COMBONI THAT DAY

XV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

La parola di Dio feconda il terreno della storia
Don Joseph Ndoum

 

La parola di Dio feconda il terreno della storia

Isaia  55,10-11; Salmo  64; Romani  8,18-23; Matteo  13,1-23

Con questa domenica inizia il “discorso in parabole” di Gesù nel vangelo di Matteo. La prima sezione affronta un tema fondamentale per le comunità cristiane di tutti i tempi: le condizioni richieste per un fruttuoso ascolto della parola di Dio. Ciò che Gesù mette in fuoco, prima di tutto, è la figura e i gesti del seminatore. Egli sembra spiegare il significato autentico della propria missione. Quasi a dire: non sono stato inviato a sistemare le cose, ma ad iniziare qualcosa, di darne l’avvio; oppure la mia missione è sotto il segno della seminagione, non della mietitura. La spiegazione successiva insiste sui vari tipi di terreni, e quindi sulla risposta dell’uomo, sulla sua responsabilità di fronte alla parola di Dio, che disseminata nel mondo annuncia il regno dei cieli.

 Nella prima lettura il profeta Isaia paragona questa parola di Dio alla pioggia e alla neve, che scendono dal cielo, e prima di ritornarvi fecondano la terra. Così la parola del Signore a lui non ritorna prima di aver compiuto la sua speciale missione nei cuori degli uomini. La sua efficacia è certa, cioè per quanti ostacoli gli uomini credano di porre di fronte alla parola e al piano di Dio, essa riesce sempre. Essa, in realtà, ha in sé la virtù di operare. Dio riesce a dispetto di tutte le apparenze e di tutte le interferenze o opposizioni che l’uomo possa frapporre.

L’immagine dell’acqua che feconda la terra si prolunga nelle strofe del salmo responsoriale e rappresenta l’azione creatrice di Dio che rinnova annualmente la vita sulla terra. E’ un segno della fedeltà di Dio verso la natura. Infatti, il collegamento tra storia e natura è molto compatto nella tradizione biblica. Per Israele, la creazione è la sede dell’uomo e il peccato è un attentato all’armonia del mondo, mentre conversione e perdono ridonano integrità all’universo. Si comprende allora che Dio si offre come conservatore provvidente dell’armonia cosmica. Perciò San Paolo, nella seconda lettura, ricorda che tutto il creato attende con ansia il realizzarsi del piano di salvezza, preparato da Dio per tutti gli uomini, e rivelato in Cristo Gesù.

Soffermiamoci adesso sul punto focale della parabola del seminatore. Un punto che ci proietta non verso il futuro, ma nel presente. Il regno di Dio è qui ed ora in azione, anche se nascosto e, perfino, malgrado l’insuccesso. I semi vanno a finire in diversi terreni. Sono descritte tre situazioni negative (una parte del seme cadde sulla strada, un’altra in un luogo sassoso, ed un’altra parte sulle spine); ed una sola positiva, che cadde sulla terra buona. Questa ultima viene posta in risalto con una triplice elencazione della resa del seme, cha dà “dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta”.

La vicenda del seme è l’immagine della parola di Dio e della sua vicissitudine. Tale parola, come diceva Isaia, riesce certamente, ma di fronte ad essa l’accoglienza può essere assai diversa. La radice dell’incomprensione è il cuore indurito dell’uomo. E’ veramente nel cuore, come centro della persona, che si radica la relazione con Dio. Quando il cuore è indurito resta precluso l’appello di Gesù alla conversione. Siamo di fronte alla libertà dell’uomo. Ecco dunque noi cristiani di fronte alla parola di Dio. C’è primo l’ascolto, e secondo la traduzione in pratica. Ma non dobbiamo dimenticare mai che il seme che è la parola efficace di Dio ha anche il potere di trasformare il terreno, di sfaldare le rocce e di distruggere le spine.
Don Joseph Ndoum