Il Mistero del Natale ce lo ribadisce con insistenza: Dio si è fatto carne. Una verità “scandalosa” quella dell’Incarnazione di Dio, che ci viene ricordata anche in questa seconda domenica di Natale, attraverso il Prologo di Giovanni: il Verbo si è fatto carne e l’umanità di Gesù è l’unico luogo in cui possiamo incontrare Dio.

Gv 1,1-18
Diventare in Cristo pienamente umani

Il Mistero del Natale ce lo ribadisce con insistenza: Dio si è fatto carne. Una verità “scandalosa” quella dell’Incarnazione di Dio, che ci viene ricordata anche in questa seconda domenica di Natale, attraverso il Prologo di Giovanni: il Verbo si è fatto carne e l’umanità di Gesù è l’unico luogo in cui possiamo incontrare Dio.

Così, il Vangelo ci mette ancora una volta in guardia dal rischio che accompagna silente la fede cristiana: collocare Dio al di là delle nubi, ridurlo a un’idea astratta, farne un Signore del cielo invece che un compagno di cammino per la nostra esistenza e, di conseguenza, ridurre la fede a qualche informazione catechistica, a leggi da osservare, a gesti esteriori da espletare per metterci a posto la coscienza.

Il Vangelo del Natale vuole invece consegnare la nostra vita a questa verità: Dio è in mezzo a noi, ha piantato la sua tenda nella fragilità del mondo, si è abbassato fin dentro gli abissi della nostra umanità. Perciò, Egli abita lo spazio della tua esistenza e del tempo che vivi e non c’è niente travaglio, fatica, domanda o desiderio di questa vita umana che non appartenga anche al suo cuore. Egli non abita i cieli, ma ha fissato la sua dimora nelle viscere della terra e nella fragile argilla di cui sei impastato.

Se questo è vero, almeno due conseguenze pratiche toccano la nostra esistenza. La prima: Dio non ci parla solo dall’alto, ma anche e soprattutto dal basso e dal di dentro. Dio si mostra attraverso i luoghi feriali della nostra vita, nel volto del povero, nei sentieri fragili della nostra esistenza; Dio parla attraverso i nostri desideri, le domande che ci inquietano, le piaghe spirituali, le debolezze e le ferite che ci segnano. Se non prestiamo ascolto alla nostra umanità, non potremo mai incontrare Dio.

La seconda provocazione che il Vangelo ci consegna è questa: possiamo mostrare il volto di Dio solo se siamo profondamente umani e diventiamo esperti di umanità. Se è Gesù l’unico che svela il Volto di Dio, possiamo annunciare il Vangelo al mondo solo se viviamo la sua stessa umanità, la sua mitezza, la compassione per l’altro, la rivoluzione della tenerezza e dell’amore con cui Egli trasforma e guarisce le relazioni umane. Non è possibile cercare Dio senza metterci anche alla ricerca dell’uomo e senza aprire — nelle relazioni, nella società civile, nella comunità ecclesiale — vie di autentica umanizzazione, fermenti di verità, di giustizia, di pace e di amore.

La rivoluzione del Natale sta tutta qui: diventare in Cristo pienamente umani.
[Francesco Cosentino – Osservatore Romano]

Epifania del Signore
Con sincerità cerchiamo il Signore come i Magi

Is 60,1-6; Salmo 71; Ef 3,2-3.5-6; Mt 2,1-12

Per i bambini e i non-cristiani l’Epifania è la festa della Befana, che infila nei calzini i regali del consumismo allegro e spendaccione della nostra società postindustriale. Invece per gli adulti e credenti, l’Epifania una delle più grandi feste cristiane dell’anno: Cristo che non è soltanto venuto per il mondo ebraico, ma per l’intero universo. E’ l’esplosione del popolo di Dio, limitato un tempo a una sola nazione, diventato ormai un popolo di tutte le razze e culture, una Chiesa universale. Si tratta della festa dell’universalismo cristiano e del popolo di Dio.

