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Spezzare le catene della schiavitù

Mercoledì 14 febbraio 2018
Papa Francesco chiede responsabilità e volontà politica per sconfiggere la tratta. Occorre «una presa di responsabilità comune e una più decisa volontà politica» per sconfiggere definitivamente la piaga del traffico di esseri umani. Lo ha ribadito il Pontefice lunedì mattina, 12 febbraio, ricevendo in udienza nella Sala Clementina i partecipanti alla giornata mondiale di riflessione contro la tratta di persone. L’incontro si è svolto sotto forma di dialogo tra il Pontefice e alcuni dei presenti. [Vedi allegato: L’Osservatore Romano]. Nella foto: bambini su una spiaggia di Zanzibar.

Rispondendo alle domande postegli da alcuni dei presenti, Papa Francesco è tornato a denunciare indifferenza, silenzi e connivenze che spesso stanno dietro a questa vera e propria «forma di schiavitù, purtroppo sempre più diffusa, che riguarda ogni Paese, anche i più sviluppati, e che tocca le persone più vulnerabili della società».

Un dramma volutamente ignorato da chi è «coinvolto direttamente nelle organizzazioni criminali» ma anche da chi «si trova alla fine della “filiera del consumo”, quale utilizzatore dei “servizi” che vengono offerti sulla strada o su internet».

«Sono davvero i trafficanti la causa principale della tratta?» si è chiesto Francesco, affermando che «se ci sono tante ragazze vittime della tratta che finiscono sulle strade delle nostre città, è perché molti uomini richiedono questi servizi e sono disposti a pagare». Da qui la convinzione che il motivo fondamentale del fenomeno sia «l’egoismo senza scrupoli di tante persone ipocrite del nostro mondo». Certo, ha riconosciuto il Papa, «arrestare i trafficanti è un dovere di giustizia». Ma «la vera soluzione è la conversione dei cuori, il taglio della domanda per prosciugare il mercato».

Sottolineando la necessità di «promuovere e creare spazi di incontro», il Pontefice ha evidenziato il ruolo centrale della rete e in particolare dei social network. Anche se, ha precisato, «non bisogna sottovalutare i rischi insiti in alcuni di questi spazi virtuali; attraverso la rete tanti giovani vengono adescati e trascinati in una schiavitù dalla quale poi diventa oltre le proprie capacità liberarsi». Per evitare questo, dunque, «gli adulti, genitori ed educatori sono chiamati al compito di sorvegliare e proteggere i ragazzi».

Anche il bullismo, ha aggiunto parlando a braccio, crea un sistema di emarginazione dei più deboli che può arrivare a giustificare lo sfruttamento di altri esseri umani. Ecco perché «l’educazione si rivela importante». Da una parte insegna a difendersi dalle trappole delle quali è disseminata la vita dei giovani d’oggi, dall’altra insegna a considerare tutti gli esseri umani degni di rispetto.

E ai giovani, infine, ha rivolto l’invito a partecipare all’incontro presinodale che si terrà il prossimo 19 marzo.
[L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 12-13 febbraio 2018, p. 1, 4 e 5]

Lavoro minorile:
Zanzibar, l’isola dei bambini schiavi


Un giovane a Zanzibar.

Centotrentamila bambini dell'arcipelago della Tanzania vivono come schiavi nelle case dei ricchi di Zanzibar. Sono vittime di sfruttamento minorile e schiavitù domestica. E le bambine sono anche abusate dai loro aguzzini. È una delle piaghe che più affliggono la Tanzania e allo stesso tempo è anche uno dei drammi meno noti e più sottaciuti del Paese dell’Africa orientale: lo sfruttamento minorile e l’impiego dei bambini come schiavi domestici nelle case private.

Diritti dei bambini: i dati del lavoro minorile in Tanzania: Dati certi su quanti siano i minori costretti a lavorare oggi nelle case di famiglie benestanti o i strutture turistiche del Paese africano sono difficili da reperire. Nel rapporto della ong locale Anti Slavery Tanzania si legge di quasi un milione di minoriimpiegati in questo tipo di lavoro.

Nel report più dettagliato del governo della Tanzania Mainland National Child Labour Survey, invece, si scopre che sono oltre 5 milioni i bambini e ragazzi, dai 5 ai 17 anni, che non frequentano la scuola ma lavorano. Di questi, 110 mila bambine e 20 mila ragazzi,sono impiegati in quelli che vengono chiamati “lavori domestici“.

