COMBONI THAT DAY

La missione nei tempi della globalizzazione

Venerdì 17 febbraio 2017
Quattro aree di impegno per la missione emergono in modo speciale nel secondo decennio della globalizzazione: accompagnare il miliardo di persone più povere, esprimersi con una voce collettiva, coinvolgere la nuova secolarizzazione e cercare alternative alla globalizzazione. L’autore di questo articolo, Robert Schreiter, è membro della Congregazione del Preziosissimo Sangue di Gesù e insegna teologia alla Catholic Theological Union di Chicago. L'articolo è tratto da una conferenza che l'autore ha tenuto a un seminario organizzato da Sedos (Servizio di documentazione e studi) a Roma. Nella foto: P. Avelino Gonçalves Maravilha, missionario comboniano portoghese, a Fátima.

 

Religiose con bambini
di Bosnia, Serbia e Croacia,
a Glamoc.

 

Aiutare i poveri

L'economista di Oxford Paul Collier è stato un protagonista del dibattito globale sulla riduzione dell'estrema povertà sofferta da un quinto dell'umanità. Nel 2007 ha pubblicato "Il miliardo in fondo: perché i Paesi più poveri stanno fallendo e che si può fare al riguardo?". Pur riconoscendo il progresso considerevole che il mercato globale ha aiutato a creare, vede il 20% del mondo escluso dai benefici potenziali della globalizzazione a causa di importanti fattori strutturali. Questo miliardo di persone è concentrato in 58 Paesi, molti dei quali in Africa e Asia Centrale. I problemi strutturali che stanno bloccando la riduzione della povertà in quei Paesi intrappolandoli sono le guerre prolungate, il trovarsi in un territorio senza sbocchi al mare circondati da vicini ostili, la dipendenza da un'unica risorsa (estrattiva o agricola) e la cattiva gestione governativa. Analizzo due di queste trappole per il loro effetto sulla missione.

La prima trappola è la guerra prolungata, solitamente interna a un Paese, ma spesso alimentata anche dai vicini. L'80% delle guerre oggi si combattono nei 20 Paesi più poveri del mondo. Esiste un 50% di probabilità che in quei Paesi ne scoppi un'altra entro cinque anni. Molti Paesi sono in guerra da mezzo secolo. L'impatto su popolazione, infrastrutture e risorse è enorme.

L'opzione preferenziale per i poveri fa parte dell'Insegnamento sociale cattolico e predicare la Buona Novella ai poveri (Lc 4,18-19) è da tempo parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. Nella nostra epoca, la coscienza dell'impatto delle guerre ha portato a una nuova enfasi sulla ricerca della pace e sulla riconciliazione. La conferenza del 2005 del Comitato sulla missione mondiale ed evangelizzazione del Consiglio ecumenico delle Chiese (un Comitato cui la Chiesa cattolica romana partecipa a pieno titolo) ha scelto la guarigione e la riconciliazione come tema centrale della sua riflessione sulla missione attuale. Nella nostra prassi missionaria vi sono capacità da acquisire, ma anche una teologia e una spiritualità da approfondire. Siamo chiamati a un ministero di riconciliazione (cfr. 2Cor 5,17-20) e aiutare le società nella guarigione e ricostruzione rappresenta un passo importante per ridurre oggi la povertà. Inoltre, tale guarigione e riconciliazione può essere una delle esperienze più profonde di Dio.

La crisi alimentare

Un'altra area di cui la nostra attività missionaria dovrebbe occuparsi è l'eccessiva dipendenza da un'unica fonte di reddito. Qui vorrei approfondire la crescente crisi alimentare. Da marzo 2007 ad aprile 2008, il prezzo mondiale del grano (l'alimento di base al secondo posto per consumo) è aumentato del 130%. Nei primi tre mesi del 2008 quello del riso (l'alimento più consumato al mondo) è raddoppiato. In aprile ci sono state sommosse per il cibo in 13 Paesi. Molti economisti ritengono che questa crisi durerà almeno 20 anni.