L’Epifania è anche una festa della luce: una luce che traspare da Cristo e che guida a Lui: Infatti, lo splendore di una stella attrae a Betlemme genti lontane, i Magi, rappresentanti dei popoli della terra, che vanno verso il Signore guidati dalla fede. I Magi vengono da lontano. E’ bastata l’apparizione di una stella per metterli in viaggio, abbandonando le loro famiglie e sicurezze. Però, bisogna tener presente che la stella non li ha accompagnati a passo a passo durante la loro lunga avventura. Hanno percorso faticosamente il loro viaggio, affrontando sulla strada i rischi, le oscurità e incertezze. Quando si cerca Dio con sincerità, Egli ci manda sempre una luce per illuminarci e guidarci. Tuttavia, non c’è ricerca di Dio lungo un cammino diritto, perfettamente illuminato, tracciato definitivamente e senza ostacoli.

La fede è piuttosto un rischio. Il credente non è un istallato nel comfort spirituale, egli ha un cammino sempre diverso da percorrere, da scoprire, da inventare; egli deve seguire itinerari imprevedibili ed esplorare territori sconosciuti; ma soprattutto egli deve saper vincere le delusioni. A quest’effetto, l’esempio dei Magi rimane molto suggestivo ed esemplare. Essi partono dall’Oriente e puntano dritti su Gerusalemme, nella grande capitale, alla ricerca del “re dei Giudei”. Pensano di aver raggiunto la meta. Non si fermano davanti allo sconcerto che provoca la loro domanda nell’ambiente del potere e in tutta la città santa. Una volta avuta dagli scribi l’informazione utile, essi proseguono il loro cammino fino a Betlemme.

Gli scribi e i sommi sacerdoti, professionisti della Scrittura e maestri della religione, hanno saputo effettivamente che è a Betlemme, un paesino insignificante, che doveva nascere il Messia, ma non hanno voluto muovervi un passo. Vengono i lontani, e i vicini non si accorgono che è nato il Salvatore. Trovarsi a due passi dell’avvenimento e rimanere al suo posto, è interessarsi soltanto teoricamente dell’evento. I Magi sono piuttosto incaricati di fare da esploratori per il conto di questi sedentari informati, ma non coinvolti. Sanno tutto, ma lasciano gli altri percorrere la strada. Tengono tutte le risposte dottrinali in tasca, ma sono sprovvisti dall’unica soluzione vitale: andarvi anche loro, e non ingiungere semplicemente: “Andate”.

C’è veramente un grande contrasto tra l’indifferenza dei sommi sacerdoti e degli scribi, tra la sospettosa ostilità di Erode e l’ardente o gioiosa domanda dei Magi: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”! Seguendo l’indicazione della stella, che riappare, i Magi arrivano al luogo dove si trovava il bambino. E’ così anche che dovrebbe essere il nostro itinerario di fede. Si tratta di non scoraggiarsi mai e di non permettere che la delusione ci abbatti. Chi persevera, brillerà anche per lui la stella.

L’altro gesto importante che accompagna la ricerca dei Magi è l’adorazione del bambino accompagnata dall’offerta-omaggio dei doni dell’Oriente. Dio ha scelto e formato un popolo che doveva l’accogliere al momento della sua venuta come Salvatore del mondo. La prima sua adorazione è stata, non quella dei sacerdoti e scribi, quei rappresentati qualificati di Israele, ma quella dei pastori, quegli esclusi, a motivo del loro mestiere e della loro non-familiarità con la Legge. La prima adorazione ufficiale e solenne è fatta addirittura dai Magi, da Gentili, gente estranea al popolo eletto “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio”.

La storia dei Magi si conclude con l’uscita di scena. Ancora una volta si lasciano guidare da Dio che li riporta al loro paese. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. Chi incontra veramente il Signore e lo adora in spirito e verità, cambia necessariamente di strada, cioè di modo di camminare o di vivere.
Don joseph Ndoum

PROLOGO DI GIOVANNI
Gv 1,1-18

«E il Verbo si è fatto carne e ha abitato in mezzo a noi»

Al centro della Liturgia della Parola di Natale, c’è il prologo di San Giovanni, molto suggestivo, perché riassume il Vangelo secondo Giovanni, che fa la lettura dell’Incarnazione del Verbo di Dio. E’ importante cercare di analizzare alcune frasi di rilievo di questo bel testo, per avere più rivelazioni sull’infanzia di Gesù.

