Nella 3° Domenica del Tempo Ordinario ricorre la “Domenica della Parola di Dio”, la giornata istituita da Papa Francesco per ricordare a tutti, clero e fedeli, l’importanza e il valore della Sacra Scrittura per la vita cristiana, come pure il rapporto tra Parola di Dio e liturgia.

Una questione di tempi!

Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino;
convertitevi e credete nel Vangelo!

Marco 1,14-20

Con la terza domenica del tempo ordinario riprendiamo il nostro percorso di fede, rivivendo l'avventura di Gesù come la presenta il vangelo di San Marco, il primo dei vangeli, in cui possiamo respirare la freschezza degli inizi. Che lo Spirito Santo ci conceda “la grazia degli inizi” per riprendere il cammino con l'entusiasmo della prima ora! Siamo coscienti che l'impresa è tutt'altro che facile. L'esperienza dei nostri fallimenti personali, la sensazione di stanchezza a livello ecclesiale e l'ambiente di indifferenza e di ateismo che ci circonda, tutto concorre a demotivarci. In ogni caso, la prospettiva della scelta tra due alternative antagoniste (una terza via non c'è!) ci può spronare: da una parte, il rischio serio di essere risucchiati dal vortice del non-senso della vita; dall'altra, il credere nella perenne novità del vangelo. In fondo si tratta della scelta drammatica che, da sempre, la parola di Dio ci presenta: “Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male.” (Deuteronomio 30,15). Sappiamo bene che per camminare sulla via della vita abbiamo bisogno della grazia, poiché: “Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi.” (Isaia 40,30-31).

1. Una questione di “tempi”!

Vorrei avvicinare la Parola di Dio di oggi dalla prospettiva del “tempo”. La categoria del tempo accomuna le tre letture. Nella prima lettura, si parla di una questione di giorni: Giona è inviato a Nìnive, “una città molto grande, larga tre giornate di cammino”, e il profeta comincia a percorrerla “per un giorno di cammino” predicando una scadenza: “Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta!”. Nella seconda lettura, l'apostolo Paolo dice alla comunità di Corinto che “il tempo si è fatto breve”. Nel vangelo, Gesù proclama che “il tempo è compiuto!”. Troviamo ancora nel vangelo l'avverbio temporale “subito” che è un richiamo forte all'urgenza di questi “tempi”. Ci sono tempi e tempi, tempi di “chronos” e tempi di “kairos”, tempi neutri e tempi “opportuni”. Il nostro problema è non saperli discernere (Luca 12,54-56). “Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo”, dice il Qohèlet (3,1). Credo che, se noi praticassimo il discernimento sui tempi, la nostra vita cambierebbe radicalmente.

2. C'è un tempo per ogni cosa!

Ritengo, prima di tutto, che l'annotazione del vangelo: “Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio”, sia molto significativa. C'è un tempo per iniziare e un tempo per finire. Giovanni conclude il “suo tempo” e Gesù discerne che è arrivato il “suo tempo”: lascia Nazareth e si stabilisce a Cafarnao, presso il lago. Gesù sente che è arrivato il momento del passaggio di consegne e di dare il cambio a Giovanni. Ciò richiede, da entrambi, una grande dose di coraggio: per Gesù è l'ora di uscire allo scoperto e di giocarsi la propria vita; per Giovanni è l'ora della resa! Questo discernimento ci manca spesso, in una società in cui gli adulti si illudono di rimanere eternamente giovani, di poter iniziare una nuova vita a qualsiasi età o si aggrappano ad uno stile di vita che ormai dovrebbero “lasciare andare”. Dall'altra parte, tanti giovani continuano a procrastinare il momento di prendere le grandi decisioni.

3. Il tempo è compiuto, ma... si è fatto breve!

In un semplice versetto Marco presenta, in quattro punti, la sintesi della predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo!”. Due annunci, seguiti da due inviti (imperativi)!

Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: il tempo è maturato e Dio si è reso vicino. Questo è un tempo favorevole, un'occasione da afferrare al volo. “Quel tempo” di Gesù è l’inizio di un tempo che dura ancora oggi, per la proclamazione del vangelo. Questo però non vuole dire che posso aspettare per “domani” perché si tratta di “oggi”: “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!” (2Corinzi 6,2). Ecco perché San Paolo sottolinea che “il tempo si è fatto breve”. Non c'è tempo da sprecare! E l'autore della Lettera agli Ebrei ci dice: “Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura questo oggi!” (3,13). È oggi che Gesù passa e ci invita a seguirlo. Sant'Agostino dirà: “Temi Dio che passa una volta e non fa più ritorno!”.

