Martedì 16 giugno 2026
Le conseguenze della terza guerra mondiale a pezzetti le vive anche il vescovo Christian Carlassare che lei opera a Bentiu, nel Sud Sudan, un paese che riceve ondate di profughi dal Sudan ma che è esso stesso segnato da conflitti interni. Come si fa Chiesa, come si accompagna la gente, in un contesto così segnato dalla violenza e dalla precarietà? Cosa significa concretamente fare giustizia e pace a Bentiu?
Intervista di Costanza Spocci a padre Christian Carlassare
vescovo di Bentiu (Sud Sudan)
Fare Chiesa a Bentiu significa anzitutto scegliere di restare accanto alla gente, condividendo la loro vita quotidiana fatta di precarietà, paura, sfollamento, ma anche di una straordinaria capacità di resistere e di sperare. In un contesto segnato dalla violenza, la Chiesa non può limitarsi a parlare di pace: deve diventare uno spazio concreto di riconciliazione, di ascolto e di fraternità.
A Bentiu fare giustizia e pace significa anzitutto disarmare il cuore. Molti conflitti nascono dalla sete di potere, dalla vendetta, dalla paura dell’altro o dalla manipolazione delle appartenenze etniche. Per questo il primo lavoro della Chiesa è educativo e spirituale: aiutare le persone, soprattutto i giovani, a scoprire che la loro dignità non dipende dalla violenza, dalle armi o dal dominio sugli altri, ma dal fatto di essere figli di Dio e fratelli tra loro.
Significa poi accompagnare concretamente la vita della gente: stare vicino agli sfollati, sostenere le famiglie ferite, promuovere scuole, percorsi di formazione, comunità cristiane vive, luoghi dove si impara il dialogo e la corresponsabilità. La pace non nasce solo dagli accordi politici; nasce quando le persone ritrovano fiducia reciproca e sentono che la loro vita ha valore.
Fare giustizia significa anche dare voce a chi non ne ha, denunciare con rispetto ma con chiarezza ciò che umilia la dignità umana, e ricordare che nessuna pace sarà duratura senza verità, senza equità e senza il coraggio del perdono.
In fondo, la Chiesa a Bentiu cerca semplicemente di vivere il Vangelo in mezzo alla sofferenza del popolo: essere presenza, prossimità e speranza. Anche quando tutto sembra fragile, continuiamo a credere che la pace sia possibile, perché ogni gesto di riconciliazione, ogni giovane educato al servizio, ogni comunità che sceglie il dialogo invece della violenza è già un seme di futuro per il Sud Sudan.
Quanti livelli di conflitto convivono nel Sud Sudan? Come si intrecciano il conflitto tra governo e opposizione, le tensioni locali tra comunità, e le pressioni che arrivano dal Sudan in guerra?
Nel Sud Sudan convivono diversi livelli di conflitto che si sovrappongono e si alimentano a vicenda. Non si può leggere la situazione come un’unica guerra: è piuttosto un intreccio di crisi politiche, etniche, economiche e sociali che rendono molto fragile la vita del Paese.
C’è anzitutto il livello nazionale e politico: la lunga sfiducia tra governo e opposizione, le difficoltà nell’attuare pienamente gli accordi di pace, la competizione per il potere e il controllo delle risorse. Questo crea instabilità e insicurezza diffuse, perché la politica spesso si riflette immediatamente sulla vita delle comunità locali.
Poi esiste un livello locale e comunitario, molto concreto: conflitti tra comunità per il bestiame, la terra, l’accesso all’acqua, oppure legati a vendette e tensioni storiche mai veramente guarite. In molte zone la presenza debole delle istituzioni lascia spazio alla logica delle armi o della rappresaglia. È qui che la popolazione soffre quotidianamente, spesso lontano dai riflettori internazionali.
