COMBONI THAT DAY

II Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Un impegno gioioso e totale per Dio
Don Joseph Ndoum

 

Un impegno gioioso e totale per Dio

1Sam 3,3-10.19; Salmo 39; 1Cor 6,13-15.17-20; Vangelo Gv 1,35-42

Nelle settimane scorse abbiamo meditato a lungo sul mistero del Verbo di Dio, l’Emmanuele (Dio-con-noi e come-noi), nato a Betlemme per noi e per la nostra salvezza. Da questa domenica, dopo il suo battesimo, la liturgia presenta le sue vicende nei tre anni della sua vita pubblica. Questo tempo è chiamato “ordinario”, oppure “tempo della Chiesa”, o “tempo per annum”, cioè durante l’anno, perché non ricorrono particolari misteri come a Natale o a Pasqua.

E’ la scena evangelica dell’incontro tra i discepoli di Giovanni e Gesù, interpellato come “Agnello di Dio”, che suggerisce il tema conduttore di riflessione per questa seconda domenica ordinaria. L’episodio presentato si pone in continuità col momento del battesimo di Gesù, e ha anche un valore “epifanico”, perché manifesta o rivela la personalità di Gesù: L’Agnello di Dio.

Agli Ebrei che ascoltavano, questa qualifica richiamava tanti ricordi legati alla loro storia religiosa. L’agnello era l’offerta che di solito presentavano in sacrificio a Dio, secondo la Legge di Mosè, come espiazione dei peccati. Soprattutto, l’agnello era legato alla pasqua: ogni anno, per ricordare la loro liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, le famiglie si riunivano, immolavano l’agnello, lo consumavano in una scena rituale, il rito della pasqua. Quindi il Battista veniva a dire ai suoi discepoli che l’Agnello che salva, l’Agnello di Dio, non è più quello di Mosè; ma d’ora innanzi l’Agnello vero è Gesù, l’autore della nuova e definitiva liberazione. Il Battista serve di mediazione tra i suoi discepoli e Gesù, per la scoperta dell’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.

Questa pagina del quarto vangelo è preparata dalla prima lettura che narra la chiamata del giovane Samuele. Anche in questo caso, risulta importante la mediazione, quella del vecchio Elia che predispone Samuele all’incontro diretto col Signore. Forse, ogni vero incontro con il Signore necessita o passa attraverso una mediazione, che non è sempre clamorosa. Bisogna solo essere, in ogni momento, attenti alle persone e agli eventi, gioiosi o tristi, che ci circondano.

La vocazione di Samuele è il modello delle chiamate del Signore, quando il giovane dorme e non fa nessuno sforzo. L’investitura profetica che ne segue è il risultato dell’iniziativa divina, ma anche della piena disponibilità, del pieno consenso di Samuele che l’accoglie: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”. L’ascolto disponibile, dopo la chiamata, si rivela l’atteggiamento profondo e fondamentale che dovrebbe stare alla base del comportamento e della spiritualità dell’uomo di Dio, del credente. Quest’atteggiamento accogliente e consensuale nei confronti della chiamata del Signore trova una bellissima risonanza nelle strofe del salmo 39: “Ecco, vengo. Sul rotolo del libro, di me è scritto di compiere il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore”.

Non rientra direttamente in questa prospettiva il brano della seconda lettura, che affronta piuttosto la questione del significato della sessualità e della corporeità alla luce della comunione vitale che ogni battezzato trattiene con Gesù. Paolo presenta ai Corinzi la visione cristiana del corpo, cioè la sua grande dignità. Il nostro corpo è tempio dello Spirito, cioè il santuario di Dio.; quindi è santo. Non possiamo usarlo a nostro piacimento, con disinvoltura, come strumento permanente del peccato. Un cristiano è puro e glorifica così il Signore nel suo corpo.

Andrea e Giovanni lasciano il Battista per mettersi alla sequela di Cristo, l’Agnello di Dio. La sequela, qui, significa assumere gli atteggiamenti di Gesù, vivere come lui, legarsi a lui, obbedire alla sua parola. Tutto quanto equivale, secondo Giovanni, al credere. Seguire Gesù significa allora accettare la sua offerta, attuare la sua volontà, credere ed entrare nel regno di Dio che è già presente, diventare suo discepolo, legarsi alla sua sorte, e in modo particolare alla sua croce e alla sua gloria. Si tratta inoltre di vivere insieme a Cristo, di essere membra di Cristo, anche col compito di presentarlo agli altri, come l’ha fatto il Battista a Giovanni e Andrea, o come Andrea che lo presenta a Simone, suo fratello. Cioè, bisogna diventare, ovunque, testimoni, prima con le parole. E’ compito esplicito di alcune persone nella Chiesa (presbiteri, catechisti, animatori di gruppi, insegnanti di religione…); ma ancora prima è compito dei genitori che dovrebbero parlare di Dio ai figli e figlioli; è anche compito di ogni fedele che dovrebbe parlare di Cristo al suo ambiente. Bisogna poi essere testimoni di Cristo con la vita, senza distinzione di luogo né di tempo, e in ogni istante della vita. Il cristiano non dovrebbe essere un tale anonimo. Dobbiamo costituire dappertutto un argomento pro Cristo. E quando arriveremo alla meta della nostra vita, la domanda non sarà “Sei stato credente?”, ma invece “Sei stato credibile (attuando la volontà del Padre)?”, “Il tuo comportamento, la tua maniera di vivere ha reso credibile a tutti i tuoi vicini che Dio esiste e li ama?” In altre parole, noi cristiani alla sequela dell’Agnello di Dio, siamo chiamati ad una testimonianza cristiana autentica, non mediocre ma permanente, convincente e trascinante.
Don Joseph Ndoum