Convertitevi e credete nel Vangelo! L'appello alla conversione ci spaventa, diciamolo pure! L'abbiamo sentito tante volte e forse, con uno sforzo di buona volontà, abbiamo pure cercato di cambiare, ma con scarso risultato e ci siamo scoraggiati. E si rischia di non prendere più sul serio questo invito. Perché questo nostro fallimento? Forse perché c'è stato poco “vangelo” nella nostra “conversione”. Abbiamo sorvolato la seconda parte dell'invito del Signore: “Credete nel Vangelo”. Il Vangelo è la leva per il “cambio di mentalità” (questo è il senso di “conversione”). E non si cambia dal giorno alla notte. Ci vuole un lavorio paziente e quotidiano di ascolto della Parola di Dio e di apertura all'azione dello Spirito Santo. La prima conversione è alla Parola e alla preghiera!

4. Un tempo di urgenza!

Si tratta di una conversione permanente, ma non per questo ci sottrae all'urgenza di rispondere alla chiamata di Gesù: “Seguimi!”. Uno dei tratti più sorprendenti di Gesù nel vangelo di Marco è il senso di movimento, di fretta e di urgenza. Troviamo l'avverbio “subito” (euthys) innumerevoli volte: undici volte nel primo capitolo. Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni colgono questo senso di urgenza e “subito lasciarono le reti e lo seguirono”, senza sapere ancora come e perché. Anche i niniviti di Giona si rendono conto della gravità del momento e subito si convertono. Questa urgenza del tempo che “si è fatto breve” porta Paolo a dire ai corinzi di relativizzare tutto il resto. E noi, abbiamo questo senso di urgenza nella sequela di Gesù?

Esercizio per la settimana
All'inizio della giornata, ricordati del girasole e gira la corolla del tuo cuore verso il Sole di Cristo. E ogni tua giornata sarà di “conversione”!

P. Manuel João Pereira Correia, MCCJ
Castel d'Azzano (Verona), gennaio 2024

La vocazione degli apostoli
Verso un destino oscuro e glorioso

Gio 3,1-5.10; Salmo 25; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

La proclamazione della buona notizia del Regno di Dio in Galilea e l’appello alla conversione sono i due punti principali della parola di Dio di questa domenica. Poi, un modello di risposta all’appello di Gesù viene offerto dalla duplice chiamata dei suoi primi quattro discepoli. Anche il brano della prima lettura, dal libro di Giona, ci presenta un modello di predicazione efficace e di pronta conversione. Proprio, uno spunto per sviluppare questo tema della conversione è suggerito dal salmo responsoriale, che parla della via giusta da seguire grazie alla guida di Dio, di cui si celebra l’amore fedele, la misericordia e la bontà. Su quest’argomento, fa leva l’invocazione del ritornello: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie”.

Invece il brano della seconda lettura segue un percorso autonomo. L’Apostolo Paolo ci invita a ridimensionare ciò che è soltanto materiale ed effimero, per dare spazio a ciò che dura in eterno; perciò, nessuna situazione, senza valore definitivo, deve diventare un ostacolo nel cammino verso Dio, l’unico Assoluto ed Eterno. Nel brano evangelico, la proclamazione inaugurale di Gesù sta sotto il segno del “vangelo di Dio”, cioè la “buona e gioiosa notizia” di cui si fa garante Dio stesso, un annuncio profetico di salvezza. Marco riassume il contenuto di quest’annuncio in questi termini: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”. In queste quattro proposizioni, due riguardano la proposta del Signore (il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino), mentre le due altre concernano la risposta degli uomini (convertitevi e credete al vangelo).