A tutto questo si aggiunge oggi la pressione regionale causata dalla guerra in Sudan. L’arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati e rimpatriati mette ulteriormente sotto pressione comunità già vulnerabili. Inoltre il conflitto sudanese ha effetti economici e politici enormi sul Sud Sudan: basti pensare al commercio bloccato, alla crisi del petrolio e alla diffusione di armi e instabilità lungo il confine.
Questi livelli non sono separati: si intrecciano continuamente. Una tensione politica nazionale può accendere conflitti locali; la povertà e la mancanza di prospettive rendono i giovani più vulnerabili alla violenza; le crisi regionali aggravano fragilità già esistenti.
Per questo la pace in Sud Sudan non può essere solo un accordo tra leader politici. Deve diventare un cammino che coinvolge le comunità, l’educazione dei giovani, la giustizia, la riconciliazione e la costruzione paziente della fiducia reciproca. Ed è proprio qui che la Chiesa cerca di offrire il suo contributo: creare spazi di incontro, custodire la speranza e ricordare che nessuna differenza etnica o politica può cancellare la comune dignità umana.
Nel conflitto sudsudanese pesa anche la questione del petrolio. Le risorse naturali, che potrebbero essere una benedizione per il Paese, rischiano di diventare motivo di competizione e di esclusione, di corruzione e di violenza. Il controllo delle aree petrolifere significa anzitutto controllo di potere politico ed economico. Questo alimenta rivalità tra gruppi armati, élite politiche e comunità locali, soprattutto nelle regioni dove il petrolio viene estratto. In molti casi la popolazione che vive su quelle terre non vede benefici concreti, mentre sperimenta militarizzazione, insicurezza e impoverimento.
Lo sfruttamento petrolifero trasforma il territorio: aumenta la presenza militare, modifica gli equilibri locali e può generare tensioni sull’accesso alla terra e alle risorse. Alcune comunità percepiscono di essere sacrificate in nome di interessi economici più grandi: continuano a vivere nella povertà mentre le risorse vengono portate via. Per non parlare alla spinta perché la popolazione si sposti. Non sempre esiste una strategia esplicita e dichiarata di spostamento forzato, ma certamente i conflitti nelle zone ricche di petrolio, l’insicurezza cronica, la militarizzazione e la mancanza di servizi possono di fatto spingere le persone ad abbandonare alcuni territori perdendo di fatto il diritto alla propria terra.
Per questo la pace è legata anche a una maggiore giustizia economica, alla trasparenza e alla tutela delle comunità locali.
La sofisticatezza della guerra aumenta. Ha visto personalmente bombardamenti indiscriminati — anche da parte dell'aviazione ugandese. Come si vive questa escalation? Com'è cambiata la guerra sul terreno rispetto a qualche anno fa?
Negli ultimi anni la guerra è cambiata profondamente, ed è diventata più complessa e più sofisticata. Non siamo più soltanto davanti a scontri locali con armi leggere o conflitti limitati tra comunità: oggi vediamo un livello di militarizzazione più alto, con bombardamenti aerei, uso di armamenti pesanti e operazioni che colpiscono aree abitate da civili o gruppi molto vulnerabili.
In Unity State, ad esempio a Mayom e Painjiar, abbiamo visto bombardamenti contro gruppi armati di giovani legati al bestiame, giustificati ufficialmente come operazioni contro la criminalità o per motivi di sicurezza. Certamente il problema dell’insicurezza e della diffusione delle armi esiste, e nessuno lo nega. Tuttavia molte persone percepiscono che dietro queste azioni ci siano anche dinamiche politiche e strategie di controllo del territorio che rischiano di aggravare ulteriormente le tensioni e di bloccare il dialogo nazionale invece di favorirlo.
Ancora più gravi sono stati gli attacchi in aree come Nasir, Akobo, Waat e Old Fangak, nell’Upper Nile e Jonglei. Là la popolazione civile ha vissuto momenti di grande incertezza e paura: famiglie costrette a fuggire, villaggi svuotati, strutture sanitarie e umanitarie rese difficilmente accessibili. Quando la guerra arriva dal cielo, la gente si sente completamente indifesa. Cambia anche psicologicamente il modo di vivere il conflitto: non c’è più solo il timore dello scontro vicino, ma l’angoscia di poter essere colpiti in qualsiasi momento.