Quattro fattori vi stanno contribuendo: il maltempo (specie la siccità), l'incremento del prezzo del petrolio (necessario per il trasporto), la produzione di carburanti ecologici, il maggiore consumo di carne e latticini in Asia. Ci vorranno circa dieci anni per ottenere un aumento drastico della produzione. Molti ritengono che servirebbe una produzione agricola su maggiore scala dato che questo è l'utilizzo più produttivo della terra coltivabile. Però i fertilizzanti chimici, i semi modificati geneticamente e i macchinari necessari pongono seri interrogativi circa la sostenibilità ambientale a lunga scadenza. Un ritorno alla piccola agricoltura potrebbe alleviare la mancanza di cibo a livello locale, ma con più di metà della popolazione mondiale che attualmente vive in grandi città, non rappresenta una soluzione globale. Le proiezioni più attendibili suggeriscono che la popolazione mondiale arriverà a 9 miliardi di persone. Dar da mangiare agli affamati è un mandato evangelico: come possiamo adempierlo nel XXI secolo?

Di fronte alla nuova secolarizzazione non stare a guardare

In questo secondo decennio della globalizzazione, è cambiata anche la visione della secolarizzazione. Finora l'idea era che la modernizzazione della società europea, iniziato da mezzo millennio, aveva gradualmente bandito la religione dall'ambito pubblico, facendola diventare un fenomeno privato, e in questo processo di marginalizzazione e privatizzazione, la pratica e la credenza religiosa declinano fino a scomparire, lasciando spazio a una visione del mondo determinata soprattutto dalla scienza. Tale secolarizzazione si sarebbe diffusa in tutto il pianeta e la ragione o altre forme di pensiero non-razionale avrebbero preso il posto della fede.

Negli anni ‘90 abbiamo però visto la religione risorgere in molte parti del mondo invece di subire un declino. Alcuni oppositori lo collegano all'aumento di violenza verificatosi quasi contemporaneamente, ma un filone di pensiero più recente suggerisce che tale relazione c'è, ma non sia la causa principale di tale rinascita, essendo spesso invocata per legittimare la violenza come copertura ideologica di altri motivi. Il riemergere della religione coincide col crollo delle utopie secolari, specie il comunismo in Europa e nell'ex Unione Sovietica. Si sta cercando un significato che trascenda le persone come individui. Inoltre, la modernizzazione non ha significato secolarizzazione (nel senso di scomparsa di religione) in certe parti del mondo: gli Stati Uniti si distinguono dall'Europa; in alcune zone dell'Asia, modernizzazione e introduzione del capitalismo globale sono avvenute con governi autoritari (Corea, Cina e Vietnam) oppure con livelli di religione immutati (India). Attualmente, la gente è più propensa a parlare di modernità al plurale che di un fenomeno unico od uniforme.

Diritti umani e fede

Il filosofo Juergen Habermas, un non-credente dichiarato, ha sbalordito il mondo nel discorso pronunciato nel 2001 mentre gli veniva conferito il Premio per la Pace a Francoforte, dichiarando che la religione mantiene il suo valore intrinseco anche in una società fortemente secolarizzata. L'odierna società europea non può essere compresa senza riconoscere il ruolo della fede nella sua genealogia. Viviamo in quella che lui chiama una "società post-secolare" per dire che uno scientismo estremo non può diventare l'unico arbitro della realtà. La religione ha il suo posto legittimo nel discorso sociale, anche se forse porta il "peso asimmetrico" di doversi costantemente affermare di fronte alla ragione secolare.

Anche il filosofo cattolico canadese Charles Taylor sostiene che la società ha continuato ad essere una realtà "mista", in cui la religione comprende elementi sia razionali sia non-razionali, il che vale pure per la secolarizzazione. Per esempio, la teoria dei diritti umani presuppone la dignità e uguaglianza essenziali di ogni essere umano senza poter motivare, ma semplicemente affermare questa posizione. Infatti, il discorso occidentale sui diritti umani, ritenuto ora totalmente secolare, era all'origine religioso. I diritti umani si sono fondati teologicamente sull'affermazione che tutti gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio (Gen 1, 26-27). Anche questa è un affermazione di fede, ma non più di quanto lo sia quella secolare. Di conseguenza, Taylor dichiara che religione e secolarizzazione esistono una a fianco all'altra e ognuna cerca di affrontare i quesiti posti dalla modernità.