“Il tempo è compiuto”. Di fatto con la venuta di Gesù si è chiusa nella storia umana l’epoca dell’attesa, e se n’è aperta una nuova, più favorevole per la nostra salvezza: l’epoca della grazia, l’epoca del Dio con noi e l’epoca del Dio come noi. E’ come un segnale di emergenza per non vivere più in modo superficiale, ma far ben attenzione per vivere con maggior responsabilità. In altre parole, si tratta di una condanna dell’uso leggero del tempo, e simultaneamente un invito ad usarlo bene. Il tempo è un dono di Dio, e quindi è tempo di Dio. Mentre abbiamo tempo, facciamo il bene, perché il tempo sfugge e non si arresta mai, e la vita è breve. Ogni occasione per il bene è una fortuna, forse unica ed irrepetibile, al nostro vantaggio. Se udiamo la voce del Signore, come dice il salmo 94, non induriamo i nostri cuori. “Il Regno di Dio è vicino”. E’ un immagine della tradizione biblica che serve a trascrivere l’intervento decisivo di Dio per liberare gli oppressi e per stabilire la giustizia e la pace. Con la sua parola efficace, Gesù rende ora presente ed attiva quest’azione sovrana di Dio. Egli proclama soprattutto la prossimità di Dio all’uomo, un avvicinarsi di Dio per salvare e divinizzare l’uomo.

“Convertitevi”. Gesù ci sollecita a cambiare radicalmente rotta, a rivolgere l’attenzione verso il Regno di Dio che irrompe ora nella storia umana. Quest’appello al cambiamento radicale si fonda sull’adesione incondizionata al vangelo che Gesù proclama, e che è orientato verso il prossimo ad amare. “Credete al vangelo”. Cioè accogliete la buona notizia del regno, fatela vostra, con impegno e con la gioia che essa suscita, e vivetela con devozione. Marco presenta anche la scena della prima chiamata dei quattro primi discepoli. Si tratta di pescatori che stanno facendo il loro mestiere. Lo schema è semplice. Appello- risposta. In questa scena esemplare ci sono due comportamenti molto suggestivo: lo sguardo di Dio e la sua iniziativa divina.

Il “vide” di cui parla il vangelo non è una notazione banale. Qui si tratta di uno sguardo che elegge, che sceglie, e che è proposta di comunione. Sarà così anche per la chiamata di Levi (Mc 2,4); e nell’episodio dell’uomo ricco (Mc2,21) lo sguardo di Gesù si rivela particolarmente come un modo per dire la sua attenzione amorosa. quanto riguarda l’iniziativa divina, di solito sono i discepoli che scelgono il maestro; Cristo invece assume l’iniziativa. La chiamata viene da lui. Infatti la vita cristiana è una risposta al manifestarsi della grazia. Non siamo noi che partiamo alla ricerca di Dio, è Dio che si pone sempre alla ricerca dell’uomo, alla nostra ricerca, nonostante le nostre debolezze ed infermità.

Inoltre, da parte dei primi discepoli, nella loro risposta all’iniziativa divina, possiamo rilevare anche per noi alcuni elementi fondamentali: la fede, il distacco, la sequela e il lasciarsi fare. Il discepolo si caratterizza normalmente per la sua fede che è un affidamento ad una Persona, Gesù Cristo, un’adesione ed un abbandono fiducioso alle sue proposte. E’ un accettare, alla maniera di Abramo, di vivere un avventura di cui non si valutano con precisione le dimensioni. Si tratta di una fiducia assoluta nel Dio vivente e vero. E la risposta di fede si traduce con un distacco, da una rinuncia, da un sacrificio di qualcosa, ma per un guadagno superiore e maggiore. Infatti, il discepolo che ha trovato Cristo non abbandona quasi nulla; la così detta “perdita” viene abbondantemente assorbita dal guadagno. Dopo viene la sequela, che stabilisce una comunione di vita con Cristo. Essa si capisce anche come una imitazione. Si tratta di fare le stesse scelte di Cristo e di assumere i suoi insegnamenti. E l’ultimo tratto che caratterizza il discepolo di Cristo è il “lasciarsi fare” dal Maestro: “Vi farò pescatori di uomini”.

