COMBONI THAT DAY

Il metodo missionario di Daniele Comboni

Giovedì 23 novembre 2017
I Missionari Comboniani hanno organizzato a Roma un simposio, dal titolo “Rigenerare l’Africa con l’Africa”, per celebrare il 150° di fondazione dell’Istituto comboniano (1° giugno 1867). Il Simposio si è tenuto venerdì 17 novembre presso l’Aula Magna dell’Università Urbaniana. Questa università è stata scelta per le numerose memorie che l’associano al Comboni e ai suoi primi missionari. Qui pubblichiamo il testo dell’intervento del Prof. Gianpaolo Romanato [nella foto], intitolato “L’Africa, la Missione ai tempi di Comboni”, con il quale ha presentato il metodo missionario di Comboni. L’accademico ha parlato di Comboni – nel contesto della fine del diciannovesimo secolo, nel cuore dell’Africa centrale – come una figura “affascinante, attuale, viva, oggi forse più ancora di ieri”.

Il metodo di Daniele Comboni
Vietato perdersi d’animo

 


Dipinto di Daniele Comboni
insieme a piccoli schiavi
da lui liberati al Cairo.

 

Quale era il metodo di Comboni?

Teorizzazioni non ne ha lasciate, ma leggendo i suoi scritti e ricostruendo il suo operato in Sudan, vediamo che una metodologia c’era, e profondamente meditata. Una missione in paesi sconosciuti, presso popoli selvaggi, che non avevano mai avuto contatti con la civiltà europea, aveva bisogno di pazienti investigazioni del territorio e della popolazione, di una scrupolosa attenzione nella scelta del luogo di insediamento, doveva mettere nel conto tempi lunghissimi di affiatamento reciproco, interminabili pause di apparente inattività, probabili sconfitte e regressioni.

La demoralizzazione era il primo sentimento che il missionario doveva imparare a superare. La fretta, la prima tentazione da vincere. L’evangelizzazione doveva essere preceduta dalla civilizzazione, ma in termini appropriati alle singole realtà, senza imposizione di modelli prestabiliti, senza forzare le specifiche peculiarità, badando a esaltare i valori indigeni ed evitando di introdurre falsi bisogni. Comboni non conosceva le moderne scienze etnologiche, che nasceranno dopo di lui, e ne divenne sul campo un precursore.

L’africano doveva essere lasciato in Africa, non solo perché in Europa rischiava di morire, ma soprattutto perché vi perdeva i propri valori, diventava un uomo senza anima e senza radici, privo della cultura di origine e incapace di acquisirne una nuova. Scoprì lentamente che l’Africa non è un buco nero da cancellare ma un gigantesco serbatoio da lasciare fermentare, aggiungendovi, con cautela e lentezza, dosati innesti di cristianesimo. Non riuscì mai a disgiungere il binomio cristianesimo-civiltà europea, troppo legato alle categorie culturali ottocentesche nelle quali era cresciuto, ma avvertì con crescente consapevolezza la sua insufficienza. L’idea moderna dell’inculturazione della fede — idea e difficoltà! — intesa nel senso più ampio, gli deve più di quanto gli sia stato finora riconosciuto. L’idea portante della sua missione — rigenerare l’Africa con l’Africa, che ha dato il titolo a questo simposio — nacque dalla sua concreta, quotidiana esperienza sul campo.

Il metodo che seguiva puntava a imporre la missione come centro di civilizzazione, per poi passare, solo in un secondo momento, all’evangelizzazione. Prima era necessario farsi accettare, conquistare la fiducia dei locali, dare alla popolazione la sensazione dell’utilità reale e non fittizia del missionario. In tutta questa fase era fondamentale tanto la credibilità delle persone, il loro comportamento retto, e sappiamo che non tutti i suoi missionari furono all’altezza di questa sfida, quanto la residenza costante nel luogo d’operazione.

Ottenuto il primo scopo, cioè la fiducia della gente, e i tempi variavano enormemente a seconda degli interlocutori, si passava al secondo momento, quello dell’inizio dell’opera di civilizzazione. In che modo? Attraverso le scuole e gli ospedali. Diffondendo cioè l’istruzione, fornendo le prime competenze, curando le malattie, insegnando le norme igieniche elementari. Le varie stazioni missionarie si fondarono tutte su questo modello, fin dai tempi precedenti l’arrivo di Comboni, con risultati che in un luogo come il Sudan furono immediatamente visibili. L’arsenale governativo di Khartoum, che costruiva le imbarcazioni necessarie a navigare sul fiume, trasse gran parte dei suoi circa duecento operai dalla scuola della missione.