Ciò rimodella la nostra visione della nuova evangelizzazione, specie per quanto riguarda l'Europa. La visione neoagostiniana della Chiesa universale suggerirebbe che una "ricristianizzazione" dell'Europa accetta la vecchia narrazione della secolarizzazione e propone alla Chiesa di diventare un "piccolo gregge" di eletti che proietta un raggio di verità in un mondo di relativismo. L'altra teoria della Chiesa suggerisce un coinvolgimento con la secolarizzazione all'interno di questo quadro ridisegnato della società secolare e traccia una nuova evangelizzazione che "ricerca l'intero" in una società frammentata e riconosce il buono ed il non molto buono, sia nella religione sia nella secolarità. Invece di perseguire la purezza della credenza e della pratica, un tale approccio significherebbe cercare d'incontrare la secolarizzazione dove si trova ed aiutarla a trovare in sé le sue radici razionali e non-razionali. Pertanto, si possono tracciare due strategie più ampie per una nuova evangelizzazione di società secolarizzate in base alle nozioni di cosa debba essere la Chiesa in un mondo globalizzato.

Cercare alternative alla globalizzazione

La globalizzazione è molto ambivalente dal punto di vista della missione cristiana: è lo strumento migliore trovato finora per diminuire la povertà, ma non la riduce in modo uniforme, anzi aumenta la distanza tra "chi ha" e "chi non ha" sul piano economico.

Tanti sono preoccupati per la globalizzazione e ne temono i tratti disumanizzanti, che ritengono meritevoli solo gli esseri umani che producono o consumano beni commerciabili. Vedono una macina nella quale l'innovazione inesorabile sostituisce gli sforzi per costruire una società giusta e assicurare il bene comune. Negli ultimi dieci anni, il Forum sociale mondiale è divenuto luogo d'incontro annuale nel quale i sogni vengono espressi mediante lo slogan "Un altro mondo è possibile". È possibile un altro mondo o solo creare piccole isole di differenza che speriamo non verranno spazzate via dalla globalizzazione? Il pensiero utopico, attualmente oscurato da un'eclisse, è una forma secolarizzata di speranza escatologica. Il problema è che esso, separato dalle sue origini religiose, può diventare molto disumanizzante, se si basa solo su principi e regole astratti e non su un Dio pieno di grazia, misericordioso e clemente che solo comprende il futuro. I disastri delle utopie del XX secolo - il fascismo e le varie forme di comunismo ateo - lo testimoniano ampiamente.

Quindi, esistono alternative? E cercarle dovrebbe esse parte della missione evangelizzatrice della Chiesa? La mia risposta è "sì" in entrambi i casi. La globalizzazione può essere modificata da una volontà collettiva. I suoi aspetti contrari ai valori del Vangelo devono essere cambiati.

Il sociologo inglese Leslie Sklair ha approfondito la questione. Anzitutto, né il capitalismo né l'alternativa socialista rappresentano sistemi chiusi: i Paesi socialisti come la Cina e il Vietnam hanno vasti settori di pratica capitalista. Le democrazie sociali dell'Europa occidentale hanno messo in pratica idee "socialiste" a proposito dei sistemi di welfare per la cura dei loro cittadini. L'Insegnamento sociale cattolico trova forze e debolezze nei sistemi capitalisti e socialisti. In secondo luogo, il capitalismo globale è vulnerabile soprattutto per la polarizzazione di classe e l'insostenibilità ecologica. Le ipotesi di cambiamento dovrebbero riguardare questi due aspetti. Sklair suggerisce infine un mutamento della "cultura-ideologia" della globalizzazione, da una cultura-ideologia del consumo a una dei diritti umani, comprendente quelli di "prima", "seconda" e "terza generazione", cioè sia i diritti politici, sia quelli sociali, sia il diritto allo sviluppo.

Un quarto punto che vorrei aggiungere a questa lista riguarda la scala di alternative alla globalizzazione. Alcune realizzazioni si possono ottenere in circostanze specifiche che non richiedono un cambiamento globale. Il successo di imprese di microcredito in molte parti del mondo nel migliorare le condizioni economiche dei poveri ne è un esempio. Questa non rappresenta un'alternativa alla politica monetaria internazionale, bensì una nicchia dove si può fare tanto bene sul piano locale. Globale e locale hanno un ruolo nella costruzione del bene comune per l'umanità.

Che queste riflessioni possano aiutare gli istituti missionari a trovare nuovi modi per essere il più fedeli possibile alla nostra vocazione. In ultima analisi non si tratta della nostra missione bensì della missione di Dio, alla quale siamo chiamati a partecipare e che, speriamo, cambierà noi e il mondo.
Robert Schreiter


Missionari comboniani e laici missionari comboniani, in El Salvador.