La risposta immediata dei primi discepoli (subito lo seguirono) rimane esemplare per noi. Si tratta di un invito ad una conversione che prende tutto l’essere, e che fa di noi dei segni credibili per i tempi nuovi preparati dal Signore. E’ difficile trovare un discepolo completo, “arrivato”: il discepolo o il cristiano è, semplicemente, uno che lo sta diventando giorno dopo giorno. Si tratta di un cammino e non di una fine.
Don Joseph Ndoum

Un progetto missionario grande come il cuore di Dio

Giona 3,1-5.10; Salmo 24; 1Corinzi 7,29-31; Marco 1,14-20

Riflessioni
Dopo il Battesimo nel Giordano e l’esperienza nel deserto, Gesù inizia la sua vita pubblica con un annuncio essenziale, che Marco - l’evangelista che leggiamo in questo anno liturgico - presenta in quattro punti (v. 15): è maturato ormai il tempo della salvezza e il regno di Dio è alle porte; è tempo di convertirsi e di credere in questo Vangelo, che è sempre buona notizia.

Il Vangelo di Marco, pur nella sua brevità e concisione, ha un suo messaggio globale e completo. «Il catecumeno nel Vangelo di Marco - il cristiano oggi, ognuno di noi - è invitato a comprendere che Dio sta per prendere possesso della sua vita e gli va incontro con una misteriosa iniziativa, che egli è chiamato ad accettare» (Carlo M. Martini). Dall’inizio alla fine, una domanda insistente percorre i 16 capitoli di Marco: “Chi è Gesù?” I numerosi miracoli di guarigioni e quella dottrina nuova insegnata con autorità da un Maestro sorprendente (1,27), culminano nella professione di fede di due testimoni oculari coincidenti: il discepolo Pietro, che afferma: “Tu sei il Cristo” (8,29) e il centurione pagano, che ai piedi della croce dichiara: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio” (15,39). Tali affermazioni – poste a metà e alla fine del Vangelo di Marco - ricevono conferma immediata nell’avvenimento della risurrezione (16,6).

Il nucleo del messaggio di Gesù è che l’iniziativa di Dio per salvare il mondo è già in atto: con l’incarnazione del Figlio, Dio ha messo la sua tenda definitiva in mezzo agli uomini; in Gesù Cristo il Regno ha raggiunto la pienezza; la salvezza di tutti passa necessariamente attraverso la Persona del Dio che ha preso carne umana. L’avvenimento è tale da giustificare pienamente sia le richieste di Gesù: “Convertitevi e credete nel Vangelo” (v. 15), come la decisione radicale nel seguirlo “subito” lasciando da parte affetti e interessi personali (v. 18.20). La conversione comporta un cambio totale di mentalità riguardo al modo di rapportarsi con Dio, con l’uomo e con il creato.

Da parte di Dio non vi saranno altre proposte: il Vangelo è già tutto presente in Gesù, non ve ne sarà un altro. Il Vangelo-Buona Notizia non è un libro di dottrina o di teorie spirituali: “la buona notiziaè una Persona, è Gesù stesso, che invita a seguirlo, stare con Lui, fare esperienza della sua amicizia. I primi quattro discepoli (v. 16-20), e poi gli altri, non seguono una dottrina sia pur meravigliosa, ma una Persona. Lo sentono affidabile, gli aprono il fondo del cuore, gli affidano il loro destino; si ‘innamorano’ di Lui, hanno capito che vale la pena seguirlo. Pur con qualche lentezza e fragilità, Lo seguiranno fino a dare la vita per Lui! Come molti altri lungo i secoli. Anche per noi, credere non è un aderire a formule dottrinali, ma un innamorarsi e un fidarsi e un affidarsi a Gesù.

Gesù cambia radicalmente la vita dei suoi primi discepoli, ma lo fa gradualmente, in un cammino lento, con momenti faticosi, fra entusiasmi e crisi, discussioni e abbandoni.  Il Maestro chiama i discepoli, li forma, li trasforma, li invia. La sequela conduce sempre alla missione: Gesù li fa pescatori di uomini (v. 17), portatori di un nuovo progetto di vita, la Buona Notizia per eccellenza. I discepoli, «subito, lasciate le reti, lo seguirono» (v. 18). La famiglia umana ha estremo bisogno del Vangelo e di messaggeri che lo annuncino, per poter vivere in pienezza, come spiega San Paolo (II lettura), pur in mezzo a situazioni di precarietà, senza soccombere alle seduzioni degli idoli di turno, dato che “passa la figura di questo mondo!” (v. 31).

