stesse comunità.

Sono 169 le persone uccise delle quali 79 sono soldati nella contea di Abiemnhom, nel nord-est del Sud Sudan, in una serie di attacchi avvenuti domenica 1° marzo. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, riportate dall’agenzia Fides, le violenze sono state commesse da giovani armati della contea di Mayom, nel vicino Stato di Unity che hanno assalito i militari sud-sudanesi e civili intorno alle 4:30 del mattino.

Nel messaggio, firmato dai membri della Conferenza episcopale del Sudan e del Sud Sudan, i presuli esprimono profondo dolore per il sangue versato, sottolineando il «patente disprezzo per la dignità umana» che tali atti rappresentano. «Il sangue dei nostri fratelli e sorelle grida al Cielo», scrivono nella nota. I vescovi denunciano con franchezza la diffusione di una «cultura della vendetta mortale», che alimenta cicli di ritorsione e distrugge famiglie e comunità. «La vendetta non è giustizia», ammoniscono, invitando a spezzare la spirale dell’odio e a costruire percorsi di riconciliazione.

Contestualmente, la Conferenza episcopale rivolge un appello urgente alle autorità perché siano avviate indagini approfondite e indipendenti per identificare e perseguire i responsabili. «L’impunità alimenta la ripetizione dei crimini, mentre la giustizia ripristina la fiducia nella popolazione». Il messaggio si conclude con parole di consolazione alle vittime e ai loro familiari: «La Chiesa è la vostra famiglia. Piangiamo con voi. Preghiamo con voi». Un invito alla speranza cristiana, affidando le anime dei defunti alla misericordia di Dio e chiedendo per il Paese un cammino di pace fondato sulla dignità di ogni persona.

Questo grave episodio di violenza si inserisce in un contesto di crescente instabilità nel Sud Sudan, poiché le lotte politiche interne hanno indebolito la pace raggiunta dopo l’accordo del 2018, per porre fine a cinque anni di guerra civile che ha causato circa 400.000 morti, ma che non è stato mai applicato nella sua interezza. L’instabilità si è aggravata dopo l’arresto dell’ex primo vicepresidente Riek Machar, nel marzo dell’anno scorso. Il movimento di Machar, il Sudan People's Liberation Movement-in-Opposition (L’Splm/Aio) ha tuttavia negato di essere coinvolto nell’attacco di Abiemnhom.
L’Osservatore Romano