Il terzo momento era costituito dal tentativo di introdurre il modello familiare cattolico, possibilmente favorendo matrimoni fra negri educati entrambi dalla missione. Questi vi affluivano in vario modo: erano ragazzi abbandonati che venivano raccolti e ospitati, oppure, e quest’ultimo rappresentava il serbatoio più prolifico, si trattava di schiavi che i missionari o comperavano, o riscattavano dal loro stato, o accoglievano nelle loro sedi, valendosi del diritto di asilo che era riconosciuto alla missione.

La sua metodologia nacque insomma sul campo, faticosamente, studiando gli africani, penetrando con fatica nel loro mondo e nei loro valori. Imparò che l’africano non andava caricato di bisogni e attese che non gli appartengono, estranee alla sua natura e all’ambiente in cui vive. Se a Verona aveva studiato da missionario, la sua università fu l’Africa. E l’Africa lo cambiò, come cambiò tutti coloro che la conobbero non superficialmente.

Imparò che il “selvaggio”, come apparivano allora gli africani agli occhi degli europei, non è un contenitore da riempire ma un essere umano da rispettare, che la cultura è l’anima profonda di ciascun popolo, e non un monopolio dell’Europa, che è indipendente dal sapere scrivere o dall’essere analfabeti, dall’andare nudi o vestiti, dall’essere cristiani o pagani, che tutto era enormemente più complesso e difficile di quanto apparisse negli schemi teologici dei seminari europei. Leggendo certe sue pagine — generalmente lucide, chiare, precise, nonostante le condizioni in cui viveva e scriveva — si ha l’impressione che l’esperienza africana lo abbia trasformato.

Egli non conobbe l’Africa di oggi ma quella precedente la spartizione coloniale. Un continente vergine, incontaminato, ancora interamente se stesso. Avvicinò uomini e donne che non avevano mai visto i bianchi, la cui evoluzione si era fermata alla preistoria. È uno dei pochissimi europei che hanno conosciuto non superficialmente questo mondo remoto, che oggi non esiste più, e ce ne hanno lasciato memoria.

Diversamente da altri, anche missionari, quest’Africa Comboni la amò e la apprezzò non soltanto per la sua infinita miseria, che chiedeva soccorso, ma anche per se stessa, per i valori che racchiudeva, per l’umanità che svelava a chi fosse stato capace di andare al di là dell’apparenza.

Ma nel suo rapporto con le culture africane, Comboni non fu mai sfiorato dalla tentazione di facili irenismi. Egli non appare mai né un rivoluzionario né un europeo pentito. Rispetto al primitivo ebbe un rapporto consapevole, maturo, affatto alieno da nostalgie regressive o da mitologie decadenti. L’Africa lo affascinò senza travolgerlo. Non dimenticò mai di essere un europeo, non fu mai colto dal dubbio se dovesse convertire o convertirsi. Anni e anni di esperienze spossanti gli lasciarono un invidiabile equilibrio interiore.

Alla fine della sua vita riuscì a guardare all’Africa con una consapevolezza infinitamente maggiore di quando era giovane, ma con la stessa intelligenza, con lo stesso distacco critico, senza cedimenti intellettuali, senza tentennamenti morali, senza tormenti di coscienza. Solo avvertiva che bisognava avere umiltà: tacere, guardare, ascoltare, imparare, soffrire.

Non perse mai il rispetto e la venerazione per la Chiesa e le sue istituzioni romane, ma osservandole dal profondo dell’Africa ne vide i limiti e le angustie: la lentezza; le sottigliezze diplomatiche; le subordinazioni politiche; l’ignoranza di luoghi e problemi; la presunzione sussiegosa e moralistica di «certi cardinali di Propaganda Fide», scrive, che misurano tutto con lo stesso metro, che credono le missioni tutte uguali, «che non hanno veduto che i saloni dorati di Parigi e di Lisbona, che non sanno la storia della Chiesa, che non hanno mai sofferto e patito nulla». A questa Chiesa, che giudica e non è mai giudicata, Comboni si abituò a parlare con sincerità anche brutale, disposto sempre all’obbedienza, mai però al silenzio.

Anche questo fa parte del metodo di Comboni e rende affascinante, attuale, viva, oggi forse più ancora di ieri, la sua figura.
di Gianpaolo Romanato
“L’Osservatore Romano”, giovedì 23 novembre 2017, p. 5.

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