Dio ama tutte le persone e ci vuole tutti felici: ne è prova l’avvenimento che ha nome Cristo! Portare questo messaggio fino ai confini del mondo è compito di tutti i suoi seguaci, chiamati ad essere discepoli e missionari dal cuore grande, a imitazione del cuore di Dio. Non persone grette, testarde e gelose come Giona (I lettura), profeta che, in un primo momento, fugge (Gio 1) per non adempiere il mandato missionario di Dio che lo manda a Ninive presso i popoli pagani. In seguito, Giona compie l’annuncio solo parzialmente, “per un giorno di cammino” (v. 3,4), sedendosi alla fine a protestare contro Dio troppo “buono e misericordioso” verso la gente di Ninive, sempre pronto al perdono, soprattutto dei lontani (Gio 4). Questa universalità è un valore fondamentale a tutti i livelli: per i contenuti del messaggio (il Vangelo), per i destinatari dell’annuncio (tutti i popoli, tutti i credenti in Cristo), per i missionari e le missionarie, che il Signore chiama, anche oggi, ad essere portatori del Suo messaggio di salvezza.

Le letture dell’odierna Domenica della Parola di Dio (*) ci mostrano la radicalità e il cammino di trasformazione che questa Parola opera nei protagonisti delle letture. Inoltre, la festa della Conversione di San Paolo (25/1), la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani (18-25/1), offrono spunti fecondi di riflessione missionaria: la Parola di Dio domanda a ogni persona un cambio di mentalità (conversione), apertura al Vangelo di Gesù, disponibilità a rilanciare sempre e a tutti questo messaggio di vita.

Parola del Papa

(*)Oggi celebriamo la Domenica della Parola di Dio, istituita per celebrare e accogliere sempre meglio il dono che Dio ha fatto e quotidianamente fa della sua Parola al suo Popolo. Ringrazio le diocesi, ringrazio le comunità che hanno proposto iniziative per richiamare la centralità della Sacra Scrittura nella vita della Chiesa”.
Papa Francesco
Angelus domenica 26 gennaio 2020

P. Romeo Ballan, MCCJ

NOTA SULLA DOMENICA DELLA PAROLA DI DIO

La Domenica della Parola di Dio, voluta da Papa Francesco ogni anno alla III Domenica del Tempo Ordinario,[1] rammenta a tutti, Pastori e fedeli, l’importanza e il valore della Sacra Scrittura per la vita cristiana, come pure il rapporto tra Parola di Dio e liturgia: «Come cristiani siamo un solo popolo che cammina nella storia, forte della presenza del Signore in mezzo a noi che ci parla e ci nutre. Il giorno dedicato alla Bibbia vuole essere non “una volta all’anno”, ma una volta per tutto l’anno, perché abbiamo urgente necessità di diventare familiari e intimi della Sacra Scrittura e del Risorto, che non cessa di spezzare la Parola e il Pane nella comunità dei credenti. Per questo abbiamo bisogno di entrare in confidenza costante con la Sacra Scrittura, altrimenti il cuore resta freddo e gli occhi rimangono chiusi, colpiti come siamo da innumerevoli forme di cecità».[2]

Questa Domenica costituisce pertanto una buona occasione per rileggere alcuni documenti ecclesiali[3] e soprattutto i Praenotanda dell’Ordo Lectionum Missae, che presentano una sintesi dei principi teologici, celebrativi e pastorali circa la Parola di Dio proclamata nella Messa, ma validi anche in ogni celebrazione liturgica (Sacramenti, Sacramentali, Liturgia delle Ore).

1. Per mezzo delle letture bibliche proclamate nella liturgia, Dio parla al suo popolo e Cristo stesso annunzia il suo Vangelo;[4] Cristo è il centro e la pienezza di tutta la Scrittura, l’Antico e il Nuovo Testamento. [5] L’ascolto del Vangelo, punto culminante della Liturgia della Parola,[6] è caratterizzato da una particolare venerazione,[7] espressa non solo dai gesti e dalle acclamazioni, ma dallo stesso libro dei Vangeli.[8] Una delle modalità rituali adatte a questa Domenica potrebbe essere la processione introitale con l’Evangeliario[9] oppure, in assenza di essa, la sua collocazione sull’altare.[10]