Schiavitù come “opportunità” per le famiglie povere: Questa tipologia di impiego dei minori suscita maggiore preoccupazione rispetto ad altri lavori che svolgono i ragazzi in Tanzania a causa della dualità di facciata con cui si presenta il fenomeno. Spesso, infatti, questo schiavismo minorile viene presentato come un’opportunità per le famiglie più indigenti, originarie nella maggior parte dei casi di aree rurali del Paese.

Molti bambini vengono incoraggiati dai propri genitori ad andare a lavorare presso ricche famiglie o in strutture turistiche, attratti anche dalla promessa che i figli guadagneranno abbastanza per aiutare la famiglia e che avranno pure la possibilità di studiare.

Per alcuni, in effetti, questo accade. Ma per la maggior parte delle vittime si tratta di una promessa di facciata che in realtà nasconde incubi in grado di distruggere il contingente dell’infanzia ma anche l’avvenire dei bambini.

Storia di Rachel, bambina vittima di sfruttamento: Rachel è una bambina che fa parte della schiera degli schiavi domestici, picchiata e chiusa in una latrina per punizione. «Era maggio quando dei reclutatori sono venuti nel mio villaggio e hanno persuaso i miei a mandarmi a Zanzibar a lavorare da loro. Io ho creduto alle loro promesse, inoltre volevo anche vedere un posto nuovo e lì c’era il mare». Questa è la storia di Rachel, una bambina che oggi partecipa a un programma di recupero e reinserimento che ha deciso di raccontare la sua drammatica storia sulle pagine del quotidiano inglese The Guardian.

Il paradiso dei turisti diventa inferno di lavoro minorile: «Quando poi sono stata portata a Zanzibar, lì è iniziato l’inferno. Lavoravo dall’alba al tramonto, alla minima infrazione venivo picchiata, non ero neppure pagata e una volta per punizione mi hanno chiusa in una latrina per 11 ore». Una storia comune a migliaia di altri bambini in Tanzania e a Zanzibar, un’isola che oggi è un paradiso per turisti ma oltre alle spiagge e alle acque cristalline vanta un presente di schiavismo minorile e un passato ben poco glorioso. Zanzibar, infatti, è stato il principale porto di smistamento degli schiavi che, prelevati dalla regione dei Grandi Laghi, venivano condotti sull’Isola per poi essere portati nella Penisola Arabica o in India.

Zanzibar: bambine e adolescenti abusate sessualmente: Oggi a Zanzibar è presente soltanto un centro, o meglio rifugio, per i bambini che scappano dalla situazione di schiavitù in cui, all’improvviso, si trovano a vivere. E uno degli aspetti inquietanti di questa realtà è che i minori, spesso, quando arrivano nel luogo protetto e raccontano la loro storia, non solo denunciano di essere stati costretti a lavorare in condizioni disumane, di essere stati picchiati e maltratti ma, soprattutto le bambine, denunciano anche di essere state in più occasioni vittime di abusi sessuali.

«Il mio capo mi ha chiesto un giorno se lo amavo. Poi mi ha fatto sedere sulle sue gambe e mi ha baciato e dopo mi ha portata in una stanza. Eravamo soli. Ha chiuso la porta e mi ha detto di non avere paura. Questo è successo più volte». A parlare è ancora Rachel, 14 anni, vittima di ripetute violenze sessuali durante l’anno che ha trascorso a lavorare per una famiglia altolocata di Zanzibar. È riuscita poi a fuggire, è scappata alla stazione di polizia e poi è stata condotta in un centro di accoglienza per minori.

Traffico di esseri umani: Paese africano non vince lotta: La schiavitù minorile in Tanzania è il principale problema per quanto riguarda il traffico di esseri umani nel Paese. Il dipartimento di stato degli Stati Uniti, nel suo report sul traffico di esseri umani del 2017, ha dichiarato che il Paese africano sta compiendo sforzi significativi per arginare il dramma della tratta dei bambini.

E a riprova di questo ha portato il fatto che nel 2016 cento persone sono state indagate con l’accusa di essere dei trafficanti, un anno prima invece erano stati soltanto 12 gli uomini portati alla sbarra con questa accusa. Il report però conclude con una chiosa che evidenzia la drammaticità della situazione: «Nonostante gli sforzi dimostrati dall’amministrazione della Tanzania, ad oggi però non si riscontrano nel Paese gli standard minimi perché si possa riuscire ad arrestare questo fenomeno».
[Osservatorio diritti]

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