Questo rende molto più difficile il lavoro della Chiesa, delle organizzazioni umanitarie e delle comunità locali impegnate nella riconciliazione. La paura alimenta sfiducia, radicalizzazione e desiderio di vendetta. E quando prevale la logica militare, lo spazio per il dialogo politico e per la costruzione della pace si restringe sempre di più.
Per questo oggi è urgente ribadire che la sicurezza non può essere costruita soltanto attraverso la forza. Senza ascolto delle comunità, senza giustizia, senza inclusione politica e senza un vero processo di riconciliazione nazionale, il rischio è che la violenza continui semplicemente ad assumere forme nuove e sempre più distruttive.
Guerra, sfollamento e ora anche inondazioni. Come risponde la Chiesa locale e la comunità di fronte all'accumularsi di emergenze — guerra, sfollamento, inondazioni, povertà, sospensione degli aiuti internazionali?
La popolazione del Sud Sudan, e in particolare comunità come quelle di Bentiu, vive oggi una crisi multipla che sembra non finire mai: guerra, sfollamento, inondazioni, fame, epidemie, povertà estrema e ora anche la riduzione o sospensione di molti aiuti internazionali. Tutto questo crea un’enorme stanchezza nella gente. Molte famiglie hanno perso più volte la casa, il bestiame, i raccolti e perfino la speranza di poter ricominciare una vita stabile.
Eppure, dentro questa fragilità, colpisce la straordinaria resilienza delle comunità locali. La gente continua a condividere quel poco che ha, a sostenersi reciprocamente, a pregare insieme e a cercare vie di sopravvivenza anche nelle condizioni più dure. La solidarietà tra poveri spesso diventa la prima risposta all’emergenza.
La Chiesa cerca di stare accanto a questa sofferenza in modo molto concreto. Non possiamo risolvere da soli problemi così enormi, ma possiamo essere una presenza che accompagna, ascolta e custodisce la dignità delle persone. Le parrocchie e le comunità cristiane diventano spesso luoghi di rifugio, di distribuzione di aiuti, di educazione, di sostegno umano e spirituale. In questo momento siamo particolarmente impegnati a garantire degli spazi educativi costruendo delle classi in ciascuna missione. In molti casi la Chiesa resta una delle poche istituzioni ancora vicine alla popolazione anche nelle aree più isolate.
Le inondazioni, in particolare, hanno cambiato profondamente la vita della gente in Unity State. Interi villaggi sono rimasti sommersi per anni, costringendo migliaia di persone a vivere sugli argini o in campi sovraffollati. Questo aumenta tensioni, povertà, dipendenza dagli aiuti e vulnerabilità dei giovani alla violenza o al reclutamento armato.
La riduzione degli aiuti internazionali rende la situazione ancora più preoccupante. C’è il rischio che il Sud Sudan venga dimenticato proprio mentre i bisogni crescono. Ma la pace e la dignità di questo popolo non possono dipendere solo dalle emergenze mediatiche del momento.
Per questo la Chiesa continua anche a lanciare un appello: non guardare il Sud Sudan soltanto come una crisi umanitaria, ma accompagnarlo come un popolo che desidera costruire il proprio futuro. La gente non chiede soltanto assistenza; chiede di poter vivere con dignità, educare i figli, coltivare la terra, curare i malati e sperare in una pace stabile.
Va bene, ma come possiamo noi dall’Italia far sì che i popoli come il Sud Sudan si riappropri della propria dignità e vivere nella pace?
Dall’Italia, e più in generale dall’Europa, il primo contributo forse è cambiare sguardo: non vedere il Sud Sudan soltanto come un luogo di emergenze, di guerre o di povertà, ma come un popolo ricco di dignità, cultura, resilienza e desiderio di pace. La pace vera nasce quando le persone non vengono considerate un problema da gestire, ma protagonisti del proprio futuro.