2. L’ordinamento delle letture bibliche disposto dalla Chiesa nel Lezionario apre alla conoscenza di tutta la Parola di Dio.[11] Perciò è necessario rispettare le letture indicate, senza sostituirle o sopprimerle, e utilizzando versioni della Bibbia approvate per l’uso liturgico.[12] La proclamazione dei testi del Lezionario costituisce un vincolo di unità tra tutti i fedeli che li ascoltano. La comprensione della struttura e dello scopo della Liturgia della Parola aiuta l’assemblea dei fedeli ad accogliere da Dio la parola che salva.[13]

3. È raccomandato il canto del Salmo responsoriale, risposta della Chiesa orante;[14] perciò è da incrementare il servizio del salmista in ogni comunità.[15]

4. Nell’omelia si espongono, lungo il corso dell’anno liturgico e partendo dalle letture bibliche, i misteri della fede e le norme della vita cristiana.[16] «I Pastori in primo luogo hanno la grande responsabilità di spiegare e permettere a tutti di comprendere la Sacra Scrittura. Poiché essa è il libro del popolo, quanti hanno la vocazione ad essere ministri della Parola di Dio devono sentire forte l’esigenza di renderla accessibile alla propria comunità».[17] I Vescovi, i presbiteri e i diaconi debbono sentire l’impegno a svolgere questo ministero con speciale dedizione, facendo tesoro dei mezzi proposti dalla Chiesa.[18]

5. Particolare importanza riveste il silenzio che, favorendo la meditazione, permette che la Parola di Dio sia accolta interiormente da chi l’ascolta.[19]

6. La Chiesa ha sempre manifestato particolare attenzione a coloro che proclamano la Parola di Dio nell’assemblea: sacerdoti, diaconi e lettori. Questo ministero richiede una specifica preparazione interiore ed esteriore, la familiarità con il testo da proclamare e la necessaria pratica nel modo di proclamarlo, evitando ogni improvvisazione.[20] C’è la possibilità di premettere alle letture delle brevi e opportune monizioni.[21]

7. Per il valore che ha la Parola di Dio, la Chiesa invita a curare l’ambone dal quale viene proclamata;[22] non è un arredo funzionale, bensì il luogo consono alla dignità della Parola di Dio, in corrispondenza con l’altare: parliamo infatti della mensa della Parola di Dio e del Corpo di Cristo, in riferimento sia all’ambone sia soprattutto all’altare.[23] L’ambone è riservato alle letture, al canto del Salmo responsoriale e del preconio pasquale; da esso si possono proferire l’omelia e le intenzioni della preghiera universale, mentre è meno opportuno che vi si acceda per commenti, avvisi, direzione del canto.[24]

8. I libri che contengono i brani della Sacra Scrittura suscitano in coloro che li ascoltano la venerazione per il mistero di Dio che parla al suo popolo.[25] Per questo si chiede di curare il loro pregio materiale e il loro buon uso. È inadeguato ricorrere a foglietti, fotocopie, sussidi in sostituzione dei libri liturgici.[26]

9. In prossimità o nei giorni successivi alla Domenica della Parola di Dio è conveniente promuovere incontri formativi per evidenziare il valore della sacra Scrittura nelle celebrazioni liturgiche; può essere l’occasione per  conoscere meglio come la Chiesa in preghiera legge le sacre Scritture, con lettura continua, semicontinua e tipologica; quali sono i criteri di distribuzione liturgica dei vari libri biblici nel corso dell’anno e nei suoi tempi, la struttura dei cicli domenicali e feriali delle letture della Messa.[27]

10. La Domenica della Parola di Dio è anche un’occasione propizia per approfondire il nesso tra la Sacra Scrittura e la Liturgia delle Ore, la preghiera dei Salmi e Cantici dell’Ufficio, le letture bibliche, promovendo la celebrazione comunitaria di Lodi e Vespri.[28]

Tra i numerosi Santi e Sante, tutti testimoni del Vangelo di Gesù Cristo, può essere proposto come esempio san Girolamo per il grande amore che egli ha nutrito per la Parola di Dio. Come ha ricordato recentemente Papa Francesco, egli fu un «infaticabile studioso, traduttore, esegeta, profondo conoscitore e appassionato divulgatore della Sacra Scrittura. […] Mettendosi in ascolto, Girolamo trova se stesso, il volto di Dio e quello dei fratelli, e affina la sua predilezione per la vita comunitaria».[29]

