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II Domenica di Pasqua – Anno A

Dalla Pasqua il coraggio di camminare con Gesù vicino
Don Joseph Ndoum

 

Dalla Pasqua il coraggio di camminare con Gesù vicino

Domenica della Divina Misericordia

Atti  2,42-47; Salmo  117; 1Pietro  1,3-9; Giovanni  20,19-31

Nel calendario liturgico questa domenica si chiama Seconda di Pasqua, e le altre che verranno saranno la terza, la quarta,… fino alla settima. Sette domeniche che anche nel nome fanno tutt’uno con la Pasqua. Si tratta di un modo per la Chiesa di celebrare e contemplare il grande avvenimento che sta alla base della sua fede: la Risurrezione del Signore nostro Gesù Cristo. La Chiesa intende così meditare profondamente sulle conseguenze che esso ha per il mondo, ed appropriarsene le virtù.

Anche la liturgia della parola per il tempo pasquale ha una sua struttura; essa è unitaria nel senso che i quattro testi delle letture sono assai consonanti pur nelle loro diverse prospettive.

Il brano evangelico, da Giovanni, che racconta il duplice incontro del Risorto con i suoi discepoli dà l’intonazione a questa domenica. Possiamo fissare l’attenzione su tre aspetti riguardanti quest’incontro: anzitutto il dono della pace, che non è soltanto serenità di spirito, ma la grazia divina, la gioia e la speranza. I discepoli di Gesù avevano bisogno di questa vera pace interiore ed esteriore, perché alcuni l’avevano rinnegato, altri erano fuggiti, tristi e dubbiosi nella fede. Ora gioiscono molto nel vederlo risorto.

Poi l’effusione dello Spirito, che “è Signore e dà la vita”, per cui possono essere rimessi i peccati. Gesù lo aveva promesso prima come Consolatore e Spirito che introduce i discepoli alla pienezza della verità. Il soffio di Gesù che trasmette lo Spirito ai discepoli evoca il gesto iniziale di Dio creatore. Quindi nell’esperienza dell’incontro con Gesù risorto trova le sue radici la nuova creazione inaugurata dal dono dello Spirito

Infine la professione di fede di Tommaso, il quale guarito dall’incredulità riconosce Gesù come Signore e Dio. Nella scena di Tommaso è interpellata la comunità di tutti i discepoli chiamati a percorrere fino in fondo l’itinerario della fede pasquale. Tommaso accoglie l’invito di Gesù a superare la soglia dell’incredulità di chi pretende di vedere e controllare per credere, e fa una professione di fede che rappresenta l’apice o il punto focale di tutto il quarto vangelo: “Mio Signore e mio Dio”. Egli riconosce l’identità nascosta di Gesù che coincide con quella di Dio. E scocca, a questo punto, l’unica beatitudine registrata nel quarto vangelo: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno”. E’ la beatitudine di tutti i credenti che non possono seguire il percorso della fede dei “dodici” e Tommaso, che hanno visto e creduto. Essi sono “beati”, cioè candidati alla salvezza e alla vita eterna, perché senza aver visto Gesù direttamente (esperienza storica riservata ai primi testimoni), credono tuttavia che Egli è presente nella Chiesa e lo scorgono lì anche se velato.

La prima lettura dagli Atti degli apostoli presenta il quadro ideale della prima comunità cristiana nata dalla forza dello Spirito, dono del Signore risorto. Ecco che cosa distingue questa primitiva comunità ideale: l’ascolto della parola degli apostoli, la carità vicendevole, l’eucaristia e le preghiere comuni. Questa comunità rimane il modello per noi cristiani di oggi.

La risposta corale, attraverso il salmo responsoriale, della comunità cristiana che oggi contempla e celebra le opere meravigliose compiute a Pasqua dall’amore di Dio, è suggerita da alcune strofe del salmo 117, che rientra nel gruppo dei salmi dell’Hallel che accompagnavano la celebrazione della cena pasquale ebraica.

Nella seconda lettura, San Pietro, capo della Chiesa, ringrazia Dio per l’opera di salvezza da lui realizzata in Cristo morto e risorto, e invita i cristiani sottoposti a varie prove a restare fedeli nella prospettiva della “speranza viva” conservata per essi da Dio nei cieli. E’ la risurrezione di Cristo che ha infuso nel nostro cuore questa speranza viva, capace di farci raggiungere l’eredità dei cieli, la comunione gloriosa col Signore. Cioè anche se la nostra vita continua a riservarci contraddizioni e sofferenze, tuttavia quel Gesù che amiamo ci ha portatati una grandissima gioia: la certezza che in lui saremo salvati.

Le celebrazioni pasquali, con la parola di Dio vi annunciata e ben selezionata, dovrebbero aiutarci a fare un passo avanti nell’amore verso il Signore misericordioso, nella solidarietà e carità con gli altri.

La domenica particolarmente, giorno della Risurrezione, giorno del Signore e signore dei giorni, dovrebbe alimentare la nostra fede in Gesù e favorire il nostro incontro con lui. In quel giorno, giorno della Chiesa o dell’assemblea, i primi cristiani presero la consuetudine di riunirsi. Di fatto la domenica ha un importanza fondamentale per la fede. Purtroppo siamo portati ai rapporti spesso occasionali col Risorto, a ridurre la domenica a un tempo di esclusivo riposo o divertimento. Non per nulla un autore aveva detto: “un popolo ateo è un popolo senza domenica”. La nostra responsabilità e dignità di Cristiani, come pure le celebrazioni pasquali ci sollecitano a ricomprendere la domenica, a ricuperarla e a viverla, in un mondo sempre più secolarizzato e scristianizzato. Ogni domenica è Pasqua, e Cristo risorto si lascia incontrare vivo nella celebrazione domenicale.
Don Joseph Ndoum