Martedì 19 maggio 2026
Un report europeo racconta la gestione delle migrazioni basata sulla profilazione della bianchezza. [Nella foto, una scritta vergata su un muro durante un corteo per Ramy Elgaml, il 19enne morto il 24 novembre a Milano, al termine di un inseguimento dei carabinieri] (Vedi
Report, in inglese)

C’è un report, appena pubblicato dall’European Network Against Racism (ENAR), che aiuta a comprendere quel che sta accadendo in questi ultimi giorni e non solo, in Italia. Un lavoro di ricerca che mette insieme, in maniera comparativa, sette rapporti nazionali e che prende il nome di Raceless in name only: whiteness and the racial governance of mobility in European Union (Privi di razzismo solo a parole: la bianchezza e la gestione razziale della mobilità nell’Unione Europea).

Sin dalle prime pagine si capisce non solo il senso di quel che sarà il contenuto di questo lavoro, ma emerge in maniera nitida la chiave di lettura con cui leggere questo tempo.

Chi da anni si occupa di scrivere, parlare, mettere in guardia su antirazzismo e decolonizzazione, sapeva e sa quel che sta accadendo, scrivono i curatori: la normalizzazione dell’esclusione, il diffondersi della tecnocratizzazione del sospetto, le cosiddette emergenze migratorie utilizzate per accrescere la paura, hanno rafforzato non solo politiche di profilazione razziale ma anche un sentire sociale ostile nei confronti delle persone nere.

Politiche e sentire che raggiungono il picco dell’evidenza e del differente approccio quando vi è stato da dare una risposta alle persone rifugiate che fuggivano dall’Ucraina. La possibilità di muoversi nel continente europeo, così come il sentimento di solidarietà e compassione che si è creato tra la gente, sono due aspetti che non sono emersi in occasione di altri conflitti e nei confronti delle persone che scappavano e che hanno trovato e continuano a trovare sul loro cammino migratorio ostilità e barriere.

Tutto questo, si legge nel rapporto, non è casuale, riflette una gerarchia di vicinanza e prossimità che ha a che fare con la whiteness, la bianchezza. Una logica che ritroviamo declinata lungo una medesima linea razziale, economica e politica che abita tanto nelle leggi quanto nelle zone di frontiera, sia interne che esternalizzate, che negli episodi di violenza più o meno visibile che ritroviamo nelle nostre città e nei racconti dei media.

Con un ulteriore passo in più, sottolinea ENAR, le parole e le azioni della destra estrema non sono più confinate ma “sempre più riecheggiate e normalizzate da politiche che ne diventano espressione principale”. Basti vedere il termine remigrazione utilizzato inizialmente da frange estremiste in maniera provocatoria che diventa programma governativo.

Il report

Il progetto mette insieme una serie di analisi e ricerche che vanno dal giugno 2024 al dicembre 2025, lungo cinque zone di frontiera (Germania/Austria, Germania/Repubblica ceca, Italia/Francia, Croazia/Slovenia e la regione di confine basca) e tre paesi europei, Cipro, Francia e Grecia.

Diversi i report presi in considerazione, così come molteplici sono le realtà che lavorano su queste tematiche e che sono state coinvolte. Tra le dodici persone che hanno condotto l’indagine, la metà ha un background migratorio e vi è chi ha personalmente subito episodi di discriminazione razziale.

Ad aprire la ricerca un glossario, in modo che sia chiaro non solo il contenuto ma a cosa si riferiscono esattamente i termini utilizzati, da blackness a coloniality/decoloniality, da migranticisation a necropolitics, da racialisation a struttural racism e whiteness. Parole che sono più di un vocabolario tematico, racchiudono la declinazione di schemi razziali e nazionalistici che diventano norme che escludono e creano società escludenti.

A mostrare come questo sia realtà varie testimonianze nel report. La profilazione razziale spesso raccontata vede persone nere essere perquisite senza nessun tipo di motivazione particolare, in contesti che non sono di controllo o frontiera. Azioni portate avanti da forze dell’ordine che non riconoscono un’europeità che non sia bianca e che individuano nel colore un discrimine, che per ENAR è espressione di una continuità coloniale e discriminazione razziale. Discriminazione che spesso si palesa già dal tipo di approccio con cui avviene la richiesta di documento.

La preoccupazione

Partendo dal presupposto che tutta la riforma del diritto europeo, che inizia dal febbraio 2024 con l’obiettivo di arrivare al famoso Patto d’asilo e migrazione del prossimo giugno, aveva come premessa quella di uniformare l’area Schengen nel rispetto del principio di non discriminazione, ENAR commissiona uno studio che vuole metter insieme, in maniera documentata, quel che accade nelle pratiche di frontiera così come nelle norme che regolamentano le procedure accelerate di controllo dei documenti, l’interpretazione di paese terzo sicuro e lo strumento del rimpatrio.

I report, i racconti e le leggi sempre più escludenti rispetto alla concessione dei visti così come alla presa in carico delle domande d’asilo, mettono in luce con il tempo non solo un aumento di una sorta di continuità d’approccio coloniale, ma anche un accrescimento dei poteri discrezionali delle forze dell’ordine, non solo di frontiera.

La preoccupazione delle ricercatrici e ricercatori è che questo loro lavoro che descrive in termini crudi quel che accade alle persone, trovi nel nuovo Patto su migrazione e asilo una sorta di ulteriore normalizzazione delle forme razziali di profilazione, di utilizzo di procedure accelerate e detentive.

“L’abolizione del diritto d’asilo e il concretizzarsi dell’esternalizzazione delle persone migranti in paesi terzi, realizza la marcatura di queste persone come sgradite. La riforma del Codice di frontiera di Schengen che regolerà le forme di libero movimento all’interno dei confini europei con i controlli sulla mobilità delle persone razzializzate rimarcherà la loro differente condizione di appartenenza”.

L’obiettivo

Rappresentare nero su bianco cosa sta accadendo e come questa Europa stia gestendo i diritti legati alla migrazione, vuole essere un monito a una mobilitazione collettiva nei diversi paesi europei in cui le persone migranti vengono di continuo razzializzate.

Gli episodi di cronaca che si susseguono ormai rendono palese non solo la quotidianità degli eventi, ma l’urgenza all’azione di contrasto a questo immaginario dominante per cui non esiste un’europeità (ma noi potremmo aggiungere una italianità) che non sia bianca.

D’altra parte, altro aspetto non secondario che il report mette in luce: “la governance migratoria europea è strutturata dalla supremazia bianca, che è espressione di logiche coloniali che si ripetono e si materializzano nelle pratiche di esclusione, violenza e discriminazione che non sono più casi isolati o eccezionali, ma pratiche sistematiche e strutturali che si ripetono”.

La frase di apertura del rapporto Raceless in name only è “When you kow, you know”. Quando sei a conoscenza, sei a conoscenza. Ecco, tutto si può dire rispetto a quel che sta accadendo tranne che non lo sapevamo.

Jessica Cugini – Nigrizia