COMBONI THAT DAY

I 25 anni dalla fine della guerra in Mozambico

Mercoledì 4 ottobre 2017
Era il 4 ottobre 1992. Venticinque anni fa, a Roma, veniva firmata la pace per il Mozambico. Finiva una guerra che aveva fatto un milione di morti. Questo paese africano, nonostante la distanza geografica, da allora divenne familiare, almeno un po', anche all'Italia. Perché chi si combatteva, il marxista Frelimo al governo e la guerriglia Renamo, già finanziata dal Sudafrica dell'Apartheid, vennero a cercare proprio qui a Roma la fine di un conflitto civile di cui non si riusciva a vedere una via d'uscita, malgrado i ripetuti tentativi della comunità internazionale. [Comunità di Sant'Egidio]

I 25 anni dalla fine della guerra in Mozambico
dimostrano che la pace è sempre possibile

Ce la fece – ne sono stato testimone e attore diretto, insieme all'attuale arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi – la Comunità di Sant'Egidio, dopo oltre due anni di lunghe e laboriose trattative, com'è necessario quando sono tante le ferite da sanare. Si trattava di una scommessa di pace, non di un azzardo. Accettò di viverla con noi il coraggioso vescovo mozambicano Jaime Gonçalves, con il quale Sant'Egidio lavorò di comune accordo. E la condivise anche l'Italia, con l'allora sottosegretario agli Esteri Mario Raffaelli.

Non era stato mai fatto, non era certamente la scelta iniziale di una realtà che era conosciuta fino ad allora soprattutto per il suo impegno nelle periferie e tra i poveri. Ma non potevamo restare a guardare, dopo che – grazie alla presenza di comunità di Sant'Egidio nel paese – avevamo visto da vicino il dramma di cui la mia generazione, la prima a essere nata in Italia dopo il secondo conflitto mondiale, era stata graziata: la guerra, terribile, insensata, disumana, che, oltre alle innumerevoli vittime provocate, è "madre di tutte le povertà". Bastava girare nel più grande mercato di Maputo e scoprire la misera merce che veniva esposta o uscire di qualche chilometro dalla capitale per incontrare contadini che, senza più speranza di coltivare, vestivano di sacco, si cibavano di radici, e si erano abituati a dormire sugli alberi, per non essere uccisi nel sonno.

La chiave fu la fiducia: venire a Roma, a Sant'Egidio, accettando l'invito di una comunità cristiana che non aveva interessi economici o di altro tipo da difendere e che offriva un terreno neutro d'incontro per riconoscersi fratelli, perché pur sempre figli di uno stesso paese, dopo essersi combattuti e uccisi a vicenda. Il metodo: mettere da parte, pazientemente - lungo il corso di due anni - ciò che divide, facendo emergere ciò che unisce, come ci aveva insegnato Papa Giovanni XXIII e come c'incoraggiava a fare il Concilio Vaticano II. Noi, che eravamo molto più giovani, qualcuno aggiunse "ingenui".

La pace venne infine firmata il 4 ottobre 1992 alla Farnesina tra i capi delle due parti in guerra: Joaquim Chissano, presidente del Mozambico, e Afonso Dhlakama, capo della guerriglia Renamo.

Da allora fino a oggi ha retto, certo fra tante difficoltà che non potevano mancare, portando quel paese africano da un reddito pro capite di 60 dollari del '92 all'attuale di 590: una nuova era per il Mozambico. Ed è giusto che l'Italia abbia scelto di ricordare quell'evento il prossimo 4 ottobre al Ministero degli Esteri, in occasione del suo venticinquesimo anniversario. Non è solo una celebrazione. È il segno che è possibile uscire anche da guerre incancrenite e in apparenza senza soluzione, come questa che durava da oltre 16 anni. Una lezione per il pessimismo, troppo diffuso ai giorni nostri, di fronte alle guerre in corso, ma anche una speranza per chiunque voglia impegnarsi oggi per fermare i conflitti, mettendo da parte interessi privati, religiosi o nazionali: la pace è possibile ed è un bene per tutti, perché alla fine – per effetto della globalizzazione – ne traggono vantaggio tutti i popoli, anche quelli che pensano di non essere direttamente coinvolti dai mali e dalle ingiustizie del mondo. [Comunità di Sant’Egidio] + [Comunità di Sant'Egidio, in Facebook].