Giovedì 28 maggio 2026
Il Sud Sudan è una terra ferita, una terra crocifissa. È il paese più giovane del mondo, nato nel 2011 dopo decenni di guerra e sofferenza, quando il popolo votò con speranza per la separazione dal Sudan del Nord. In tanti sognavano finalmente la pace, la libertà, la possibilità di costruire un futuro nuovo. (...)
Ma quel sogno si è presto trasformato in un nuovo incubo: una sanguinosa guerra civile ha continuato a devastare il paese, seminando morte, odio e disperazione. Ancora oggi migliaia di innocenti pagano il prezzo della violenza e della sete di potere. E davanti a questo dolore immenso comprendiamo che Cristo continua ad essere crocifisso nel corpo del suo popolo. Eppure, proprio in mezzo a questa oscurità, il Vangelo continua a brillare con una forza sorprendente.
La Chiesa tra i Nuer è nata dal coraggio di semplici catechisti. Uomini e donne poveri, fuggiti dalla guerra, dalla fame e dalle malattie, arrivarono nel territorio Nuer portando con sé soltanto la loro fede nel Signore Risorto. Non avevano mezzi, non avevano sicurezza, ma avevano il fuoco del Vangelo nel cuore. Come Paolo e Barnaba negli Atti degli Apostoli, percorrevano villaggi e sentieri annunciando che Gesù è vivo e che nessuna sofferenza può separare l’uomo dall’amore di Dio.
Per circa venticinque anni questi catechisti hanno guidato la Chiesa senza sacerdoti, custodendo la fede del popolo e pregando instancabilmente affinché arrivassero missionari capaci di celebrare i sacramenti e accompagnare la crescita delle comunità cristiane. Finalmente, nel 1996, i Missionari Comboniani arrivarono a Leer. E furono loro, i missionari, a sentirsi evangelizzati. Trovarono infatti una Chiesa viva, forte, nata dalla testimonianza silenziosa e fedele della gente semplice. Compresero che Dio era già presente tra i Nuer prima ancora del loro arrivo.
Da allora i missionari hanno scelto di vivere come poveri tra i poveri, condividendo la vita quotidiana della gente. Una scelta che ha assunto il volto della croce quando, nel 2014, la missione di Leer venne completamente distrutta durante gli attacchi armati. I missionari furono costretti a fuggire nelle foreste insieme alla popolazione, vivendo per settimane nascosti mentre i combattimenti devastavano i villaggi. Ma non hanno voluto abbandonare il popolo. Hanno deciso di restare e di fare causa comune con la propria gente.
Oggi viviamo in una zona pericolosa del Sud Sudan chiamata Leer, raggiungibile soltanto attraverso gli elicotteri del World Food Program (WFP). Qui la gente vive un forte periodo di carestia, non ci sono ospedali adeguati, non c’è elettricità. Durante la stagione delle piogge gran parte del territorio della nostra missione si trasforma in una grande palude: si cammina per chilometri nell’acqua e nel fango, spesso usando canoe scavate nei tronchi delle palme per raggiungere le comunità più lontane. Alcune visite pastorali richiedono giorni interi di viaggio.
La malaria continua a uccidere tanti bambini e spesso mancano persino le medicine più basilari. Eppure, in mezzo a questa povertà estrema, il popolo Nuer continua a stupire per la sua dignità, la sua capacità di condividere e la sua fede incrollabile.
I Nuer sono un popolo di pastori. La mucca è il centro della loro vita: dona il latte, sostiene la famiglia, rappresenta la ricchezza e viene utilizzata per il matrimonio. Ma proprio attorno al bestiame nascono spesso conflitti sanguinosi tra clan ed etnie diverse. L’odio e la vendetta alimentano una spirale di violenza che ogni anno provoca centinaia di morti.
Anche l’istruzione è profondamente segnata dalla guerra. In molte aree non esistono scuole secondarie e gli insegnanti lavorano senza un vero salario. Nella maggior parte delle scuole, i ragazzi studiano seduti per terra o portando da casa una sedia quando ne possiedono una. Tantissime ragazze non possono frequentare la scuola perché costrette ai lavori domestici o date in sposa molto giovani. L’analfabetismo resta altissimo e molti giovani fuggono verso i campi profughi di Giuba, del Kenya o dell’Uganda nella speranza di poter studiare. L’anno scorso noi Missionari Comboniani abbiamo aperto una scuola secondaria dedicata a San Daniele Comboni per aiutare la nostra gente a realizzare il loro sogno di studiare. Abbiamo anche offerto delle borse di studio per aiutare alcuni giovani a frequentare l’università nella capitale del Sud Sudan, Giuba. Il Vangelo continua a generare speranza e a costruire vita dove sembra non ci sia più speranza.
Noi missionari siamo chiamati prima di tutto a gridare la pace in mezzo a questa situazione di violenza che deriva da una guerra causata dalla corruzione e dalla sete di potere di pochi che non si preoccupano che per causa della loro avidità migliaia di persone vengono ammazzate ogni anno. Cerchiamo di essere presenza di riconciliazione in una terra ferita dall’odio e dalla vendetta. Camminiamo con la gente, condividiamo le loro sofferenze, ascoltiamo il loro grido. Visitiamo le comunità più remote per annunciare che Dio non ha dimenticato il suo popolo.
Qui Gesù viene chiamato “Kuär malä”, il “Signore della Pace”. È un nome bellissimo. In mezzo alla guerra, alla fame e alla paura, la gente continua a credere che Dio sia vicino. Continua a pregare. Continua a sperare. Ed è proprio il popolo povero che evangelizza noi missionari. Nei loro volti scopriamo la tenerezza di Dio. Nella loro capacità di condividere il poco che possiedono vediamo il Vangelo vissuto in modo radicale.
Davvero la gente ci evangelizza, mostrandoci la tenerezza di Dio per noi. É proprio vero che i poveri sono i nostri maestri che ci mostrano il volto di Dio (Mt 25:31-46). È davvero una gioia grande accompagnare questa gente. Davvero i poveri diventano maestri di fede. Ci insegnano che la speranza cristiana non è un’illusione ingenua, ma la certezza che Cristo risorto continua a camminare con il suo popolo crocifisso.
Per questo continuiamo la missione con ostinata speranza. Continuiamo a credere nella risurrezione del Sud Sudan. Continuiamo ad annunciare che l’Emmanuele, il Dio-con-noi, non abbandona mai i suoi figli. Anche nelle notti più oscure, il Vangelo rimane una luce accesa. E nessuna guerra potrà spegnere la forza dell’amore di Dio.
Padre Mario Pellegrino, mccj
Hai mai incontrato qualcuno — magari più povero o più fragile di te — che ti ha insegnato qualcosa di profondo sulla fede o sulla vita? Come è stata quell'esperienza?
Se potessi "fare causa comune" con una persona o una comunità che soffre oggi, con chi sarebbe? E cosa saresti disposto/a a lasciare indietro per farlo?