Aiutare il Sud Sudan a riappropriarsi della propria dignità significa anzitutto sostenere percorsi di educazione, sanità, formazione dei giovani, agricoltura, riconciliazione e sviluppo locale. Non servono solo interventi assistenziali immediati, che pure restano necessari, ma relazioni durature che aiutino le comunità a camminare con le proprie gambe.
C’è poi una responsabilità anche politica ed economica. Spesso i conflitti africani sono aggravati da interessi internazionali legati alle risorse naturali, al commercio delle armi o a logiche economiche ingiuste. Per questo la solidarietà non è soltanto beneficenza: è anche chiedersi quale modello di economia, di consumo e di relazioni internazionali stiamo sostenendo.
Dall’Italia si può fare molto anche creando legami concreti tra comunità: diocesi, scuole, associazioni, parrocchie, università. Quando nasce un rapporto umano vero, non si aiuta “da lontano”, ma si cresce insieme. Il Sud Sudan non ha bisogno di paternalismo, ma di amicizia, rispetto e collaborazione.
E poi c’è un contributo fondamentale che spesso dimentichiamo: dare voce a questi popoli. Parlare del Sud Sudan, informarsi, rompere l’indifferenza, aiutare a non far scomparire questa sofferenza dal dibattito pubblico. Molte guerre continuano anche perché il mondo smette di guardarle.
Infine, credo che il contributo più profondo sia sostenere una cultura della pace anche nelle nostre società. Non possiamo chiedere pace ai popoli feriti dalla guerra se noi stessi alimentiamo culture di esclusione, paura, violenza o sfruttamento. La pace è sempre un cammino reciproco: riguarda Bentiu, ma riguarda anche Roma, Milano o l’Europa intera.
Quali segni di resistenza e di speranza vede nella gente del Sud Sudan? Cosa la sostiene nel suo lavoro?
Quello che colpisce profondamente in Sud Sudan è che, nonostante anni di guerra, sfollamenti, violenza e povertà, la gente continua a custodire una straordinaria capacità di sperare. La speranza qui non è un sentimento ingenuo: è una scelta quotidiana di resistenza alla disperazione.
Vedo segni di speranza nelle madri che continuano a lottare per far studiare i figli anche nei campi per sfollati; nei catechisti e negli animatori delle comunità cristiane che percorrono ore a piedi o in canoa per radunare la gente alla preghiera; nei giovani che desiderano un futuro diverso da quello delle armi e della vendetta; nelle famiglie che, pur avendo poco, continuano a condividere quel poco con chi sta peggio.
Mi colpisce molto anche la capacità di perdono che incontro in tante persone. In un Paese dove quasi tutti portano ferite profonde, vedere comunità che cercano ancora il dialogo e la riconciliazione è qualcosa di straordinario. È lì che si vede che il male e la violenza non hanno l’ultima parola.
Anche la fede della gente è una grande forza. Le celebrazioni, il canto, la preghiera vissuta insieme, il senso di appartenenza alla comunità: tutto questo sostiene le persone nelle prove più dure e aiuta a non sentirsi sole.
Personalmente, ciò che sostiene anche me è proprio la testimonianza della gente. A volte si arriva pensando di dover portare speranza, ma poi si scopre di riceverla da chi vive situazioni infinitamente più difficili delle nostre. Mi sostiene la convinzione che il Vangelo continui a generare fraternità anche in mezzo alla fragilità, e che ogni piccolo gesto di pace, di educazione, di cura e di riconciliazione abbia un valore enorme.
E poi mi sostiene la certezza che Dio continua a camminare con il suo popolo, anche nei deserti della storia. In Sud Sudan questa presenza spesso si manifesta non nelle grandi strategie, ma nella resilienza silenziosa della gente semplice, che continua a rialzarsi ogni giorno.