COMBONI THAT DAY

XXIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Il Perdono cristiano
Don Joseph Ndoum


L’amore che prevale sulla ragione

Sir 27,30 - 28,9; Salmo 102/103; Rm 14,7-9; Matteo 18,21-35

Domenica scorsa abbiamo ascoltato i consigli di Gesù sulla “correzione fraterna”, un dovere di tutti i cristiani. Nel brano di questa domenica Egli ci invita ad un altro importantissimo comportamento tra cristiani: “il perdono fraterno”.

Il brano di Siracide, nella prima lettura, prepara alla comprensione di questo insegnamento sul perdono reciproco. Gesù ben sa da buon maestro di sapienza, ammonisce: “Il rancore e l’ira sono un abominio, il peccatore li possiede. Chi si vendica avrà la vendetta del Signore ed egli terrà sempre presenti i suoi peccati”. Aggiunge: il peccatore chi si vendica dei torti subiti non può chiedere ed ottenere il perdono dei suoi peccati. A questa dichiarazione seguono due esortazioni applicative. La prima esprime il rapporto tra perdono e preghiera: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera saranno rimessi i peccati”. Il perdono dei peccati risulta anche la condizione per ottenere la salute, perché la radice ultima della malattia è il peccato.

Il maestro di sapienza evoca i motivi delle sue sentenze sul perdono reciproco: l’esistenza è breve e non vale la pena avvelenarla con l’odio e il rancore. Infatti, la coscienza del proprio limite creaturale (l’uomo è una creatura fragile, fatta di carne) è una ragione sufficiente per essere indulgenti con gli altri esseri umani, suoi simili. Inoltre gli Israeliti hanno stretto un alleanza con il Signore (“Ricordati dell’alleanza con l’Altissimo”, cioè dell’amore misericordioso di Dio, che per primo ci ha perdonato), e quindi devono essere amici tra loro e perdonarsi.

La parabola del brano evangelico è la trascrizione di quest’agire misericordioso di Dio di cui parla il Siracide. Tutto inizia con la domanda di Simone a Gesù: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. Sette è il numero che indica la pienezza divina. L’uomo, normalmente, non può andare al di là della perfezione divina. Pietro vuole in qualche modo chiedere a Gesù: “devo essere come Dio?”. La risposta di Gesù è questa: “…Ma fino a settanta volte sette”, cioè dieci volte la pienezza divina moltiplicata per se stessa. Pietro voleva organizzare il perdono, avere le precisioni sull’ultima volta, sull’ora di smetterla di far i conti. Gesù gli dice che non c’è un’ultima volta.

La logica del perdono viene illustrata da un racconto simbolico che si svolge come un dramma in tre atti. Nel primo atto sono in scena un re e uno dei suoi servi che ha accumulato un debito enorme di “diecimila talenti”, che corrispondevano alla rendita annuale di Erode il Grande. Appare perciò ingenua la supplica del servo che non sarà mai in grado di saldare il suo debito. Il padrone, mosso di compassione, va ben oltre la richiesta del servo. Non si limita a una proroga nel pagamento, ma condona totalmente il debito. Il messaggio è chiaro: ognuno di noi, nei confronti di Dio, è debitore insolvibile; se non interviene l’atto gratuito del suo perdono smisurato, da soli, coi nostri sforzi ed opere, non riusciremo mai a conquistare la salvezza, che è grazia.

Nel secondo atto, il servo, insperatamente graziato, afferra per la gola un collega che gli deve una somma miserevole, “cento denari”, corrispondente a un terzo della paga annuale di un bracciante agricolo. Il servo debitore supplica il collega di aver pazienza e promette di rifondergli il debito. In questo caso la promessa è realistica. Ma il servo creditore non si lascia smuovere e fa valere i suoi diritti sul debitore. Ecco la seconda lezione: i debiti che gli altri hanno nei nostri confronti, in confronto con debito che noi abbiamo con Dio (a ciò che noi abbiamo sottratto a Dio coi nostri peccati) sono quisquilie.

Nel terzo atto la scena è dominata dall’intervento del padrone che fa chiamare questo servo spietato e gli fa vedere la sua malvagità. La “compassione” del re verso lui (debitore radicalmente insolvente) doveva servire di modello e motivo della sua compassione verso il suo collega debitore di una piccola cifra. Il padrone ha allora fatto applicare le sanzioni legali previste per un debitore insolvente. Come sarebbe stato bello se, in risposta al gesto magnanimo del suo padrone, anche lui, avesse perdonato al collega che lo supplicava. La lezione è questa: chi non perdona sinceramente al proprio fratello si espone alla condanna da parte di Dio. Il perdono che riceviamo da Dio va donato, condiviso. In tal modo, il perdono diventa un’azione ininterrotta di trasformazione del mondo. Inoltre, se in un certo senso siamo noi a dare a Dio la misura del suo perdono dei nostri peccati, non è anzitutto che dobbiamo perdonare agli altri per ottenere a nostra volta il perdono di Dio. No. Il perdono ci è già stato dato gratuitamente. Il nostro gesto di perdono è la conseguenza, e non la causa della salvezza. Esso è la risposta, il segno manifesto che siamo stati perdonati. Quindi, la Chiesa è una comunità di uomini perdonati che perdonano.
Don Joseph Ndoum