Questa Nota intende contribuire a risvegliare, alla luce della Domenica della Parola di Dio, la consapevolezza dell’importanza della Sacra Scrittura per la nostra vita di credenti, a partire dal suo risuonare nella liturgia che ci pone in dialogo vivo e permanente con Dio. «La Parola di Dio ascoltata e celebrata, soprattutto nell’Eucaristia, alimenta e rafforza interiormente i cristiani e li rende capaci di un’autentica testimonianza evangelica nella vita quotidiana».[30]
Dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il 17 dicembre 2020.

Un annuncio
sempre nuovo e sorprendente

Marco 1, 14-20

Gesù, inizia la sua missione con l’annuncio del Regno: «Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1, 15). È conclusa la missione di Giovanni Battista, cioè il tempo dell’attesa e della preparazione ed è stato portato a compimento con Gesù Cristo. Ora è il tempo di “convertitevi” alla Buona Notizia. L’unica, perenne, buona notizia è quella dell’Amore. Ecco, perché, il primo annuncio è sempre nuovo e sorprendete; ogni istante della nostra vita è davvero il momento favorevole per convertirsi all’amore. Andare verso l’altro, uscire da sé stessi, uscire dal proprio egoismo per farsi dono, e dedicare la propria vita, agli altri.

Ognuno di noi può essere buona notizia, può essere vangelo per qualcun altro. Il Vangelo non è una notizia che si trasmette attraverso le parole, ma è una notizia buona che passa attraverso l’uomo, attraverso le relazioni quotidiane. Ringraziamo il Signore per tutte le persone che sono state per noi buona notizia, testimoni di vangelo, preziosi compagni di strada per un tratto di cammino. Ognuno custodisce nel cuore, nomi e volti di questi inviati del Signore. Nel Vangelo di Marco, subito dopo l’invito alla conversione, Gesù passa lungo il mare di Galilea e vede dei pescatori, Simone e Andrea e poi altri due, Giacomo e Giovanni.

Mi ha sempre colpito che i primi chiamati sono coppie di fratelli; il Signore cerca e chiama, dove le relazioni umane sono vere e vitali. Gesù non cerca leader solitari, oppure persone che vivono rapporti di convenienza, meschini gregari che si attaccano al carro vincente in quel momento, pronti a saltare su un altro carro appena cambia il vento. Si avvicina e dice loro una sola parola: «Seguitemi» (Mc 1, 16-20). Questo ci aiuta a riflettere sulla nostra vocazione. Facciamoci una domanda sempre importante. La nostra scelta di fede è una cosa che abbiamo fatto da soli, di nostra iniziativa o è la risposta a una chiamata?

Il vangelo ci aiuta a capire circa l’origine della nostra fede. Quando c’è una chiamata, ci deve essere sempre un distacco da qualche cosa. Nel caso di Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, Gesù li chiamò e loro lasciarono le reti, la barca, persino il padre, lasciarono i garzoni e lo seguirono. Anche noi dobbiamo sapere che cosa abbiamo lasciato nel momento in cui siamo diventati credenti, cosa è cambiato nella nostra vita; abitudini, relazioni, idee, progetti, perché se non abbiamo lasciato nulla, se non viviamo nessun cambiamento dalla condizione di prima, allora la nostra vocazione sarebbe ambigua. Un certo distacco da ciò che si lascia ci aiuta a gustare meglio il dono che si è ricevuto. A noi spetta di mettersi dietro di Lui, senza sapere in un certo senso dove andare; solo Lui lo sa, perché è Lui che ci ha chiamati. Camminiamo come i discepoli verso la Pasqua, verso Gerusalemme, la città che uccide i profeti, pronti cioè a pagare un prezzo personale senza facili illusioni. Collaboriamo per essere costruttori di pace e fraternità sulla pietra angolare Gesù Cristo. Facciamo del crocifisso il fondamento della nostra vita, non un distintivo da mettersi sul petto e neanche un aggressivo strumento da scagliare contro il mondo che avrebbe smarrito Dio, perché invece il regno di Dio è in mezzo a noi.
[Francesco Pesce – L’Osservatore Romano]