«In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio»

Il Verbo, è Gesù. In questa frase ci sono tre brevi preposizioni che ci rivelano che Gesù esisteva prima della creazione del mondo, si trovava presso il Padre, dunque distinto dal Padre. Egli stesso era Dio. Qui sono annunziati tre punti essenziali che concernono il bambino che nascerà: la sua eternità, la sua divinità e la sua personalità.

«Egli era, in principio, presso Dio»

Questa frase, non sprovvista di enfasi, riassume tutto quello che precede. Giovanni va oltre la creazione del mondo. In quel momento primordiale, Gesù era già perfettamente costituito. E’ quindi anteriore alla creazione, pre-esiste eternamente.

«Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto»

Si tratta del ruolo di Gesù nella creazione, della sua azione creatrice. Tutto, senza eccezione è stato creato per mezzo di lui. La seconda parte del versetto 3 è la ripetizione della prima, un rinforzamento senza una forma negativa o antitetica (e senza di lui niente è stato fatto) di ciò che precede.

«In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini: la luce brilla nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta»

Questi versetti cambiano di tono per parlarci del rapporto del bambino che nascerà per gli uomini: in rapporto agli uomini, Gesù è la via e la luce, due termini che ritroviamo in tutto il quarto vangelo. Il ruolo della luce è di dissipare le tenebre. In effetti, Gesù ci vivifica illuminandoci, cioè facendoci scoprire le verità della salvezza. Questo vuol dire che Gesù non agisce così solo dall’Incarnazione, ma agisce così da sempre, fin da quando ci sono uomini sulla terra, senza distinzione di razza o d’origine. San Giustino ha molto insistito nei suoi insegnamenti, su questa idea del Verbo rivelatore universale.

Purtroppo, sospira tristemente l’evangelista: «le tenebre non l’hanno accolta». Effettivamente, noi uomini abbiamo spesso gli occhi chiusi alle illuminazioni che riceviamo da Gesù, creatore di tutte le cose, vita della nostra vita e luce della nostra intelligenza. Altrimenti non andremmo a cercare le verità e le protezioni contro Gesù. Preferiamo così talvolta l’oscurità del peccato che ci domina. D’altra parte non solo siamo abbastanza spesso imitati da trascurare la luce, ma pure ci sforziamo di soffocarla malamente, senza tuttavia arrivarvi. Il prologo di Giovanni ci rivolge, in questo senso, una dolorosa osservazione: «E’ venuto tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto». Si tratta prima di tutto dei Giudei, membri del popolo eletto e depositari delle promesse messianiche. Si tratta pure di noi, a cui Gesù ha accordato l’insigne grazia di venire corporalmente ad abitare in mezzo a noi. Invece di accogliere questa visita, noi rifiutiamo di riceverla, resistiamo alle proposte divine. E’ il colmo dell’indurimento del cuore: in effetti opponendoci radicalmente all’irradiamento della verità che emana dal Verbo, facciamo corrispondere al crescendo delle misericordie divine il crescendo delle nostre empietà umane.

Per fortuna, il prologo di Giovanni ci rivolge questa parola confortante: «Ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto, che hanno creduto nel suo nome, ha dato il potere di diventare figli di Dio». Malgrado tutto, il piano della misericordia divina non può essere modificato. Tutti quelli che si conformano, Giudei o pagani, ne ricevono il beneficio, cioè, il potere meraviglioso di divenire figli di Dio.

«E il Verbo si è fatto carne e ha abitato in mezzo a noi»

E’ l’apice del Vangelo del giorno di Natale. Il Verbo ha abitato in mezzo a noi, o, più letteralmente, ha piantato la tenda fra di noi. Questa bella immagine richiama l’intimità dei nomadi riuniti in un solo accampamento. Ecco il mistero del Natale: l’intimità degli uomini riuniti in un unico accampamento assieme a Dio per celebrare la nascita del Messia.
Don Joseph Ndoum